Cultura

Pascal Casadei van Raamsdonk: Queen The Last Tour

Queen The Last Tour: quando la memoria musicale diventa patrimonio culturale europeo. Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo fino all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk che abbiamo intervistato.

Questa mostra non è soltanto un’esposizione fotografica, ma un dialogo tra immagini, oggetti e memoria. Qual era l’idea curatoriale da cui è nato il progetto?

L’idea curatoriale nasce dalla volontà di ricostruire un momento preciso della storia dei Queen attraverso diversi livelli di narrazione. Le immagini di Torleif Svensson documentano l’ultimo tour realizzato dalla formazione storica al completo, ma intorno a quelle fotografie abbiamo costruito un percorso fatto di oggetti originali, abiti di scena, strumenti, testimonianze e connessioni con la storia della musica. Il mio obiettivo era far percepire al visitatore che non si trova semplicemente davanti al racconto di una tournée, ma dentro un frammento di storia. Fotografie e memorabilia si completano a vicenda: le prime restituiscono l’energia, gli sguardi, i momenti più intimi e l’atmosfera di quei giorni, mentre gli oggetti rendono quella memoria concreta, quasi fisicamente presente. La mostra nasce quindi come un racconto corale. Non riguarda soltanto Freddie Mercury, per quanto la sua figura sia centrale e straordinaria, ma celebra Freddie, Brian May, Roger Taylor e John Deacon come quattro musicisti che, insieme, hanno creato qualcosa di irripetibile.

Il percorso mette in relazione i memorabilia dei Queen con le collezioni storiche del Museo della Musica di Bologna. Perché era importante creare questo ponte tra la musica rock e il patrimonio musicale europeo?

Perché la musica non è composta da mondi separati. Esiste una continuità culturale che attraversa i secoli e mette in comunicazione il teatro musicale, l’opera, la musica classica e il rock. Freddie Mercury conosceva e amava profondamente la grande tradizione musicale europea. Basta pensare al linguaggio di Bohemian Rhapsody, al riferimento a Figaro, alla teatralità delle sue composizioni e alla costruzione quasi operistica di molte performance dei Queen. Figaro è il personaggio celebrato sia da Mozart nelle Nozze di Figaro sia da Rossini nel Barbiere di Siviglia, mentre anche Verdi rientra in quel patrimonio musicale che Freddie conosceva, ascoltava e apprezzava. Collocare gli oggetti appartenuti a Freddie e agli altri membri del gruppo accanto alle testimonianze della storia musicale conservate dal museo rende visibile questo dialogo. Non si tratta di sostenere che rock e opera siano la stessa cosa, ma di mostrare come gli artisti possano raccogliere l’eredità del passato e trasformarla in un linguaggio nuovo. Entrare con i Queen in un museo che conserva la memoria di Mozart, Rossini, Verdi e di altri grandi protagonisti della musica europea significa riconoscere che anche il rock ha ormai una propria storia, una propria dignità e un proprio patrimonio da tutelare.

Nel comunicato definisce la mostra una “capsula del tempo”. In che modo fotografie e oggetti riescono a raccontare qualcosa che va oltre il semplice ricordo nostalgico?

Una capsula del tempo non conserva soltanto degli oggetti: conserva un’atmosfera, un modo di vivere e una sensibilità. Le fotografie di Torleif Svensson fermano l’energia di quei concerti, il rapporto tra i Queen e il pubblico e ci riportano, per un momento, dentro l’atmosfera del 1986. Gli oggetti originali rendono poi quella memoria concreta: ciò che nelle immagini appartiene a un momento ormai lontano torna fisicamente davanti ai nostri occhi. Un oggetto utilizzato durante il tour, un plettro, uno strumento o anche un abito di scena usato in un video famoso non sono importanti soltanto perché sono appartenuti a una persona famosa. Portano con sé i segni di un gesto, di una performance e di un momento storico. La nostalgia può certamente essere una porta d’ingresso, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni, ma la mostra vuole andare oltre. Molti dei visitatori sono giovanissimi e diversi di loro hanno scoperto i Queen dopo il biopic Bohemian Rhapsody del 2018. Qui possono trovarsi davanti agli oggetti reali di quel mondo che hanno conosciuto attraverso il film, i video, i post dei fan e i social. Qualcosa che fino a quel momento apparteneva al loro immaginario diventa improvvisamente reale, autentico e presente.

La sua attività nasce anche dal collezionismo e dall’acquisto della celebre maglia Rapax appartenuta a Freddie Mercury. In quale momento ha capito che quei cimeli potevano diventare strumenti di divulgazione culturale e non soltanto oggetti da collezione?

L’idea di rimettere insieme questi oggetti e di restituirli al pubblico attraverso le mostre è nata quasi subito, nel momento in cui è diventato evidente che l’asta A World of His Own avrebbe disperso in tutto il mondo una parte importante dell’universo materiale di Freddie Mercury. A quel livello, secondo me, non si può più parlare semplicemente di collezionismo. Certo, quegli oggetti ci appartengono, ma in un certo senso ne siamo soprattutto i custodi. La responsabilità è fare in modo che non scompaiano, che non vengano dimenticati e che continuino a vivere nella memoria collettiva. Da qui nasce il desiderio di condividerli con chi, come noi, li ama e ne riconosce il valore. Il progetto A Piece of His Own nasce proprio in questo contesto, come gruppo privato di collezionisti che hanno acquistato oggetti provenienti dall’asta A World of His Own. Ognuno di noi possiede, letteralmente, un piccolo pezzo di quel mondo. Ma quel mondo non è fatto soltanto di memorabilia. È fatto di immagini, gesti, performance e momenti entrati nella storia della musica rock. Sono frammenti di un patrimonio culturale contemporaneo e, se vengono conservati, studiati e contestualizzati, possono diventare strumenti molto potenti di divulgazione. Il loro valore più grande, per me, sta proprio nella possibilità di trasformare un possesso privato in una memoria condivisa.

