Cronache dai Palazzi
Dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran gli extra costi a carico degli Stati dell’Unione europea per le importazioni di gas, petrolio e carburanti ammontano a 50 miliardi di euro. In Italia, nello specifico, gli interventi per calmierare l’aumento dei prezzi della materia prima a causa dello shock nello Stretto di Hormuz sono costati da marzo a oggi circa 2,5 miliardi. Se da un lato famiglie e imprese si sono trovate a dover fronteggiare i rincari dovuti all’aumento dei costi energetici, dall’altro le società leader nell’estrazione di idrocarburi hanno visto lievitare di molto i margini operativi dei propri profitti, infatti si calcola che fra gennaio e giugno 2026 gli otto maggiori produttori globali di greggio quotati in Borsa abbiano realizzato utili per oltre 148 miliardi di dollari, il 49% in più rispetto al 2025, con un’accelerazione nel secondo trimestre. Una situazione che ha per l’appunto generato il termine ‘extraprofitti’ che nel linguaggio comune indica profitti elevati, al di sopra di una certa soglia tanto da essere considerati non giustificabili. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha ampliato le marginalità del settore.
“L’energia oggi è il principale ostacolo alla nostra competitività e indipendenza”, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, sottolineando che “i prezzi in Europa sono due o tre volte superiori a quelli degli Stati Uniti o della Cina”. Per contrastare il fenomeno “dobbiamo produrre la nostra energia a basse emissioni di carbonio in Europa”. L’Unione europea dipende in sostanza per oltre la metà dei suoi consumi energetici dalle forniture dall’estero, in primo luogo dagli Stati Uniti con circa il 21% dell’import.
Nell’immediato, calmierare i prezzi di benzina e diesel, che hanno superato i due euro al litro ormai da diversi giorni, è un’urgenza per tutti i governi. Con un esempio pratico, secondo i dati di Codacons il controesodo estivo di fine agosto quest’anno costerà agli automobilisti italiani circa 429 milioni in più rispetto allo scorso anno, conto alleggerito dallo sconto di 17 centesimi sul gasolio prorogato fino al 5 settembre, intervento finanziato con un “anticipo” di 130 milioni sulle tasse a carico dei grandi gruppi energetici italiani che hanno a loro volta deliberato un acconto sulle cedole. Come spiega Palazzo Chigi i 130 milioni suddetti verranno coperti dalle “maggiori entrate derivanti dalla modifica delle modalità di versamento delle ritenute sugli utili dei gruppi di maggiori dimensioni operanti nel settore energetico”. Si tratterebbe di una “modalità inedita definita in accordo con i gruppi coinvolti”, mentre il prossimo decreto dovrà essere per l’appunto “strutturale” e rappresenta una priorità al rientro dalla pausa estiva, nel corso di un autunno che si preannuncia più complesso del solito, in cui oltre alla classica Manovra, operazione di per sé ardua, ci sono delle necessità legate alla vita quotidiana dei cittadini, a partire dal prezzo del carburante e vari consumi energetici.
Sarebbero auspicabili misure strutturali per fronteggiare il fabbisogno energetico e il governo mira nello specifico al sostegno dei ceti più deboli e delle categorie professionali maggiormente colpite dal caro carburante. Sarebbe auspicabile un approccio in grado di equilibrare rischi e opportunità, un giusto bilanciamento tra lavoro, famiglia, territorio, servizi, reti sociali. Con gli ultimi provvedimenti il governo garantisce inoltre la continuità degli impianti dell’ex Ilva di Taranto i cui forni sono stati sospesi da una sentenza a partire dal prossimo 28 ottobre: “misure urgenti per assicurare la continuità operativa di impianti di interesse strategico nazionale”.
L’esecutivo risulta però diviso per quanto riguarda i target delle misure da adottare. La Lega vorrebbe ad esempio che gli interventi fossero anche a favore del ceto medio e mira a introdurre una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche; Forza Italia, invece, rivendica la misura che per ora ha per l’appunto permesso di evitare “la scorciatoia statalista del prelievo sugli ‘extraprofitti’ delle imprese energetiche”. Nello stesso tempo in una lettera inviata a Bruxelles nei mesi passati per sollecitare un intervento o un coordinamento a livello comunitario a proposito di prezzi energetici e dei margini delle compagnie, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (della stessa Lega) definiva gli extraprofitti “quanto di più vago ci possa essere” mettendo in evidenza la complessità tecnica e giuridica di definire in maniera univoca un extraprofitto. La Commissione europea ha a sua volta respinto la richiesta di una tassa comune europea, replicando che la tassazione degli extraprofitti è di competenza esclusiva dei singoli Stati membri, tra cui l’Italia, che devono quindi agire autonomamente definendo i margini e i termini di ogni eventuale forma di tassazione. “La tassazione degli extraprofitti è una competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale”, rende noto Bruxelles.
