Rapporto di previsione Prometeia
Il Rapporto di Previsione di Prometeia, presentato il 2 luglio scorso, fotografa un’inflazione tornata sotto i riflettori dopo lo shock innescato dalla guerra in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Tra petrolio, dazi, materie prime e clima, gli economisti della fondazione tracciano uno scenario di prezzi «contenuto ma non del tutto transitorio».
Ad aprire i lavori è Lorenzo Forni, direttore della Fondazione Prometeia, che inquadra il nodo centrale del Rapporto: quanto lo shock bellico in Medio Oriente si stia trasferendo su prezzi, inflazione e politiche monetarie. Dopo una fase di rallentamento dell’inflazione che però non era mai riuscita a stabilizzarsi sull’obiettivo del 2%, il nuovo shock rende ancora più incerto il traguardo delle banche centrali. La lettura di Prometeia, spiega Forni, è quella di “un fenomeno limitato ma non particolarmente transitorio”: guardando ai prezzi alla produzione più recenti, i segnali di contenimento ci sono, ma restano da monitorare almeno due fronti di medio periodo, quello dei dazi e quello delle materie prime, oltre agli effetti climatici sui raccolti.
Un capitolo a parte è dedicato alla Cina, la cui domanda interna resta strutturalmente debole: le vendite al dettaglio reali mostrano un trend discendente da mesi e anche gli investimenti nelle aree urbane confermano la stessa tendenza. Finora questa debolezza si è scaricata soprattutto sulle esportazioni, contribuendo a calmierare i prezzi globali. Ma per Forni il dato da tenere d’occhio è un altro: negli ultimi mesi la capacità cinese di compensare le spinte inflazionistiche esterne sembra essersi indebolita, un’inversione di rotta rispetto al trend osservato negli anni precedenti e che, pur trattandosi ancora di pochi mesi di dati, merita «molta attenzione».
Sul fronte dei dazi, Forni ridimensiona i timori di inizio anno: il dazio medio effettivamente pagato sulle importazioni americane, dopo aver toccato un picco intorno al 10% a fine 2025, è sceso al 6% circa dopo la sentenza della Corte Suprema statunitense di febbraio che ha annullato parte delle tariffe. Questo spiega perché il temuto “effetto Liberation Day” sui prezzi americani non si sia in realtà materializzato. Più delicata la partita delle materie prime industriali – rame in testa, cruciale per la transizione energetica – i cui prezzi sono saliti sensibilmente. Sul fronte alimentare, Prometeia stima che uno shock climatico legato all’innalzamento delle temperature previsto per il 2027 potrebbe tradursi in un aumento del 4% delle commodity agricole e poco di più per quelle alimentari nei prossimi dodici mesi, con un impatto potenziale fino a mezzo punto percentuale sull’inflazione complessiva, considerato il peso degli alimentari trasformati (15-20%) anche nelle economie avanzate.
Quanto a petrolio e gas, dopo il picco della crisi i prezzi sono in gran parte rientrati: il greggio oscilla oggi tra 70 e 75 dollari al barile, con i futures che segnalano un’ulteriore discesa nei prossimi mesi, mentre il gas resta più sopra i livelli pre-crisi, intorno ai 44 euro/MWh. Anche le aspettative di inflazione di famiglie e imprese, pur in aumento (intorno al 4-5%), restano relativamente contenute. Sul fronte monetario, Forni segnala la sorpresa della Fed, che a giugno ha lasciato invariati i tassi nonostante le pressioni, mentre la BCE dovrebbe muoversi con un rialzo a settembre. Guardando ai conti pubblici italiani, il deficit dovrebbe scendere sotto il 3% entro fine anno, ma con un percorso meno favorevole di quello indicato dal Governo per via delle pressioni di spesa, a partire dalla difesa: l’obiettivo NATO del 2% sarebbe già stato raggiunto, secondo quanto annunciato dalla premier Giorgia Meloni, con la prospettiva di arrivare al 5% negli anni a venire.
