La questione del Mar Cinese Meridionale

L’anno che sta per concludersi porta via con sé ma lascia anche aperte per l’anno venturo molte sfide geopolitiche. Tra le più intriganti per gli analisti internazionali c’è certamente la questione irrisolta del Mare Cinese Meridionale, che vede Taiwan e una folta schiera di membri dell’ASEAN, che include le Filippine, il Brunei, la Malesia, l’Indonesia e il Vietnam confrontarsi a viso aperto con la Cina.

La situazione più rovente riguarda forse la disputa territoriale cinese con Filippine e Vietnam per il controllo delle isole Paracel e Spratly, e in particolare dell’atollo dello Scarborough Shoal. Manila ha fatto appello al tribunale internazionale dell’Aja, ma Pechino fino ad oggi ha rigettato qualsiasi ipotesi di accordo multilaterale con l’ASEAN basato sulla Convenzione Onu sul diritto del Mare del 1982. Il governo cinese preferirebbe, di fatto negoziare con gli stati vicini su base bilaterale, facendo cosi valere l’asimmetria di potere militare, economico e politico. Oltre al tentativo di difendere la propria sovranità nelle sedi diplomatiche internazionali del caso, le Filippine hanno però intrapreso un altro percorso parallelo più robusto, ovvero quello del rafforzamento militare. Infatti, dopo aver recentemente firmato un accordo bilaterale per la difesa con gli Stati Uniti (l’Enhanced Defence Cooperation Agreement) alla presenza dello stesso Barack Obama, il governo di Manila ha deciso di potenziare il suo arsenale militare con l’acquisto di due navi da guerra e due elicotteri per la difesa costiera (che vede anche l’Italia tra i paesi in gara per l’approvvigionamento). L’ordine è stato annunciato dal capo della marina filippina, l’ammiraglio Caesar Taccad, il quale ha sottolineato l’estrema “urgenza” di proteggere la sovranità nazionale dopo i recenti sviluppi nel Mare Cinese Meridionale.

Dal canto suo il Vietnam ha deciso di seguire una linea simile a quella delle Filippine sul fronte della difesa, rafforzando la propria flotta e presenza militare nell’area contesa. A differenza di Manila, però, Hanoi sembra non voler stringere alleanze internazionali (nonostante le numerose offerte ricevute), come a rassicurare il proprio storico partner strategico che non cercherà il confronto diretto. Ciò non significa però che Hanoi lascerà strada libera ai cugini cinesi nonostante abbia deciso di seguire una linea un po’ più diplomatica rispetto a quella di Manila dando priorità a strategie che nel gergo delle relazioni internazionali sono definite di soft power. Tra le strategie adottate dal governo vietnamita, infatti, spicca quella dell’“internazionalizzare” la questione portandola al centro del dibattito della comunità internazionale, inserendola come materia di discussione nei rapporti bilaterali con la maggior parte dei governi recentemente incontrati, e ponendo il tema come priorità d’agenda in tutti i summit regionali tra i membri dell’ASEAN.

Dunque, la questione del Mare Cinese Meridionale si insedierà di fatto tra le voci d’agenda della regione nel 2015 (anno previsto per la conclusione dell’AEC), ma occuperà di fatto anche l’agenda geopolitica internazionale. Infatti, con un potenziale estrattivo di petrolio e gas che fonti ben informate stimano in circa l’80% della produzione dell’Arabia Saudita, c’è da star certi che Cina e Stati Uniti si conforteranno nell’ennesima “guerra proxy che se mal gestita rischia di inasprirsi pericolosamente. Di fatto, con il proprio rafforzamento militare Vietnam e Filippine hanno già dato un segnale sostanziale in tal direzione. A irrobustire tale tesi si registra anche la recente nomina ad ambasciatrice americana presso l’ASEAN di una delle donne di fiducia di Obama, Nina Hachigian, ex assistente del presidente americano nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

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