Putin, Ivan il Terribile o Pietro il Grande?

Sull’Ucraina, dopo gli incontri di Milano tra leader europei ed asiatici e quello bilaterale tra Putin e Poroshenko, può dirsi che il bicchiere è solo mezzo pieno. Contentiamocene, per ora, non fissandoci (come fa parte della stampa) sul mezzo vuoto. Gli incontri sono stati positivi, innanzitutto per il fatto stesso di essersi svolti, in un clima generalmente disteso e civile, anche grazie all’opera dei padroni di casa italiani, e perché hanno portato a un accordo russo-ucraino in tre punti (il più importante riguarda la tenuta di elezioni nelle regioni russofone secondo la legge ucraina) che conferma la tendenza delle parti, se non ancora a raggiungere un’intesa completa, almeno a non spingere troppo oltre il loro conflitto facendo tornare il mondo ai tempi della Guerra Fredda.

Putin ha segnato qualche punto a suo vantaggio, ritornando nel “club” che conta, dal quale era stato per un po’ escluso. In cambio ha dato prova di una certa volontà di distensione (lo aveva già anticipato  ritirando le truppe dalla frontiera ucraina). Non ha però portato a casa l’abolizioni delle sanzioni europee. Dall’andamento del suo incontro con la Cancelliera Merkel, portavoce in questa fase di una linea dura (dopo essere stata la sostenitrice e l’artefice del dialogo), si è capito che ci vorranno tempo e pazienza per una schiarita definitiva, sulla quale è però forse possibile fare qualche cauta previsione. Essa dipenderà, in parte, dal realismo delle nuove Autorità ucraine nell’accettare la realtà di una crescente autonomia delle regioni orientali del Paese, e in parte anche maggiore da quello che Putin farà nelle prossime settimane e mesi. Lo zar moscovita è di fronte a un dilemma: da una parte sa che una completa rottura con l’Occidente danneggerebbe seriamente l’economia russa (già colpita dal calo del prezzo del petrolio); dall’altra non può arretrare troppo dalla difesa nazionalistca dei russofoni e, in genere, da una politica diretta a ricreare l’antica egemonia nel mondo slavo e ortodosso. La visita trionfale effettuata a Belgrado mostra che certi istinti di base della politica russa, permanenti nei secoli, non cambiano. Ma la Serbia è sulla corda stretta: è sentimentalmente trascinata a rafforzare i tradizionali rapporti con la Russia, un tempo protettrice, ma al tempo stesso aspira a entrare a pieno titolo nell’Unione Europea. Quanto le due cose siano compatibili nei fatti, dipenderà dal senso di misura e dal buon senso di tutte le parti, ma è certo che Polonia, Romania, Paesi Baltici, e non soltanto loro, non vedrebbero di buon occhio l’entrata nell’UE di un nuovo membro che fosse portatore automatico  degli interessi e delle vedute di Mosca.

Inoltre, Putin sa bene che l’insieme dei Paesi civili, moderni e laici al quale la Russia vuole appartenere è oggi sotto la minaccia di un estremismo islamico che, tra l’altro, ha fatto in passato, e certamente farà in futuro, della “liberazione” della Cecenia e del controllo  dei Paesi musulmani amici di Mosca una sua bandiera. E il vecchio ufficiale del KGB sa bene che, senza una stretta collaborazione con i servizi occidentali, fronteggiare il terrorismo è più arduo, così come sa bene che, senza un’azione risoluta degli Stati Uniti e dei loro alleati in Irak e Siria la jihad minaccia di estendersi e consolidarsi, a danno di Siria e Iran, alleati della Russia.

Gli argomenti per un’intesa Est-Ovest sono, dunque, evidenti e nessun Governo che conti li ignora. Certamente non li ignora il Governo italiano, che – anche grazie alla presidenza semestrale dell’UE – sta svolgendo un ruolo incisivo, che potrà proseguire in futuro se la Mogherini gioca bene le sue carte. Renzi ha riassunto la sua posizione in un principio che non può non condividersi: “Bisogna mantenere coinvolta la Russia”. Ha ragione. Ma, come diceva Reagan, bisogna essere due per ballare il tango. Putin è un politico avveduto in cui freddezza, calcolo, ambizione e spregiudicatezza si mischiano in dosi eguali. Non è Hitler, né Stalin; ma se volesse ricostituire l’antica dominazione zarista-sovietico con la forza o con i ricatti, ci sarebbero ben pochi margini di dialogo. Bisogna vedere a quale modello del passato vuole alla fine ispirarsi: a Ivan il Terribile o a Pietro il Grande, lo zar che aprì la Russia al mondo e ne promosse l’entrata nell’era moderna?

Nel suo viaggio lampo in Italia, Putin ha fatto visita a Silvio Berlusconi. Un gesto che conferma la vecchia amicizia e dimostra, da parte sua, anche una certa lealtà, gesto forse reso più agevole dalla posizione che oggi Berlusconi occupa sulla scena italiana, di leader moderato che pratica un’opposizione ragionata e non indiscriminata al Governo in carica (in altre parole, non credo che la visita abbia seccato a Matteo Renzi). Come Berlusconi la pensi sulla Russia e Putin è facile immaginarlo. Certo lo avrà detto al suo ospite e sarà stata musica agli orecchi di quest’ultimo. Come gradita deve essere stata la visita del segretario della Lega, Salvini, al Parlamento russo, con quella stupida maglietta con “No alle sanzioni”. Basicamente, Berlusconi e Salvini non sono lontanissimi dalla linea di Matteo Renzi, e l’ex-Presidente del Consiglio può svolgere un utile ruolo di moderazione e di raccordo. A patto peraltro che rappresenti al suo amico e socio Putin la realistica necessità di muoversi con moderazione e autocontrollo e non lo induca in errore sulla volontà occidentale di tenere fermi certi punti irrinunciabii, senza i quali la pace in Europa sarebbe una semplice facciata o, peggio, una pericolosa illusione. Errori di calcolo, come dimostrano tanti esempi nella storia anche recente, sono disastrosi. È auspicabile che Berlusconi, uomo senza dubbio esperto in relazioni internazionale, non contribuisca ad alimentarli.

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