Femminicidio, non basta un Decreto

Il Femminicidio non è più un tema per sole donne. E’ facile vedere come l’aggravarsi della crisi economica e sociale si riverbera pesantemente sulla famiglia e, all’interno di questa, sul suo anello più debole: la donna.

Lo scorso 6 dicembre è morta un’ex maestra d’asilo di Cerignola, Annunziata Cioffi, strangolata con la corda di una tapparella dal marito. L’omicida si è giustificato così: “Era depressa, l’ho fatto per non vederla più soffrire”. Vi è poi il caso di Stefania Malavolta, che è stata accoltellata il 17 novembre 2013 a Castelfidardo da un consorte “geloso”, il quale ha poi usato il tubo della doccia per impiccarsi. Sono sempre di più i casi di donne che vengono uccise da mariti, compagni, amanti, figli o amici per i motivi più disparati.

Il termine “Femminicidio” è diventato di moda nel 2013 e sottointende una subcultura sessista e di violenza nei confronti della donna, diffusa fra tutte le classi sociali. Vi è ormai una maggiore consapevolezza del fenomeno: come ha sottolineato l’Accademia della Crusca, “l’imporsi di questo termine è la manifestazione di un rovesciamento, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi”.

Le vittime sono troppe e uccise per mano di uomini, i quali si celano spesso dietro una vita e un profilo apparentemente normali. Dietro l’apparenza, ci sono centinaia di migliaia di storie di violenze subite, che vengono spesso ignorate, sottovalutate e finiscono presto nel dimenticatoio. Si tratta di violenze costose per tutta la società: secondo un calcolo dello studio “Quanto costa il silenzio?”, pubblicato dall’organizzazione no profit Intervita, tra spese sanitarie e mancata produttività si arriva ai 2,3 miliardi di euro l’anno.

Oggi, più che mai, c’è bisogno di un cambio di regia. La risonanza mediatica dei delitti contro le donne e le pressioni esercitate da parte di associazioni e movimenti sono riusciti, almeno in parte, a muovere qualcosa. Camera e Senato hanno avviato l’iter legislativo per contrastare la violenza sulle donne attraverso la ratifica, il 19 giugno 2013, della Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza.

Lo scorso ottobre il Senato ha approvato il decreto sul femminicidio con 143 voti a favore, 3 contrari e nessun astenuto. Alcune delle misure introdotte dal decreto legge prevedono, per i colpevoli di abusi, l’allontanamento da casa, l’arresto obbligatorio in flagranza e l’introduzione del braccialetto elettronico. Sotto il profilo penale sarà rilevante la relazione instaurata tra l’aggressore e la vittima di violenza. Se questi ultimi hanno avuto, anche in precedenza, un legame sentimentale, la pena nei confronti del condannato sarà più pesante. E’ prevista anche la possibilità di inasprimento della pena nel caso di violenza (anche sessuale) da parte del coniuge, marito o ex fidanzato contro una donna incinta.

Per coloro che hanno subito lo Stalking, maltrattamenti domestici o mutilazioni genitali sarà garantito il patrocinio gratuito, decisione in linea con la direttiva europea sulla protezione delle vittime dei reati. Alla vigilia dell’ultima giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Presidente della Camera Laura Boldrini ha rilasciato un’intervista al Tg3 dicendo: “Investire sulla prevenzione e al rispetto delle differenze di genere è fondamentale per contrastare una piaga sociale come la violenza sulle donne. I media la smettano di usare espressioni come raptus per la violenza sulle donne, o parlare di giallo o di baby squillo. Queste ultime definizioni, che puntano sulla vittima e non su chi umilia la donna, sono veramente offensive”. Continua sempre la Boldrini, “la violenza sessuale non va accettata come cosa normale. Bisogna educare i bimbi al rispetto di genere, nelle famiglie e a scuola, ed a coinvolgere anche gli uomini per avere risultati efficaci”.

Un approccio che, si spera, potrà dare i suoi frutti nel tempo.

©Futuro Europa®

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