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USA 1971, la rivolta di Attica

C’è una scena che bisogna tenere in mente mentre si legge quello che è accaduto ad Attica: centinaia di poliziotti che sparano all’interno di un cortile affollato di uomini – detenuti e ostaggi insieme – avvolti da nuvole di gas lacrimogeno, mentre nessuno, fuori, sa ancora niente.

Era il 13 settembre 1971. Da quattro giorni, nella prigione di Attica Correctional Facility nello Stato di New York, milleduecento detenuti tenevano il controllo di parte del penitenziario. Non erano fuggiti. Non avevano nessun posto dove andare. Avevano semplicemente smesso di obbedire e avevano cominciato a parlare. Chiedevano cose elementari: cure mediche, fine delle violenze quotidiane, condizioni igieniche decenti, il diritto a praticare la loro religione, a leggere un libro, a ricevere la posta. Chiedevano, in altre parole, di essere trattati da esseri umani.

Il governatore Nelson Rockefeller – uomo di buona famiglia, di grandi ambizioni, candidato non dichiarato alla presidenza – non andò ad Attica. Non parlò con i detenuti. Non valutò nessuna mediazione seria. Il 13 settembre mattina autorizzò l’assalto. Le forze dell’ordine entrarono con elicotteri, gas e armi da fuoco. L’irruzione durò undici minuti. Quando il fumo si diradò, c’erano trentanove detenuti e quattro agenti morti sul campo. In totale, la rivolta costò quarantatré vite.

Per ore, per giorni, la versione ufficiale disse che gli ostaggi erano stati sgozzati dai detenuti. Era una menzogna utile e ben costruita. Le autopsie la demolirono in silenzio: quasi tutte le vittime, detenuti e guardie, erano state colpite dai proiettili delle forze intervenute. Nessun ostaggio aveva la gola tagliata. Ma la fake, come diremmo oggi, aveva già fatto il suo lavoro. Aveva trasformato i carnefici in salvatori e le vittime in belve. È una tecnica antica, e funziona quasi sempre.

Bisogna dire chi erano quei detenuti, perché la storia tende a renderli anonimi. Erano in stragrande maggioranza neri e portoricani. Erano i figli degli anni Sessanta americani, cresciuti tra i diritti civili proclamati e la segregazione vissuta, tra Martin Luther King e le rivolte dei ghetti. Avevano imparato a leggere Malcolm X e Eldridge Cleaver. Sapevano di essere in prigione non solo per quello che avevano fatto, ma per quello che erano.

Attica non fu una rivolta criminale. Fu una rivolta politica. E come tutte le rivolte politiche che disturbano chi ha il potere, venne soppressa con la forza e poi narrata come un pericolo scampato. Rockefeller ottenne quello che voleva: l’ordine fu ristabilito, i corpi vennero rimossi, i sopravvissuti vennero picchiati nelle ore successive all’assalto; questo lo accertarono le inchieste, anni dopo. Ma la presidenza non arrivò mai.

Il nome di Attica rimase, invece. Rimase perché alcune cose non si possono cancellare del tutto. Rimase nei rapporti delle commissioni d’inchiesta, nei racconti dei sopravvissuti, nelle sentenze civili che lo Stato di New York fu costretto a pagare decenni dopo. Rimase nella cultura popolare americana con quella formula breve e tagliente – «Attica! Attica!» – che divenne il grido simbolico di chiunque si trovasse a fronteggiare un abuso di potere.

Rimase, soprattutto, come domanda senza risposta: quante vite vale l’ordine pubblico? Quanta violenza è lecita per ristabilire il controllo? E chi decide, e in nome di chi? Rockefeller era convinto che la risposta a queste domande fosse semplice. Quella mattina di settembre del 1971 la scrisse ad Attica, con quarantatré morti.

Colpe politiche ci furono? Sarebbe comodo fermarsi a Nixon, allora presidente. Il sistema carcerario che esplose ad Attica non lo aveva costruito lui, lo aveva ereditato. Le fondamenta erano state gettate molto prima, con la stessa mano che aveva firmato i diritti civili. Kennedy prima, Johnson poi, avevano enormemente espanso l’apparato penale federale. Lo avevano fatto in buona fede, probabilmente. Ma quello Stato, quell’ordine, quella sicurezza avevano un colore preciso.

Nixon diede la copertura ideologica del momento. Kennedy e Johnson diedero la struttura. E quei milleduecento detenuti nel cortile di Attica pagarono il conto di decenni di buone intenzioni altrui. È questo il peso delle crisi sistemiche: non arrivano mai all’improvviso. Si costruiscono mattone su mattone, con la complicità di chi non voleva fare del male e di chi non si è mai chiesto a chi facesse comodo l’ordine che difendeva.

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