Cronache dai Palazzi

Gli “strappi alle regole” sono ormai la regola nelle aule parlamentari. “Mai era accaduto – ha denunciato il Capo dello Stato di fronte all’Accademia dei Lincei – quel che si è verificato nel biennio alle nostre spalle, quando hanno fatto la loro comparsa in Parlamento metodi e atti concreti di intimidazione fisica, minaccia, di rifiuto di ogni regola ed autorità, e tentativi sistematici ed esercizi continui di stravolgimento e impedimento della vita politica e legislativa di ambedue le Camere”. Il severo monito di Giorgio Napolitano fotografa uno scenario dominato da un “grave decadimento della politica” che incoraggia “un più generale degrado dei comportamenti sociali” e acuisce “una più diffusa perdita dei valori che nell’Italia repubblicana erano stati condivisi e operanti per decenni”.

L’antipolitica non può essere additata come la soluzione e si rivela “ormai urgente la necessità di reagire, denunciandone le faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni”. Occorre, inoltre, non solo “impegnarsi” per portare a termine le “riforme necessarie” ma anche per “riavvicinare i giovani alla politica”. Il “degrado” denunciato dal presidente Napolitano non si riferisce solo agli scandali di Roma Capitale. In ballo ci sono anche le esasperate “faziosità” che spaccano i partiti o li mettono continuamente l’uno contro l’altro. Le Aule parlamentari devono inoltre recuperare la loro fisiologica funzionalità di fare le leggi. Oggi “la capacità di distinguere ed esprimere giudizi differenti è degenerata in antipolitica, ossia in patologia eversiva”, ammonisce il Capo dello Stato.

L’ultimo episodio è l’affondo della riforma costituzionale in Commissione alla Camera. La minoranza dem ha portato avanti la sua battaglia contro il governo del premier-segretario cancellando dalla riforma del Senato i cinque senatori di nomina presidenziale e riaprendo così la tregua armata che aspetta di sfociare in Parlamento il prossimo 16 dicembre. “Andranno sotto in Aula, afferma Matteo Renzi che incita i suoi ad “andare avanti” nonostante la rabbia evidente: “C’erano dei patti e non sono stati rispettati”. L’accordo era di non votare mai contro il capogruppo del Pd, un impegno siglato dagli esponenti della fronda eversiva del Partito democratico con il ministro Boschi, che per ora si limita a richiamare gli antirenziani ad un ordine generale in funzione delle riforme da dare al Paese. “Il loro punto è solo quello di far deragliare le riforme”, sottolinea Renzi, senza calcolare che se non si fanno le riforme, “se falliamo noi, arriva la Troika”. Tutto ciò anche alla luce delle ultime parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che ha lanciato il suo ennesimo richiamo al governo di Matteo Renzi, esortandolo a rispettare i vincoli Ue di bilancio in vista dell’esame della legge di Stabilità rinviato al marzo prossimo. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che di solito condivide le posizioni rigoriste di Bruxelles, è intervenuto per sottolineare l’autonomia dell’Italia e per ribadire gli “enormi sforzi sulle riforme”.

“Le riforme le facciamo perché servono a noi e non perché ce lo dicono gli altri”, ha affermato Padoan. Juncker continua comunque a dire che “se c’è qualcuno che non può lamentarsi è proprio l’Italia”. Se entro marzo 2015 Italia e Francia non daranno prova di poter rientrare nelle regole di bilancio dell’Unione la Commissione europea prevede “conseguenze spiacevoli”, e avverte che avrebbe già potuto “attivare per l’Italia una procedura per debito eccessivo”. La Commissione ha però “agito in modo politico, non burocratico” in virtù delle riforme che l’Italia si è impegnata ad approvare in tempi brevi. In sostanza il Patto di stabilità, afferma Juncker, “non è mai stato applicato in modo più flessibile”.

