Davide Morante: il pianeta Instagram

Circa 200 milioni di instagrammer attivi al giorno visitano un profilo aziendale quotidianamente. Oltre 150 milioni di persone contattano le aziende tramite Instagram Direct, ogni mese e un terzo di questi messaggi inizia con una storia di Instagram (dati di Aprile). Secondo l’osservatorio Vincos  nelle 57 nazioni analizzate, si nota una competizione serrata tra Instagram, al secondo posto in 23 paesi, e Twitter, presente in 22 paesi. Il primo, in questo anno, è cresciuto fino a conquistare 800 milioni di utenti mensili, mentre il secondo pur crescendo di poco (ora ha 330 milioni di utenti) ha strappato 12 nazioni al network delle immagini. Dopo il Tolk Tolk su Instagram della Carapellese, abbiamo intervistato quello che è probabilmente il maggiore esperto di Instagram, Davide Morante. Nato a Reggio nell’Emilia, cresciuto ad Avellino, spostatosi poi a Parma per studiare prima e lavorare poi laureandosi in Economia. Si è appassionato e quindi dedicato al Social Media Marketing, collaborando con alcune importanti agenzie di comunicazione di Milano. Gestisce campagne di web marketing e cura i canali social di alcune aziende: in sostanza si occupa di comunicazione digitale ed ora è associato alla rete nazionale Instagramers Italia ed ha fondato Igersparma, la community di Parma e provincia che gestisce tuttora assieme ad alcuni progetti di carattere nazionale.

Davide, innanzitutto spieghiamo ai lettori cosa è e cosa fa un ‘Social Media Manager’.

Ciao! Nell’accezione comune il social media manager è colui che si occupa a tutto tondo dei canali social di un’azienda (grande o piccola che sia), un’organizzazione (ente pubblico, associazione) o personaggio pubblico (politico, cantante, etc etc). In realtà medio piccole si occupa di tutta la gestione social: definizione strategia, redazione piano editoriale, pubblicazione dei contenuti, moderazione dei commenti, impostazione delle ads e cosa importante, reportistica. In realtà più grandi c’è chi si occupa solo di alcuni di questi aspetti: lo strategist, il community manager, l’ads manager… Sarebbe comunque preferibile che il social media manager sia affiancato da un art director (non chiamateli grafici che si arrabbiano) per realizzare velocemente immagini accattivanti. Se poi saltuariamente ci fosse a disposizione un videomaker, sarebbe il top. Per quel che mi riguarda, sono convinto che “occorra sporcarsi le mani” con i vari strumenti per capirne le potenzialità, le mode, l’utilizzo che le persone ne fanno. Per questo motivo, se per la maggior parte dei clienti mi occupo solo della strategia, per uno di essi mi occupo ancora di tutti gli aspetti.

Instagram ha raggiunto il miliardo di iscritti, risulta secondo alcuni studi, tra utenti, sharing, interazioni, la prima app social nel mondo, stiamo andando sempre più verso il visuale e l’immediato? La scrittura è destinata a sparire?

In effetti a inizio luglio al Forum dell’Economia Digitale è stato ribadito il concetto che si andrà verso contenuti sempre più video, ma non credo che la scrittura scomparirà… la “blogosfera” rimarrà, più ridotta, più selezionata, ma rimarrà. Almeno per i prossimi 4 o 5 anni.

Gli ultimi dati dicono che oltre la metà degli utenti è composta da donne e che l’età media va dai 18 a meno di 30 anni, cosa possiamo desumere da questi dati? Da un punto di vista aziendale vuol dire che solo alcune aziende possono essere interessate ad un mercato composto in larga parte da giovani?

A inizio anno ho analizzato chi fosse il “popolo di Instagram” in Italia: siamo in totale 16 milioni di persone; la fascia d’età più presente è quella tra i 19-24 anni (3,6 milioni) poi quella 25 -29 anni (2,4 milioni) e gli under 18 sono “solo” 1,3 milioni. Secondo me sta succedendo quello che è successo su Facebook: gli “early adopter” sono stati i più giovani, ma col tempo cresceranno e avremo dunque un “invecchiamento” dell’età media. Fermo restando che comunque ad oggi, anche le altre fasce d’età son abbastanza rappresentate: sempre oltre il milione di persone… numeri che non trascurerei già ora.

Instagram, piattaforma di photo sharing o social?

È assolutamente nato come social ed è stata la sua fortuna: il suo successo l’ha portato poi ad essere anche una piattaforma di photo sharing. Le persone hanno iniziato a curare sempre più le loro foto, sono quindi arrivati i fotografi appassionati e quelli professionisti (c’è anche Steve McCurry), i creativi e le aziende. Ma senza coloro che pubblicano meme, citazioni, foto del caffè non avrebbe mai i numeri di adesso.

La foto deve essere ‘bella’ o colpire? Essere immediata? Magari non bella, ma prendere il momento?

