Il benessere oltre il PIL

Il Pil è una parola che è entrata nell’uso comune già da tanti anni e che pare avere preso peso e consistenza identificandosi come un fattore di benessere del paese, ma è veramente così? Se è vero che si tratta di un numero secco che fa riferimento all’economia del paese e quindi ad almeno una faccia del suo benessere, possiamo dire che un aumento dell’economia si traduce anche in miglioramenti per le persone che lo abitano? Già da vari anni si è presa consapevolezza che non basta l’accresciuta disponibilità economica a misurare il benessere del paese oggetto della misura.

Il dubbio se Pil e benessere sociale vadano di pari passo è entrato da tempo nel mirino delle maggiori istituzioni internazionali, OCSE e Commissione UE hanno iniziato da tempo a studiare meccanismi per valutare il BES (Benessere Equo e Sostenibile). Nel 2010 Istat e CNEL hanno messo a punto un algoritmo di misura costituito da 130 indicatori suddivisi in 12 domini che dal 2013 vengono annualmente pubblicati nel Rapporto BES. Dal 2017 poi, grazie ad una legge votata da tutte le forze politiche, il BES entra nel DEF a pieno titolo, con 12 indicatori (Reddito medio disponibile aggiustato pro capite; Indice di diseguaglianza del reddito disponibile; Indice di povertà assoluta; Speranza di vita in buona salute alla nascita; Eccesso di peso; Uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione; Tasso di mancata partecipazione al lavoro, con relativa scomposizione per genere; Rapporto tra tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e delle donne senza figli; Indice di criminalità predatoria; Indice di efficienza della giustizia civile; Emissioni di CO2 e altri gas clima alteranti; Indice di abusivismo edilizio.) di cui 4, scelti da una Commissione formata dai vertici di Mef, Istat, Banca d’Italia e da due riconosciuti esperti della materia, il prof. Giovannini e il prof. Guiso; inseriti già nel  DEF 2017; i restanti 8 lo saranno con il DEF 2018.

I quattro indicatori presenti nel DEF 2017 sono: reddito disponibile pro-capite in termini nominali; indice di disuguaglianza del reddito disponibile equivalente; tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro e infine; emissioni di anidride carbonica e altri gas clima alteranti. Per ciascuno degli indicatori viene riportato l’andamento nell’ultimo triennio nonché le previsioni fornite in base sia allo scenario tendenziale sia a quello programmatico. Punti pregnanti sono la tempistica che deve essere incardinata ai tre anni precedenti, e l’incidenza degli indicatori alle politiche adottate dal soggetto pubblico. Esemplificando il BES tiene conto del valore reale del potere d’acquisto e non del reddito nominale disponibile, ma sicuramente l’inserimento di questo indicatore nel DEF è segno di attenzione ai cambiamenti che le politiche adottate hanno nei confronti della società.

Oltre al Pil, per capire la salute di un Paese, bisogna guardare anche a un indicatore di disuguaglianza e a uno di sostenibilità” ebbe a dichiarare il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Parole che suonano da monito per l’Italia, che nell’ultima scala del World Happiness Report dell’Onu è in calo dal 2005 al 2016: 48° posto su 155 Paesi (i più felici sono i norvegesi, seguiti da danesi e islandesi).

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