Le riforme in Italia si devono fare ma arrancano. In ostaggio anche l’Italicum e nel frattempo spunta l’ipotesi di rilanciare il Mattarellum (collegi uninominali e quota proporzionale) come legge di transizione (fino al 2016). Mattarellum temuto dai forzisti e tanto caro alla minoranza dem che auspica una riscrittura dell’Italicum senza Berlusconi. Aboliti i capilista bloccati, entrata in vigore della legge elettorale solo dopo aver completato l’iter della riforma istituzionale.

Uno scenario ingarbugliato in cui compare addirittura un eventuale “election day” in maggio – in cui coniugare comunali, regionali e politiche – qualora il voto anticipato diventasse realtà. Il premier per ora è sospeso e attende di chiarire i fatti in casa propria dove la scissione è l’ipotesi più drastica anche se non irreversibile. Il voto anticipato sembra essere invece diventato un aut aut, tantoché D’Attorre attacca: “Renzi la smetta di utilizzare le urne come una minaccia, perché non spaventa nessuno. Sarebbe la certificazione del suo fallimento”. Su un altro versante, sempre interno al Pd, scorrono parole dure tra Delrio, che definisce gli esponenti della minoranza dem interpreti della “vecchia politica”, e D’Alema che difende, per i parlamentari, “il diritto e il dovere di migliorare testi che restano contraddittori e mal congegnati”. Cuperlo invita a ritrovare il senso della misura mentre Giuseppe Lauricella, autore dell’emendamento che ha provocato l’incendio, ribadisce che “non c’è nessun piano per frenare le riforme, ma non c’è neanche il patto di cui parla Delrio. Sono attacchi strumentali”. In sostanza “Renzi sta cercando di inventarsi un nemico”. I renziani avvertono comunque aria di vendetta e l’Assemblea nazionale potrebbe essere l’occasione per isolare i ribelli. “Non è buona norma mandare sotto il governo”, ammonisce Matteo Orfini prefigurando il rischio di una conta interna. “Sto preparando un documento molto esplicito e impegnativo sulle riforme su cui chiedere il voto”, avverte invece Matteo Renzi.

In definitiva, alla luce degli eventi, la politica, fuori e dentro dai Palazzi, deve recuperare una buona dose di moralità e avvalersi di un solido argine etico non solo per non lasciarsi filtrare da non edificanti pratiche corruttive, ma anche per assolvere nel migliore dei modi il proprio compito di ‘servizio’ nei confronti della società e dei cittadini. Una “politica pulita”  spinta dalla “forza degli ideali”, come auspicato dal presidente Napolitano, che sia in grado di annientare la ricomparsa di un “virus” diffuso alimentato da “malessere sociale, senso di ingiustizia, rivolta morale, ansia di cambiamento”. Per spegnere i focolai che si annidano nella società civile – focolai che molto spesso infiammano anche le “derive populiste” e le smanie di antieuropeismo – occorrerebbe prima di tutto spegnere i focolai che incendiano le dinamiche di palazzo e di partito.

Non si tratta, infine, di quietare gli animi esclusivamente sul fronte nazionale, bensì occorre rafforzare le dinamiche di dialogo e di relazione anche a livello europeo, colmando le “enormi lacune” nella conoscenza reciproca. “Bisogna stare in guardia” avverte il presidente Napolitano di fronte alla platea del vertice italo-tedesco di Torino. L’Europa, esposta ai venti di pericolosi nazionalismi, rischia di perdere la sua forza che non si misura solo in termini economici ma ha, in primo luogo, una valenza culturale legata ad un passato di edificanti conquiste e di faticose battaglie combattute in nome della pace, della giustizia e dell’integrazione tra i popoli. “La perdita di contatto con il nostro passato” viene additata da Giorgio Napolitano  come “una delle più gravi malattie della nostra epoca, un morbo contagioso per le classi dirigenti come ci hanno dimostrato anni di crisi profonda”.

In definitiva abbattere il muro di diffidenze “reciproche” non è semplicemente una cortesia diplomatica concessa dai Paesi più forti ai più deboli, bensì è la “solidarietà” tra i popoli e le nazioni che la compongono il vero pilastro dell’Unione Europea. Solo in quest’ottica si possono affrontare le sfide comuni, a partire da quella contro la disoccupazione.

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