La svolta turca?

Sono settimane che le truppe turche, schierate con i loro carri armati alla frontiera con la Siria, assistono  inerti all’assedio di Kobane, dove un eroico nucleo di peshmerga curdi resiste all’assalto degli jihadisti decisi a eliminare questo centro di libertà, preparandosi a massacrarne i combattenti e magari anche gli innocenti civili. Non solo. Ma fino all’altro ieri la Turchia vietava il passaggio della propria frontiera ai peshmerga che dall’Irak cercavano di entrare nella città per unirsi ai suoi difensori. Mentre, per converso, per molto tempo la Turchia aveva lasciato passare liberamente tutti quegli stranieri che andavano a unirsi alla jihad.  E questo, benché il Primo Ministro Erdogan andasse ripetendo che occorre un’operazione di  terra  per battere l’ISIS.

Ora, finalmente, il Governo turco ha annunciato che lascerà passare i peshmerga iracheni (ma non quelli siriani) e la nostra  stampa parla coralmente  di una “svolta”. Ma lo è  davvero? Ho i miei dubbi. A me sembra una concessione limitata e tardiva alle pressioni occidentali e a quelle che vengono anche dall’interno del Paese, dove cruente manifestazioni dei curdi turchi reclamano un maggior impegno contro la jihad. Poco e tardi. Ankara  dovrebbe e potrebbe fare ben altro. Ricordiamolo ancora una volta: la Turchia ha il secondo esercito della NATO (bene armato grazie alle forniture USA), è a diretto contatto con le regioni occupate dai terroristi e, a difetto di un diretto intervento americano e nella constatata debolezza dell’esercito iracheno, è la sola potenza organizzata in grado, con una campagna appoggiata dai raid aerei anglo-americani, di sconfiggere completamente i terroristi dell’ISIS. Perché non lo fa?  Ma perché i turchi sono ossessionati dal separatismo curdo e dalla politica filo-iraniana di Assad. L’uno e l’altra  appaiono ai loro occhi minacce più gravi della jihad islamica la quale, inoltre, con la sua matrice sunnita, solleva qualche simpatia in certi ambienti religiosi estremisti. Si dice persino che la Turchia abbia con loro una sorta di “patto segreto”.

Tutto questo è noto , ma non soddisfa. La Turchia si presenta come un Paese islamico, sì, ma moderato e “laico”, nella tradizione di Ataturk tenuta desta dalle Forze Armate e da una borghesia colta e nell’insieme liberale. Vuole essere considerata ”europea” (ci tiene a far fa parte del gruppo Europa dell’ONU, non a quello asiatico, e aspira, o aspirava, a entrare nell’UE). È membro della NATO, dove svolge un ruolo di peso come “guardiana degli Stretti” ed elemento stabilizzatore in una regione ad alta volatilità. La NATO l’ha protetta per quarant’anni dal pericolo russo (storia non nuova: nell’800 furono l’Inghilterra, la Francia e il Piemonte a difenderla contro l’aggressione zarista). Nell’Alleanza sta fianco a fianco con americani ed europei direttamente minacciati dal terrorismo islamico. Conosce da tempo un progresso economico dovuto a un’economia di tipo occidentale.

Se il c.d. Califfato islamico riuscisse davvero a consolidarsi in tutto il Kurdistan iracheno e siriano, terrebbe, sì, a bada i curdi (come li teneva Saddam Hussein, massacrandoli con i gas)  ma destabilizzerebbe completamente l’intero equilibrio mediorientale e costituirebbe  una minaccia per la stessa Turchia. Tutte le furberie di chi pensa di transigere coll’estremismo sperando di  esserne risparmiato si sono dimostrate puntualmente fallimentari (quanti sanno che, negli anni Sessanta e Settanta, l’Italia facilitava e proteggeva i movimenti dei terroristi palestinesi, pensando di comprarsi così una sorta di immunità da attentati sul nostro territorio, che fu alla fine violata?).

Sulla stessa linea, vale la pena ricordare che, alle origini delle campagne jihadiste, pareva certo che i Paesi arabi del Golfo, in specie Arabia Saudita e Qatar, le finanziassero e appoggiassero sottobanco. Se così è, quei Paesi si sono rapidamente ricreduti e ora i loro aerei partecipano ai raid contro le posizioni jihadiste. Non è troppo difficile capire perché: deve essere apparso chiaro a quei governi che, non facendo nulla contro l’ISIS, questa si sarebbe rivolta alla fine anche contro di loro (ci immaginiamo l’ISIS a  Dubai, con la sua profusione di lusso sfrenato?) o magari si sarebbe favorito e legittimato un diretto intervento militare iraniano nella Regione, magari con l’appoggio russo, che è la cosa che essi più temono. Per questo, a suo tempo appoggiarono Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran. Ma Saddam Hussein non c’è più, l’Irak è governato da una coalizione a maggioranza sciita, disposta  a chiedere aiuto all’Iran. Se nessun altro affronta sul terreno il preteso Califfato, l’Iran apparirà come l’estrema risorsa. E se non interverrà nessuno, prima poi l’estremismo si divorerà uno a uno i ricchi paesi petroliferi.

Può volerlo la Turchia? Si dovrebbe pensare di no. E quindi è ora che il Governo Erdogan apra gli occhi e si decida a partecipare alla campagna militare. Solo così si potrà parlare di una vera svolta. Ed è ora che i principali alleati lo facciano capire ad Ankara con la necessaria chiarezza: non si può stare nell’Alleanza Atlantica solo per quello che ci fa comodo, e non condividerne preoccupazioni e operato quando si tratta di quella che, dopotutto, è un’autodifesa collettiva esplicitamente prevista dagli articoli 4, 5 e 6 del Trattato della NATO, senza dei quali la NATO sarebbe davvero una scatola vuota.

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