Italia, Mediterraneo e NATO

Il nostro Governo ha ragione a mettere il Mediterraneo al centro della politica estera, non solo italiana ma dell’Europa. Tensioni e conflitti potenziali esistono in altre parti del mondo (vedi Ucraina), ma oggi è questa l’area più pericolosa ed è, ovviamente, quella che ci tocca più da vicino.

L’analisi è presto fatta. Sulle rive orientali e meridionali di quello che fu il ”Mare Nostrum” si affacciano zone di alta conflittività e gravi potenzialità esplosive. In Marocco, Algeria, Turchia, Egitto, ci sono regimi autoritari che possono farci storcere il naso ma riescono a mantenere un certo ordine (ma il fuoco resta sempre sotto la cenere). Il Libano è di una estrema fragilità, la Siria è tuttora in subbuglio e la Tunisia è lungi dall’essere in sicurezza. L’epicentro del terremoto è però in Libia, una parte della quale è ormai in mano agli jihadisti che hanno proclamato un nuovo “Califfato islamico” in Cirenaica e minacciano di inpadronirsi dell’intero paese. Non sono un fatto isolato: in Irak la jihad si estende a macchia d’olio e ha il volto minaccioso di Ali Baghdadi, un nuovo “profeta” che fa apparire persino Osama bin Laden un moderato (ma attenti a non sottovalutare i suoi “deliri”: sarà un folle, ma è un folle armato fino ai denti, che disporrà delle risorse del petrolio iracheno e ha un seguito di decine di migliaia di fanatici nella nostra Europa). Purtroppo, poco o nulla può fare l’Italia in quella zona, anche se poi le conseguenze arriveranno fino a noi. La responsabilità è in mano di altri: Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran (che per il momento paiono però presi da afasia). Tutt’al più, possiamo e dobbiamo rafforzare il controllo del nostro territorio per impedire azioni terroristiche.

Ma la Libia, l’ho scritto e lo ripeto, è di nostra diretta responsabilità, non per assurde ragioni neo-coloniali ma perché sta di fronte a noi, la conosciamo, abbiamo imprese e connazionali che ci lavorano e costituisce una fonte importante di energia. All’opinione pubblica colpisce soprattutto l’aspetto immigrazione, che certo è il più drammatico e pressante, ma le conseguenze di un regime islamista fanatico nella Quarta Sponda, anche al di là del petrolio, sarebbero ben più gravi in termini di sicurezza. Chi ricorda i missili che Gheddafi sparò su Lampedusa negli anni Ottanta? Caddero in mare, per fortuna, ma cosa succederebbe se la Libia finisse in mano di gente ben più determinata, bene armata e animata da un’odio che neppure il colonnello nutriva veramente verso di noi?

Riconoscere il pericolo, sostenere la centralità del Mediterraneo sono buoni inizi, ma non bastano. Le visite presidenziali vanno bene, ma non servirebbero se non ci fosse dietro una strategia ben pensata e condotta con realismo e mezzi adeguati. In Libia non possiamo fare tutto da soli, è ovvio. Però un primo passo importante sarebbe mettere da parte le sotterranee rivalità che da sempre oppongono in quell’area Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti e capire che, al di là del petrolio e delle commesse, c’è un elementare problema di sicurezza che ci concerne tutti. Il secondo passo sarebbe mettere da parte la politica puramente declaratoria, o quella del dialogo a tutti i costi (lasciamola al Papa, com’è giusto). A Bengasi c’è una banda di fanatici armati che si è impadronita del potere con la forza. Promette lutti al suo stesso popolo e a noi. Non ci vuole molta fantasia per immaginare quello che è la vita per la gente, donne soprattutto, sotto un regime ferreamente islamico. Basta pensare all’Afghanistan dei talebani. E non è difficile pensare a quanto sia pericolosa una centrale di finanziamento e irradiazione del terrorismo islamico di fronte alla Sicilia.

