Promemoria per la ripresa del Popolarismo

La campagna elettorale annunciava un confronto mai prima d’ora così entusiasmante, quasi un nuovo vangelo della rinascita italiana. In principio era l’assegno di 80 euro. Invece, con il livore di una propaganda a tinte forti, si è fatta giorno dopo giorno meno pulita e più scomposta: tante promesse a buon mercato hanno depauperato l’oreficeria delle novità. Adesso, in prossimità dei comizi finali, più cresce la foga di pronunciamenti ultimativi e più si fa acuta la tentazione dell’astensionismo. È la vera protesta, quella che sceglie di non scegliere perché ravvisa un deficit di proposte e soluzioni attendibili. Dentro c’è tutto, ma il grosso è dato dalla perdita di fiducia nei riguardi di una politica rissosa e incoerente.

Bisogna disporsi, al contrario, a un bagno di sano realismo. A Bruxelles popolari e socialisti sono chiamati a collaborare alla luce del sole, senza le dissimulazioni del recente passato, così da garantire che il processo di unità  non si areni nel gioco delle reciproche interdizioni. Si tratta di condividere nella prossima legislatura europea il peso di una politica fondata sulla concretezza e la lungimiranza di un disegno riformatore, anzitutto nell’interesse delle nuove generazioni. In alternativa, tolta questa ragionevole opzione, si andrebbe facilmente incontro a un sovrappiù di possibili turbolenze. Pertanto le conseguenze, come insegna la crisi politica e militare dell’Ucraina, sarebbero più gravi di quanto ognuno intraveda al momento.

Anche in Italia si avverte l’esigenza di una fattiva solidarietà. Invece la maggioranza di governo, a fatica composta attorno a Enrico Letta e poi ricomposta in maniera teatrale attorno a Matteo Renzi, non fornisce alla pubblica opinione un’idea di stabilità e di coerenza. A che serve, questo tipo di maggioranza? Non a fare le riforme elettorali e istituzionali, giacché per quelle soccorre (o soccorreva) il rapporto con Berlusconi; né tanto meno a disegnare uno scenario per il domani, visto che ciascuno declina il suo impegno in funzione di una esclusiva necessità contingente, lasciandosi le mani libere per il futuro. Dunque, il senso della responsabilità svanisce fatalmente nella nebbia dell’opportunismo.

Non può durare. È evidente che il risultato delle urne, specie se condizionato da una scarsa partecipazione, getterà alle ortiche una tale politica di astuzie e retropensieri. Agli attuali “indipendenti dalla politica”, ma non per questo ascrivibili alla vecchia “categoria degli apolitici”, toccherà rivolgersi con un linguaggio diverso, più leale e più costruttivo. Ormai l’amalgama di una maggioranza a tempo, pronta a dissolversi con la fine della legislatura, mostra di esistere solo in virtù dell’allegra spregiudicatezza renziana. Il day after delle europee non sarà una piacevole passeggiata. Sul terreno delle sfide politiche interne – dalla lotta contro la disoccupazione alla battaglia per la riduzione del debito pubblico – servirà in ogni caso che il gruppo dirigente del Partito democratico affronti il problema della revisione di una linea improntata a spirito di orgogliosa autosufficienza, incapace tuttavia di sostenere l’impalcatura di una organica alleanza politica. Come pure, dentro un quadro di attenzione e rispetto tra componenti dello stesso governo, le incombenze della fase post-elettorale implicheranno un’analoga e parallela revisione per quelle forze politiche che insistono – Consule Alfano – a coltivare la pretesa di una aggregazione di segno diversamente berlusconiano. Esse vanno incoraggiate, piuttosto, ad assumere un ruolo più dinamico e intraprendente lungo la direttrice di un progetto, meritevole di adeguato consenso elettorale, che punti alla mobilitazione democratica di tante energie diffuse nel tessuto della società civile.

In sostanza, una coalizione vive e dà frutto se mantiene il distacco dall’integralismo che si annida nella ostentazione di un desiderio gonfio di partigianeria. Qui sta il punto. È più che lecito, in una prospettiva di medio e lungo periodo, presagire lo sviluppo di una normale competizione tra democratici di orientamento socialista e democratici di orientamento neo-popolare; ma ora, alla stregua della Grosse Koalition di Berlino e alla luce delle prevedibili convergenze al Parlamento europeo, occorre giustapporre alla dialettica dell’alternanza la logica della cooperazione politica. Nulla vieta di pensare alla naturale contrapposizione che prenderà forma in un avvenire più o meno lontano; sta di fatto però che la fisiologia di questa  classica articolazione di lotta politica avrà maggiore o minore consistenza a seconda della preparazione che via via maturerà nel corso di una stagione intensa, fondata necessariamente sulla collaborazione di partiti, anche nuovi, capaci di mettere al centro il bene della nazione.

Infine va spesa una battuta sulla ripresa del popolarismo di matrice cristiana. Certamente, con formule adeguate ai tempi, esso può assolvere a un compito di promozione di questo nuovo messaggio di partecipazione e solidarietà politica. Ricostruire il popolarismo come calamita di consensi dispersi e centro di ricomposizione delle pratiche di astensionismo: ecco, per questo si deve ripartire dal basso, con umiltà e prudenza, ma non senza tenacia; tenendo ben presente che l’eredità di un pensiero e di un politica vale unicamente se assieme alla sua difesa rinasce uno spirito di generosa utopia, ovvero se alla fedeltà si possa aggiungere sempre uno slancio di creatività e fantasia, con l’obiettivo strategico di legare la tradizione social-cristiana all’avvenire di un neo-umanesimo democratico. Un dibattito forte, a maglie larghe, da domani esigerà senza dubbio una maggiore accoglienza di critiche e sollecitazioni. Nessuno deve tenersi in disparte. L’importante è riuscire, con intelligenza, a fare della flessibilità lo strumento di salvaguardia della identità di una nuova politica dalle radici antiche e robuste.

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