Bologna è Città Creativa della Musica UNESCO e ospita questa mostra nel Museo internazionale e biblioteca della musica. Quanto è importante che istituzioni pubbliche investano in progetti capaci di parlare contemporaneamente agli appassionati e alle nuove generazioni?

È fondamentale. Un’istituzione pubblica non deve soltanto conservare il passato, ma anche creare le condizioni perché quel passato continui a parlare al presente. Una mostra come questa può avvicinare persone che forse non entrerebbero spontaneamente in un museo storico della musica. Un giovane visitatore può arrivare attratto da Freddie Mercury o dai Queen e scoprire, durante il percorso, Mozart, Rossini, Verdi, gli strumenti antichi e la storia musicale di Bologna. Allo stesso tempo, chi frequenta abitualmente il museo può osservare il rock da una prospettiva diversa. Questo incontro tra pubblici è uno degli aspetti più importanti del progetto. La cultura non deve abbassare la propria qualità per essere accessibile. Deve piuttosto trovare linguaggi e connessioni capaci di coinvolgere persone con esperienze diverse. In questo senso Bologna è un esempio particolarmente significativo. Il riconoscimento UNESCO come Città Creativa della Musica non è soltanto un titolo, ma riflette una realtà concreta: è una città nella quale il fermento musicale e culturale continua a produrre iniziative, contaminazioni e nuove occasioni di incontro. Non a caso il Museo internazionale e biblioteca della musica ha compreso immediatamente il senso di questo progetto e lo ha accolto con entusiasmo. Sarebbe bellissimo se anche altre grandi città d’arte, come Firenze, Roma o Napoli, seguissero l’esempio di Bologna. Sono già in contatto con alcune possibili sedi e mi auguro che anche istituzioni tradizionalmente più legate al patrimonio classico possano aprirsi a questo tipo di dialogo tra epoche diverse. Mostre come questa possono creare ponti nuovi senza togliere nulla alla storia, anzi, possono aiutarci a proseguirla. La mia speranza è che qualcuno raccolga questo invito e permetta al progetto di continuare il suo percorso anche in altre città. Se vogliamo che il patrimonio culturale resti vivo, dobbiamo avere il coraggio di aggiungere nuovi capitoli alla storia che abbiamo ricevuto in eredità.

Freddie Mercury continua a esercitare un fascino straordinario anche su chi non lo ha mai visto dal vivo. Secondo lei, quali valori universali della sua figura parlano ancora oggi ai giovani europei?

Freddie continua ad affascinare perché rappresenta una libertà creativa quasi assoluta: sul palco era un performer straordinario, capace di dominare folle immense, ma dietro quella presenza monumentale c’era una personalità molto più riservata, complessa e difficile da racchiudere in categorie precise. Freddie stesso spiegava di non sentirsi un autore interessato a trasmettere grandi messaggi politici o sociali, come potevano esserlo John Lennon o Stevie Wonder. Il suo obiettivo era un altro: offrire evasione. Se una persona arrivava a casa stanca, carica di stress per il lavoro o per i propri problemi e una canzone dei Queen riusciva a farle dimenticare tutto per tre o quattro minuti, per lui l’obiettivo era raggiunto. Credo che proprio questa idea sia una delle ragioni per cui i Queen continuano a parlare anche alle generazioni più giovani. È molto difficile ascoltare una loro canzone e uscirne più tristi di prima. Anche quando affrontano temi oscuri o complessi, rimane quasi sempre una fortissima spinta verso la vita. Don’t Stop Me Now ne è forse l’esempio più evidente: dietro l’euforia del brano possiamo leggere anche, a posteriori, l’immagine di una vita lanciata verso l’eccesso e forse verso l’autodistruzione, eppure la canzone sprigiona una gioia incontenibile. Non a caso è stata indicata dal neuroscienziato Jacob Jolij come una delle canzoni “feel-good” per eccellenza. Lo stesso accade nei testi. In Don’t Try So Hard, dentro una riflessione sulla pressione, sulla fatica e sulla necessità di non pretendere troppo da sé stessi, Freddie inserisce con forza la positività del presente e la capacità di riconoscerne la bellezza con una frase semplicissima: “It’s a beautiful day”. Persino di fronte a temi estremi, come in Don’t Try Suicide, la reazione non è mai quella di abbandonarsi all’oscurità, ma di contrastarla con energia. Forse è proprio questo uno dei segreti della loro longevità: i Queen non fingono che la vita sia semplice, ma quasi sempre riescono a trasformarne anche le parti più difficili in energia, evasione e vitalità. In fondo, la gente continua ad amare i Queen perché i Queen fanno stare bene.

Intervista integrale

Intervista in inglese

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