Svegliamoci, dunque! La riforma del Senato e della Legge elettorale saranno magari importanti, ma la sicurezza viene prima di tutto il resto (me lo insegnò Lech Walesa in un indimenticato colloquio alla NATO quasi vent’anni fa). Pensare di trovare accomodamenti con i ribelli islamici è una pia illusione. La sola strada possibile è aiutare le Autorità centrali a sconfiggerli. La Nato ha sostenuto a suo tempo un’intensa campagna aerea per aiutare a eliminare un regime impopolare e giunto al collasso. Oggi non deve girare gli occhi dall’altra parte. Certo, tutti sappiamo che gli aerei non bastano, e occorre un intervento di altro tipo. Per questo c’è un paese chiave, l’Egitto, che, tra la generale sufficienza, lotta per combattere al suo interno e alle sue frontiere l’oscurantismo dilagante. Renzi si è distinto finora come un realista (benevenuta sia la sua rottura con Vendola, avvocato di tutte le cattive cause internazionali, da Chavez ad Hamas) e la sua visita di sabato scorso al Cairo, superando i mal di pancia sinistroidi verso un regime non democratico, è  appunto segno di realismo. Ma sarebbe inutile se si limitasse alle chiacchiere bene intenzionate che spesso caratterizzano questo tipo di incontri (in quarant’anni ne ho visti tanti!) e non sfociasse in una visione operativa comune sul da farsi in Libia. Questo non è cinismo, è riconoscere che la realtà è dura, spietata e non perdona ai deboli e ai velleitari.

Con la presidenza europea, Renzi ha una buona opportunità per tentare di aprire gli occhi all’Europa e la scelta di un Ministro degli Esteri dell’UE italiano (sia la Mogherini o un altro, magari più esperto e tosto) sarebbe sotto questo aspetto un fatto importante. Sarà una fatica improba, vista l’ottusità dei nostri partner nordici (che non sono neppure egoisti, sono stupidi, perché l’onda espansiva di problemi che sembrano riguardare solo il Sud finirà con il colpire anche loro). Ma qualcosa potrebbe ottenersi con un forte sostegno francese, spagnolo e degli altri partner meridionali, e cercando di convincere i tedeschi (dopotutto, il petrolio lo consumano anche loro e in Germania vivono milioni di islamici). Dobbiamo tornare a fare vera diplomazia, diplomazia attiva e non declaratoria, diplomazia volta a proporre e ottenere risultati concreti.

Detto questo, cosa può fare concretamente l’Europa? Aiutarci a far fronte al problema dell’immigrazione, espandere i programmi di cooperazione in Nordafrica, va bene. Ma basta? No. Per cinque anni mi sono occupato della Politica Estera Europea e ne conosco tutti i limiti. E di una cosa sono convinto: quando il problema diventa duro e tocca la sicurezza vitale, gli interlocutori sono altri, quelli abituati a fare sul serio: Turchia, Israele, Egitto e, beninteso, NATO e Stati Uniti.  Questo la hanno avuto chiaro alcuni tra i nostri politici più realisti in materia internazionale: Craxi, Cossiga, De Michelis, Dini e – nonostante tutto, riconosciamolo – Berlusconi (Dini soleva ripeterci: “Quando il gioco si fa duro, solo il duro può giocare”). Eppure, ancora oggi c’è chi pensa che l’Alleanza Atlantica sia superata, a favore di un’ipotetica difesa comune europea (o di una difesa nazionale? Chissà, ma intanto dotiamoci almeno degli aerei necessari). A loro vorrei ricordare una semplice verità: senza la Sesta Flotta americana, con il suo imponente apparato di sorveglianza, controllo e reazione, la situazione nel Mediterraneo, già oggi insicura, diverrebbe per noi disperata. E non sarebbero certo gli amici europei a toglierci dai guai!

©Futuro Europa®

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Dalle agenzie stampa

Un Commento

  • Chi è che ha dato l’ordine alla forze armate italiane di partecipare alla campagna aerea della NATO contro la Libia, paese di “diretta responsabilità” italiana?
    Chi è che ha autorizzato l’uso delle basi italiane per l’attacco alla Libia delle forze armate di vari paesi della NATO?
    Sono interrogativi su cui occorre fare chiarezza prima di affrontare qualsiasi discorso sulla sicurezza italiana nel Mediterraneo.

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