Nel suo intervento sugli impatti economici globali della guerra in Medio Oriente, Lorena Vincenzi, partner di Prometeia, ricorda come la politica dei dazi statunitense abbia pesato sul dollaro, deprezzatosi in modo significativo non solo fino al “Liberation Day” – il momento di massima virulenza di quella politica – ma anche nei mesi successivi, fino a luglio, quando è stato trovato un accordo commerciale tra Stati Uniti ed Europa che ha in parte ridimensionato le tensioni, in attesa della firma definitiva.
Francesco Giovanardi, senior specialist di Prometeia, ricostruisce l’andamento dell’inflazione al consumo nell’area euro e in Italia dopo lo shock della chiusura dello Stretto di Hormuz. A fine marzo il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia aveva parlato della «più grave crisi energetica di sempre»: una definizione giustificata dai numeri, con il petrolio salito del 46% e il gas di quasi il 60% su base mensile, valori collocati nella coda estrema della distribuzione storica delle variazioni. Nelle settimane più recenti, però, il petrolio ha recuperato gran parte del terreno perso, mentre il gas si sta lentamente riportando verso i livelli pre-crisi, restando comunque lontano dai picchi del 2022.
Secondo Giovanardi, l’accelerazione dell’inflazione europea è finora quasi interamente riconducibile alla componente energetica, trasmessa soprattutto attraverso il prezzo dei carburanti alla pompa – saliti meno in Italia anche grazie agli interventi del Governo. L’inflazione core, cioè al netto di energia e alimentari, non mostra invece cambi di tendenza significativi. Anche gli alimentari, già su una traiettoria di crescita prima dello shock (complice il rincaro dei fertilizzanti), hanno in parte recuperato. Le simulazioni di Prometeia sugli shock petroliferi storici indicano che i beni energetici reagiscono da subito e restano su livelli elevati per circa 12 mesi, mentre l’indice generale dei prezzi tocca un picco più contenuto ma più tardivo, segno di una trasmissione progressiva lungo la catena del valore. L’Italia, secondo questi modelli, risulta più esposta della media dell’area euro: nello scenario calibrato sullo shock attuale, il picco dell’inflazione generale sarebbe del 2% dopo 11 mesi per l’area euro e del 3% per l’Italia, sempre dopo 11 mesi.
Due le note più incoraggianti evidenziate da Giovanardi: lo shock attuale appare meno persistente di quello medio osservato in passato, con il prezzo del petrolio atteso tornare su livelli più bassi rispetto a quanto suggerirebbero i modelli storici; inoltre è in atto una transizione energetica, sia per le famiglie sia per le imprese, che riduce strutturalmente i consumi di energia, come già avvenuto dopo il 2008 e durante il Covid. La previsione complessiva di Prometeia per l’inflazione resta quindi limitata, con un picco del 3,1% sia per l’Italia sia per l’area euro, ben lontano dai livelli toccati nel 2022.
Il quadro sull’Italia, illustrato da Monica Ferrari, associate partner di Prometeia, si muove lungo l’asse resilienza-fragilità evocato nel titolo del Rapporto. Una parte significativa della crescita registrata nel primo trimestre è attribuibile al PNRR: da qui la doppia lettura, di resilienza – perché l’Italia è cresciuta più del contributo del Piano, nonostante un contesto internazionale particolarmente critico – e di fragilità, perché senza il PNRR la crescita sarebbe stata molto più modesta. Il buon andamento del primo trimestre riguarda tutte le componenti della domanda, dalla spesa delle famiglie alle esportazioni, con un possibile effetto temporaneo legato alle Olimpiadi sul comparto dei servizi, che tuttavia non spiega da solo la dinamica positiva.