Sul fronte interno le forze politiche dimostrano comunque pareri contrastanti rispetto alla tassa sugli extraprofitti. Per i sostenitori della tassa è giusto redistribuire parte dei guadagni straordinari generati dalla crisi geopolitica in corso, usando le risorse per contenere il costo dell’energia a carico di famiglie e imprese. I contrari, invece, ritengono che un’imposizione straordinaria potrebbe scoraggiare gli investimenti nel settore energetico, contrarre la capacità produttiva e, per di più, rendere instabile il quadro normativo.
Per quanto riguarda il governo italiano, nello specifico, con il decreto legge carburanti approvato in Consiglio dei ministri, l’esecutivo ha stabilito un meccanismo di acconto fiscale delle tasse sui dividenti anticipati, che ha come obiettivo i grandi gruppi energetici che nel 2025 hanno registrato ricavi oltre i 20 miliardi di euro. In virtù del suddetto acconto la società in questione può maturare un equivalente credito di imposta e si tratta di una misura che è stata definita in accordo con i gruppi interessati.
A questo punto la questione è cosa fare a partire dal 6 settembre, quando l’accisa sul gasolio non sarà più scontata, ciò che alimenta lo scontro nel governo e all’interno della maggioranza alle prese, tra l’altro, anche con la Manovra che di solito rappresenta il progetto più spinoso dell’autunno politico. A proposito di interventi per calmierare i prezzi si prevedono provvedimenti “mirati” in particolare sui redditi più bassi e per favorire i settori più esposti. Tra le misure a rischio vi è la social card “Dedicata a te”, un contributo di 80-100 euro destinato a circa 1,2 milioni di famiglie con Isee fino a 15 mila euro non strettamente condizionate dall’aumento del prezzo del gasolio in quanto, molto spesso, non dotate di un mezzo proprio. Dato che la questione carburanti occupa la scena si potrebbe fare strada l’ipotesi di sostenere in primo luogo coloro che usano i carburanti per lavorare come gli autotrasportatori e settori come la pesca e l’agricoltura che negli ultimi tempi hanno subìto le conseguenze più disastrose per quanto riguarda l’aumento del prezzo del gasolio. Dove attingere le risorse necessarie resta il compito più arduo e l’argomento principale; le forze politiche risultano divise anche per ciò che concerne la ricerca delle coperture. Il “contributo sul settore bancario” che ha registrato “utili straordinari” proposto dalla Lega risulta inaccettabile per Forza Italia. Sullo sfondo rimane il bracco di ferro con la Commissione europea e la richiesta italiana di una tassa europea sugli extraprofitti dei petrolieri.
Un altro fronte è occupato dalla Legge elettorale il cui ddl è atteso a Palazzo Madama martedì 1 settembre. Dopo il passaggio in Commissione Affari Costituzionali dovrebbe approdare in Aula il 9 per la discussione senza relatore. In Senato a differenza della Camera non c’è scrutinio segreto. Il giorno del voto finale dovrebbe essere il 15 settembre ma dopo il sì del Senato il ddl deve tornare alla Camera per il sì ai soli emendamenti, riguardo ai quali il partito della premier mira ad evitare eventuali incidenti di percorso dopo l’esperienza dei franchi tiratori a Montecitorio nel mese di luglio. L’obiettivo è che gli emendamenti non siano firmati solo da Fratelli d’Italia come alla Camera bensì da tutti i capigruppo come assunzione di responsabilità.
Il primo nodo da sciogliere riguarda le preferenze. L’ipotesi è riproporre l’emendamento della Camera che prevede capilista bloccati e un massimo di tre preferenze per quanto riguarda le candidature. Tra i candidati vige la tutela delle quote di genere compresa la scelta dei capilista. Si prevede inoltre la modifica della contestata norma di sbarramento, la cosiddetta “taglia cespugli”, per la quale i voti raccolti dalle liste collegate che non raggiungono il 3% non concorrono alla cifra elettorale nazionale di coalizione. Altro nodo da sciogliere riguarda il ballottaggio e il terzo mandato dei sindaci. È della Lega, ad esempio, la richiesta di cambiare il Testo Unico degli Enti locali per eliminare il vincolo del terzo mandato per i sindaci dei Comuni con più di 15 mila abitanti e, inoltre, abolire il ballottaggio per i candidati che raggiungono più del 40% delle preferenze.
Nella pratica non rimarrebbe molto tempo, dovendo rispettare l’indicazione della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa secondo cui la Legge elettorale non si cambia nell’anno precedente alla fine della legislatura, anche se non si tratta di un obbligo giuridico. Dato che l’attuale squadra dell’esecutivo si è insediata a Palazzo Chigi il 22 ottobre 2022 e a fine ottobre 2026 la riforma della Legge elettorale entra in zona rossa.
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