Cronache dai Palazzi

Una manovra non più di 23 miliardi di euro, e nemmeno di 30, bensì di 36 miliardi di euro con 18 miliardi di riduzione delle imposte sotto forma di sconti su Irap, Irpef, contributi e detrazioni per le famiglie.

La lievitazione dei numeri della legge di Stabilità – sei miliardi in più di quanto indicato all’inizio della settimana e una dozzina rispetto agli annunci delle scorse settimane – preannuncia una faticosa ricerca di coperture, di riduzioni fiscali e sacche di spesa pubblica da tagliare. Oltre agli 11,5 miliardi di spesa in deficit, circa 15 miliardi dovrebbero arrivare dalla spending review e 3,8 dalla lotta all’evasione, quest’ultimo dato sarebbe stimato come un “totale prudenziale che deriva dalla grande battaglia che non si fa con la lotta al cliente del negozio ma dall’incrocio delle banche dati”, ha puntualizzato Matteo Renzi.

Dei 15 miliardi previsti per la spending review 6,1 miliardi dovrebbero arrivare dallo Stato centrale, ma ben 4 dalle Regioni, 1,2 dai Comuni e 1 dalle province. Tutto ciò mentre si accende lo scontro tra Renzi e gli enti locali che si dichiarano pronti a non accettare i poderosi tagli, i quali molto probabilmente si rifletteranno in primo luogo su sanità e trasporto pubblico.

Il presidente del Consiglio non si lascia comunque intimorire e invita gli enti locali e i relativi consiglieri a “tagliare i loro sprechi” definendo la minaccia di un eventuale aumento delle imposte a livello locale (sanità in testa) una “provocazione”. Sergio Chiamparino, renziano della prima ora, è comunque convinto chi “i 4 miliardi di tagli previsti nella legge di Stabilità a carico delle Regioni non sono sostenibili” e la conferenza delle Regioni propone a Palazzo Chigi una diversa ripartizione dei sacrifici: “Aumentare di un miliardo i tagli ai ministeri e ridurre di un miliardo i tagli alle Regioni”.

“Prima di avere spese e pretese – ha dichiarato Renzi dall’Asia-Europe forum di Milano – le Regioni inizino a tagliare anche loro, a fare degli sforzi, perché le famiglie italiane li stanno facendo da anni”. Con lo sguardo fisso sulla neolegge di Stabilità Renzi ha inoltre ammonito: “È inaccettabile che ci siano delle polemiche su questo tipo di operazione”. Un’operazione che Renzi ha definito “la più grande riduzione di tasse della storia della Repubblica”, aggiungendo: “Tagliare le tasse non è né di destra né di sinistra, in Italia è da persone normali perché la pressione del fisco è pazzesca”. Una stretta sulle slot machine dovrebbe inoltre assicurare un miliardo di nuovi fondi, e la vendita delle frequenze per la banda larga altri 600 milioni. Il piatto delle entrate potrebbe inoltre crescere grazie al provvedimento sul Tfr, dato che l’anticipo in busta paga dell’ex liquidazione dovrebbe portare nelle casse dell’erario circa 1,5 miliardi, tasse incassate dallo Stato in anticipo piuttosto che nel corso degli anni.

La legge di Stabilità è stata varata nella tarda serata del 15 ottobre in un clima da “tempesta perfetta”: le maggiori Borse mondiali sono crollate, lo spread è tornato a sfiorare quota 200 punti e l’Istat ha confermato l’andamento negativo del Pil nel nostro Paese, in cui nel terzo trimestre di quest’anno il Prodotto interno lordo ha raggiunto il valore più basso dall’inizio del 2000.

Al centro della legge di Stabilità vi è comunque l’emergenza lavoro e relative assunzione a tempo indeterminato, la forma di contratto che il Jobs act renziano sembra privilegiare. Jobs act che dovrebbe essere approvato definitivamente entro il 15 novembre, prima che le Camere siano impigliate nella lunga e complicata sessione di bilancio.

L’azzeramento del prelievo sulla componente lavoro dell’Irap (5 miliardi di spesa nel 2015) e lo stop per tre anni ai contributi sui nuovi assunti in maniera stabile (1,9 miliardi) sono misure che “tolgono ogni alibi alle imprese”, ha ribadito più volte Matteo Renzi difendendo “una manovra che cerca di espandere e di essere anticiclica in un momento di difficoltà”. Agli sgravi sul lavoro si aggiungono poi gli 800 milioni destinati al sostegno delle partite Iva a basso reddito (900.000 partite Iva sotto i 15.000 euro) e i 500 milioni di sgravi fiscali a sostegno delle famiglie numerose. Sempre sul fronte delle maggiori entrate la manovra del governo Renzi annovera altri 3,6 miliardi (2,4 già previsti lo scorso anno) derivanti dalla tassazione sulle rendite finanziarie, che serviranno a stabilizzare gli 80 euro a favore dei lavoratori dipendenti, ora sottoforma di detrazione e non più di bonus.