La foto dev’essere bella, colpire e sembrare che sia immediata: un mio insegnante di teatro diceva che “ci vuole una gran preparazione per poter fare improvvisazione”. Prima di condividere contenuti live è bene essere certi che questi contenuti siano “belli” e assolutamente perfetti. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo e può creare imbarazzi; mi viene in mente un esempio negativo: la blogger più famosa del mondo si scattò una foto dal bagno di casa, inquadrando anche uno spazzolino sporco di sangue. Si scatenarono mille voci su ipotesi di bulimia e cose simili… Ok prendere il momento, ma attenzione a che momento si prende. Per un progetto culturale ad esempio, invitammo un blogger (oggi si chiamano influencer) alla prima di uno spettacolo teatrale affinché lo raccontasse. Consapevoli delle difficoltà che avrebbe avuto nello scattare le foto al momento giusto, senza (troppo) pubblico davanti, con le luci giuste e con le pose degli attori giuste, scattammo delle foto il giorno della prova generale con uno smartphone e dallo stesso posto a lui assegnato: il racconto “live” (o quasi live) ne ebbe tutto a guadagnare.

C’è chi posta in maniera ossessiva, ci sono indicazioni su tempi di rilascio e numero di foto da postare giornaliere?

Adesso con l’”ALGORITMO” non è più tanto importante postare mille foto: anzi, postare tanto significa fare concorrenza a sé stessi. La regola che seguo è di PIANIFICARE la pubblicazione di una foto ogni 3 / 4 giorni. Ciò mi permette anche di avere spazio per “emergenze” e poter inserire un nuovo contenuto non previsto. Non vivo senza piano editoriale, ma ricordiamo che dev’essere flessibile.

Differenza tra i feed e le stories? Gli algoritmi di Instagram non funzionano sulle stories?

Credo che le stories siano state introdotte per due motivi. In primis per “ammazzare snapchat” (e per quel che riguarda l’Italia c’è riuscito benissimo), l’altro per far sì che le persone tornassero a pubblicare più volte al giorno come si faceva un tempo. Tanto più un “luogo” (reale o virtuale) è frequentato, tanto più è appetibile per gli inserzionisti, no? ;). Con le stories le persone sono tornate a pubblicare più volte al giorno in maniera più spontanea e creativa (pensiamo agli sticker, ai sondaggi, alle gif…) e sono tornati a raccontarsi. L’algoritmo sì… funziona anche lì, ma in maniera diversa: quanto più spesso vedremo le storie di un account, tanto più Instagram ci mostrerà le sue storie per prime rispetto a quelle di altri.

L’uso dei POD su Instagram è utile e/o consigliabile?

L’uso dei Pod è una pratica che riguarda più gli influencer (o i “wannabe” influencer) che le aziende. Lavorando per aziende quindi non mi ha mai coinvolto personalmente, ma è un fenomeno che monitoro lo stesso visto che ogni tanto mi capita di avviare progetti di digital pr. Comunque, i POD sono alla stregua del doping per lo sport: inizialmente sembrano dare risultati, ma essere controproducente nel lungo periodo. Tra l’altro può accadere che Instagram escogiti un sistema per sgamare chi usa questi trucchi e penalizzarlo. Anzi, a giudicare del numero di persone colpite dallo “shadow ban”, non mi meraviglierei che tale sistema esistesse già.

Cosa ne pensi della nuova moda, la generazione degli ‘influencers’, che sta impazzando su Instagram?

Gli influencer non sono altro che la rivisitazione in chiave social del “testimonial”. Non ne penso male… sono persone che si impegnano molto per crearsi una “community” lavorando tanto e producendo contenuti di qualità. Pensiamo che cosa è riuscita a combinare la Ferragni… tanto di cappello a lei. E con lei intendo tutti coloro che si sono impegnati nel “progetto Ferragni”. Ma a fronte della Ferragni e di tanti altri, c’è chi pensa che basti aprire un account Instagram per pensare di essere un influencer… e vedendo che le aziende rifiutano la loro proposta di collaborazione, allora poi cercano mezzi veloci per aumentare di numeri… POD, Bot, acquisto follower… e adesso si sta andando nella direzione opposta: ossia di diffidare di TUTTI coloro hanno numeri alti. Sembra che sia passato il concetto che se hai numeri alti, li hai per forza di cosa comprati.

Cosa deve fare un’azienda per avere successo e seguito su Instagram, oltre ovviamente rivolgersi ad un Social Media Manager?

In primis deve considerarlo un paid media: non si può più ritenerlo un free media. Occorre investire e allocare un budget sia per creare dei contenuti ad hoc, sia per fare delle ads.

Instagram sta lanciando IGTV per fare concorrenza a YouTube, cosa ci dobbiamo aspettare su questo fronte?

Tanto tanto “divertimento”, credo che Zuckerberg si sogni YouTube di notte e stia cercando di farlo fuori in tutti i modi possibili. Su Facebook i link di YouTube sono fortemente penalizzati e al contrario i video nativi sono altamente avvantaggiati. Credo che per Instagram sia lo stesso. Chi utilizza il canale IGTV sarà avvantaggiato in qualche modo: Instagram premierà chi “regala” contenuti alla sua piattaforma… Credo che questa guerra Zuckerberg, però la perderà: YouTube non è solo un repository video, non è solo un social network, ma è un motore di ricerca pieno di materiale utilissimo. In tutta onestà, se tu cerchi un contenuto video, che sia un tutorial, uno spezzone di un film o il video di una canzone: tu lo cerchi su YouTube o su Facebook o su Instagram?

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