Sul fronte estero, la crescita delle esportazioni verso gli Stati Uniti nei primi quattro mesi dell’anno è trainata soprattutto dalla cantieristica navale di alta gamma e dal farmaceutico, un pattern già osservato nel 2025: al netto di queste due voci, le esportazioni italiane sono in realtà diminuite sia nel 2025 sia nei primi mesi di quest’anno. Un punto di forza, secondo Ferrari, legato alla leadership italiana nella cantieristica di lusso e alla presenza di multinazionali farmaceutiche strutturalmente più export-oriented. Sugli investimenti, il PNRR ha sostenuto sia macchinari e impianti sia le costruzioni non residenziali, con la spesa del Piano che quest’anno tocca il massimo storico prima di ridursi nei prossimi tre anni. Rispetto alla Spagna, altro grande beneficiario dei fondi europei, l’Italia ha destinato una quota maggiore di risorse alle costruzioni piuttosto che a prodotti tecnologicamente avanzati, con un contributo alla crescita potenziale meno marcato. Le imprese italiane, dal canto loro, presentano nel complesso una vulnerabilità finanziaria contenuta rispetto alla media di lungo periodo, avendo accumulato dal 2018 attività finanziarie nette e liquidità – anche per motivi precauzionali – che oggi consentono un maggiore autofinanziamento degli investimenti, compresi quelli per l’efficientamento energetico.
Quanto alle famiglie, lo shock attuale arriva in un momento in cui l’Italia, unica tra i grandi paesi europei, non aveva ancora recuperato il potere d’acquisto perso con il precedente shock energetico – un impatto che, ricorda Ferrari, colpisce in misura maggiore le famiglie a basso reddito. Diversamente dal recente passato, la propensione al risparmio appare oggi stabile piuttosto che in aumento, segnale di un maggior dinamismo dei consumi la cui interpretazione definitiva, sottolinea Ferrari, sarà possibile solo con la pubblicazione dei dati sulla distribuzione del reddito relativi al 2024.
Nella seconda parte dell’incontro interviene Roberta Gatti, capo-economista MENA (Medio Oriente e il Nord Africa) della Banca Mondiale, che offre una lettura di più lungo periodo sulla regione. Gatti ricorda una lunga sequenza di shock – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dal conflitto dei “12 giorni” di luglio 2025 fino alla guerra in Medio Oriente iniziata a marzo – che ha colpito in modo diseguale i paesi dell’area, con effetti particolarmente pesanti su economie densamente popolate come Bangladesh, Sri Lanka ed Egitto e su paesi come gli Emirati Arabi Uniti, dove i cittadini nazionali rappresentano appena il 10% della popolazione, a fronte di un 90% di lavoratori migranti.
Interrogata sul futuro della regione, Gatti osserva come il petrolio resti la variabile che condiziona le previsioni di molti paesi dell’area, un motivo in più per accelerare la diversificazione economica. La tecnologia per le rinnovabili, sviluppatasi rapidamente, ha in parte cambiato il vantaggio comparato di una regione dove sole e vento sono risorse abbondanti: con i costi delle rinnovabili in calo, la riconversione energetica può diventare una leva di crescita anche per i paesi tradizionalmente esportatori di petrolio, come conferma il caso del Marocco, che si è mosso in anticipo su questo fronte, ma anche – sottolinea Gatti – dagli stessi paesi produttori di greggio, ormai impegnati in una transizione significativa.
Sul tema della ricostruzione di Gaza, e sui 71 miliardi di dollari indicati dal “Board of Peace”, Gatti invita alla cautela: più che di ricostruzione fisica – non è detto, spiega, che si debbano ricostruire gli stessi edifici nello stesso modo – la priorità dovrebbe essere il capitale umano. Una generazione rischia di essere persa: due milioni di sfollati, centinaia di migliaia di bambini che non vanno a scuola da oltre un anno e mezzo e sono esposti alla malnutrizione, che compromette la capacità di apprendimento anche laddove la didattica a distanza via radio fosse disponibile. Per questo, conclude Gatti, se dovesse indicare una priorità partirebbe proprio dal capitale umano, affiancato da un programma di lavori pubblici in grado di sostenere al tempo stesso la ricostruzione materiale.
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