In definitiva si tratta di 36 miliardi di manovra, non si aumentano le tasse, si riduce la pressione fiscale di 18 miliardi e per Matteo Renzi “siamo in presenza di una profonda novità della finanza italiana”. La sintesi è come sempre all’insegna del primato e dell’ottimismo e le istituzioni europee – come tutti gli italiani – sono chiamate a comprendere “il progetto del governo”, per dirla con Padoan, che la manovra sottende. Per quanto riguarda l’Unione europea, in particolare, “pensiamo che per l’Italia valga la duplice categoria delle circostanze straordinarie – ha dichiarato Renzi -: riforme strutturali e situazione economica”.

Il governo Renzi si dichiara pronto al dialogo “con la Commissione di oggi e di domani” e il premier ribadisce: “Noi siamo dentro il rispetto delle regole europee per come la Ue le ha spiegate. Se ci sono questioni specifiche comunque risponderemo”.

In particolare è stato previsto “un aggiustamento strutturale”: potenziare il fondo di riserva con 3,4 miliardi destinati ad una eventuale riduzione aggiuntiva del deficit nel caso l’Ue respinga l’attuale assetto della manovra, ossia un disavanzo pari al 2,9% nel 2015 e il rinvio del pareggio strutturale. Il fondo di riserva “fa parte di una prospettiva pluriennale”, ha spiegato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, e serve a creare una dotazione che potrebbe essere impiegata “in vari modi” tra cui il consolidamento del rientro dal deficit.

Simon O’Connor, portavoce del neocommissario alla crescita Jyrki Katainen, ha comunque puntualizzato che solo dopo aver messo a punto le previsioni economiche d’autunno – che si preannunciano non del tutto positive per l’Eurozona – attese per i primi di novembre, Bruxelles comunicherà a Roma l’eventuale “aggiustamento” da apportare al proprio deficit strutturale.

Il peggioramento del quadro complessivo dell’Eurozona potrebbe paradossalmente aiutare l’Italia, tantoché Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, parla di “ottima notizia” se “anche la Commissione europea prende atto che rispetto a sei mesi fa la situazione economica si è degradata”.

Lo “sconto” che potrebbe farci l’Ue – con le stime al ribasso calerebbe lo sforzo per il 2015 – non è comunque scontato. L’Unione europea deve ora esaminare la legge di Stabilità per valutare gli impegni presi dall’Italia e il 29 ottobre pronuncerà il suo responso, chiedendo eventualmente, o meglio con ogni probabilità, di apportare alla famigerata manovra eventuali correzioni.

Dal vertice Asem di Milano Matteo Renzi ha lanciato il suo ennesimo avvertimento alle istituzioni Ue: “I nuovi vertici non dovranno essere solo nomi, ma dovranno interpretare una fase nuova. Dobbiamo tutti lavorare per la crescita in modo diverso dal passato”. Renzi ha inoltre aperto il vertice con una raccomandazione per tutti: “Non fare discorsi di circostanza”.

La tensione tra il premier e le Regioni – in particolare il “partito delle giunte” in cui siedono molti democratici, suoi sostenitori – ricompatta paradossalmente le diverse anime del Partito democratico attorno all’attuale legge di Stabilità che sembra avere “delle cose buone”, come afferma Bersani, anche se “dobbiamo vedere le carte”. In definitiva anche i non renziani tifano affinché questa manovra sia “espansiva”.

Continua quindi ad affermarsi il nuovismo declinato da un solo interprete, Matteo Renzi, deciso a scardinare qualsiasi posizione di rendita, anche all’interno del suo partito, e che non dimentica mai di avere un occhio sull’elettorato (gli sprechi delle Regioni sono sotto gli occhi di tutti) e l’altro sull’Unione europea. La reazione delle Regioni che si è accesa durante il vertice euroasiatico di Milano si è rivelata addirittura funzionale all’intreccio delle “carte in regole”: il presidente del Consiglio strumentalizza l’ostilità degli enti locali anche all’interno dell’Asem per dimostrare all’Europa rigorista che il governo italiano sta facendo le cose sul serio.

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