Riciclo, Italia leader in Europa

L’Italia è leader in Europa per il recupero di materiali: nel nostro Paese vengono riutilizzate ogni anno ben trentasette milioni di tonnellate di rifiuti, poco meno di quelle della Germania e ben più di quelle di Francia e Gran Bretagna. Ma quando si parla di ‘riciclo’ il riferimento non è più solo ai ‘rifiuti’ ma, in percentuali sempre crescenti, alle ‘materie seconde’: materiali risultanti anche dagli scarti di lavorazione e spesso espressamente progettati per essere utilizzati più volte, con un ciclo che si ispira idealmente a quello delle ‘risorse rinnovabili’. Riutilizzare più volte i materiali produce vantaggi sulle fonti primarie, che non vengono ulteriormente sollecitate, sui costi di approvvigionamento e anche su quelli dell’energia necessaria per la trasformazione ed il trasporto delle materie prime originarie: per l’Italia il risparmio è calcolato in 15 milioni di Tonnellate Equivalenti Petrolio (Tep) non consumate, anche qui con notevoli vantaggi per la borsa e per l’ambiente.

Ma il ciclo di riutilizzo delle materie seconde recuperate in Italia si apre e si chiude nel nostro Paese? No, quello delle materie seconde è ormai un florido mercato mondiale, che solo per plastica, materiali ferrosi, alluminio, legno e carta vale circa 90 miliardi di dollari. Un mercato in crescita, che ha confermato il carattere strutturale della domanda mondiale di questi materiali, tanto che negli ultimi dieci anni gli scambi hanno fatto registrare un aumento che va dal 260 per cento per le materie plastiche al 75 per cento per i materiali ferrosi.

In particolare, in questo periodo il commercio mondiale dei materiali secondi ricavati dalla plastica è passato da 1,4 a 6,8 miliardi di dollari, quello dei materiali ferrosi da 7,5 a 54,1 miliardi di dollari, quello dell’alluminio è passato da 3,4 a 13,3 miliardi di dollari, quello dei rifiuti cartacei da 2,9 a 12 miliardi di dollari.

Guardando ai singoli materiali, il commercio mondiale dei residui di alluminio è passato da 3,4 a 13,3 miliardi di dollari, quello dei rifiuti cartacei da 2,9 a 12 miliardi, quello della plastica da 1,4 a 6,8 miliardi e quello dei materiali ferrosi da 7,5 a 54,1 miliardi di dollari. Nel complesso, per queste cinque materie seconde l’aumento registrato è di quasi sei volte in soli dieci anni ed oggi il loro commercio vale quasi 90 miliardi di dollari.

La crescita del mercato mondiale delle materie seconde ha ormai un carattere strutturale, confermato dal dato che la crisi non ha inciso sulla tendenza all’aumento degli scambi di materie seconde, seguendo una curva già impostata nei primi anni 2000 e poco mossa dagli eventi degli anni successivi perché alle temporanee, lievi diminuzioni degli scambi hanno fatto riscontro gli aumenti delle percentuali di materiali recuperati rispetto ai rifiuti e agli scarti di lavorazione. E sono contemporaneamente aumentate le percentuali di differenziazione dei rifiuti stessi rispetto al totale della raccolta: solo per l’Italia, la raccolta differenziata ha fatto registrare negli ultimi dieci un aumento dell’86 per cento.

Il nostro Paese, storicamente privo di materie prime ma dotato di un tessuto imprenditoriale reattivo, di ricerca e di iniziativa, ha puntato decisamente sull’industria del riciclo attraverso una miriade di soggetti ed una serie di consorzi: Comieco, per il recupero degli imballaggi in cellulosa, Corepla per la plastica, Cial per l’alluminio, e poi il Conai, il Consorzio per il recupero dell’acciaio e Rilegno. Un’attività che produce nuove materie prime per l’industria nazionale e non solo. L’Italia infatti non si limita a riciclare i suoi rifiuti ma produce, esporta ed importa materie seconde. Lo fa con una tendenza all’import ben maggiore di quella all’export, salvo per quanto riguarda il piombo. Ma lo fa, caso unico nel mondo, esportando scarti di minor valore ed importando materie seconde di migliore qualità.

Nel 2012 il nostro Paese ha importato 7,1 milioni di tonnellate di scarti e rottame e ne ha esportato 2,8 milioni di tonnellate. L’Italia importa in particolar modo materiali ferrosi, alluminio,vetro, legno e pasta di cellulosa: per fare alcuni esempi,  nel 2012 abbiamo importato 5.271.612 tonnellate di acciaio ‘secondo’ e ne abbiamo esportate 324.451, abbiamo importato 444.544 di alluminio e ne abbiamo esportate 103.518, abbiamo importato 172.267 tonnellate di vetro e ne abbiamo esportate 5.958, abbiamo importato 607.481 tonnellate di legno e ne abbiamo esportate 14.058. Ma abbiamo invece prevalentemente esportato le materie plastiche: 225.560 di export contro 138.800 tonnellate di import.

Anche in Italia l’industria del riciclo è stata in grado di superare la fase più dura della crisi grazie all’evoluzione del sistema: un esempio, il passaggio del tasso di riutilizzo di materiali ferrosi dal 77 per cento del 2006 all’83 per cento del 2009, che ha consentito di mantenere alta la produzione ed il mercato. Né la riduzione dei consumi ha intaccato il riutilizzo delle materie seconde, ancora percentualmente non prevalente sul totale dei materiali impiegati e peraltro economicamente vantaggioso rispetto alle materie prime originarie. Quando questo è avvenuto, come per la carta, i mercati esteri a cominciare da quello cinese hanno assorbito il surplus evitando la crisi del sistema.

Un dato ancora: il riciclo è certamente ‘green’, ma per alcune materie seconde proprio un’altra buona pratica ‘green’ legata al concetto di sostenibilità dei consumi potrebbe metterlo in crisi. Oltreché dalla semplice contrazione dei consumi infatti, la diminuzione dell’utilizzo di materiali come plastiche e cellulose è oggi in parte indotta dalle politiche ‘green’ di riduzione degli imballaggi. Per ora il punto critico non appare raggiunto, e se lo fosse i mercati esteri e l’export potrebbero continuare a supplire per molto ancora all’eventuale surplus di efficienza dell’industria del riciclo dell’Italia e dei Paesi virtuosi. Ma, se vuole continuare a contare in primo luogo sul mercato interno, la virtuosa industria nazionale del riciclo deve prevedere un adeguamento ai progressi delle buone pratiche in materia di utilizzo delle materie seconde, e non viceversa. Non può, ad esempio, la riduzione degli imballaggi essere vissuta come una minaccia dall’industria del riciclo. Per ora non accade, ma se accadesse, una pratica virtuosa come il riciclo che ci vede ancora una volta messaggeri nel mondo di buone pratiche di convivenza civile finirebbe per porsi come un ostacolo all’altra pratica virtuosa della riduzione di materiali ‘usa e getta’ come buste e scatole.

Abbiamo fiducia negli Italiani che animano la GreenEconomy, abbiamo fiducia negli imprenditori, nei ricercatori e nei ‘decisori’: abbiamo le risorse umane per imporre il nostro passo al mondo, insieme ad un’Europa che, nel drammatico scenario dell’economia in crisi, può insieme a noi diffondere buone pratiche ed un approccio etico che rappresentano l’unica via per riscrivere la nuova economia e superare la crisi.

©Futuro Europa®

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