UE, Energy for Future e Fondi di Coesione
Il dibattito sul Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 sta ridisegnando in profondità l’architettura delle politiche europee, mettendo al centro una trasformazione che riguarda non solo la gestione del bilancio dell’Unione, ma anche il rapporto tra coesione territoriale, competitività industriale e transizione energetica. La proposta della Commissione europea, pari a circa 2.000 miliardi di euro, introduce infatti un cambio di paradigma che punta a rendere l’azione dell’UE più integrata, flessibile e orientata ai risultati, attraverso l’introduzione dei Piani di Partenariato Nazionali e Regionali, che diventeranno il principale strumento di programmazione delle risorse.
In questo nuovo assetto, i fondi europei non saranno più erogati esclusivamente sulla base della spesa sostenuta, ma in funzione del raggiungimento di obiettivi misurabili secondo il modello delle “milestones and targets”, già sperimentato con il PNRR. Si tratta di un’impostazione che rafforza il legame tra finanziamenti e riforme, ma che al tempo stesso aumenta la pressione sugli Stati membri e sulla loro capacità amministrativa.
Un elemento centrale del nuovo bilancio è rappresentato dalla transizione energetica, che assume un ruolo trasversale rispetto all’intero impianto finanziario. Il target climatico sale, infatti, al 35% del bilancio complessivo, rispetto al 30% del ciclo precedente, confermando che la decarbonizzazione non è più una politica settoriale, ma una priorità strategica dell’Unione europea. In questo contesto si inserisce la visione sintetizzata nell’espressione “Energy for Future”, che comprende lo sviluppo delle energie rinnovabili, delle reti intelligenti, dei sistemi di accumulo, dell’idrogeno verde, delle comunità energetiche e delle tecnologie pulite, con l’obiettivo di accompagnare anche la riconversione industriale.
Accanto alla dimensione energetica, la Politica di Coesione continua a rappresentare uno dei pilastri fondamentali del bilancio europeo, pur all’interno di un processo di profonda revisione. I principali strumenti, dal Fondo europeo di sviluppo regionale al Fondo di coesione fino a Interreg, confluiranno nei nuovi piani integrati, mantenendo tuttavia la loro missione originaria di riduzione dei divari economici, sociali e territoriali tra le regioni dell’Unione. La Commissione prevede che circa 450 miliardi di euro saranno destinati alla coesione economica, sociale e territoriale, con almeno 218 miliardi riservati alle regioni meno sviluppate, con l’obiettivo di evitare un’Europa sempre più polarizzata tra aree avanzate e territori in ritardo strutturale.
Proprio la nuova architettura dei fondi ha aperto un acceso confronto politico e istituzionale. Il passaggio ai Piani di Partenariato Nazionali e Regionali solleva infatti interrogativi sul futuro ruolo delle regioni nella programmazione delle risorse europee, con il timore diffuso di una centralizzazione delle decisioni a livello statale. Le autorità regionali temono che le priorità di investimento possano essere definite principalmente dai governi centrali, riducendo lo spazio di intervento dei territori e indebolendo il principio di governance multilivello che ha tradizionalmente caratterizzato la politica di coesione.
A questo si aggiunge la questione delle condizionalità macroeconomiche e legate allo Stato di diritto, che potrebbero incidere sull’erogazione dei fondi indipendentemente dalle esigenze dei singoli territori. Il dibattito europeo riflette queste tensioni: da un lato la Commissione, che attraverso il commissario al Bilancio Piotr Serafin insiste sulla necessità di un sistema più semplice, flessibile e strategico; dall’altro il Comitato delle Regioni, che ribadisce come nessuna politica europea dovrebbe compromettere la coesione territoriale, evidenziando il rischio di una progressiva erosione del principio di solidarietà che ha storicamente sostenuto il progetto europeo.
In questo quadro, Energy for Future si configura non solo come acceleratore della transizione energetica, ma anche come possibile strumento di riequilibrio territoriale. Gli investimenti previsti riguarderanno in particolare l’ammodernamento delle reti elettriche locali per integrare le fonti rinnovabili, la riduzione della povertà energetica attraverso la riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico, lo sviluppo delle comunità energetiche nelle aree urbane periferiche e nei territori fragili, oltre alla riconversione dei distretti industriali verso filiere a basse emissioni e il sostegno alle piccole e medie imprese nella transizione tecnologica.
Per l’Italia il nuovo ciclo di programmazione rappresenta una sfida particolarmente rilevante. Il Paese potrebbe beneficiare di una dotazione stimata in circa 86,6 miliardi di euro, confermandosi tra i principali destinatari della politica di coesione. Le opportunità riguardano soprattutto la modernizzazione delle infrastrutture energetiche, il rafforzamento delle reti nel Mezzogiorno, lo sviluppo delle comunità energetiche e la riduzione dei divari territoriali interni. Tuttavia, la questione centrale non è soltanto l’entità delle risorse, ma la capacità amministrativa di programmarle e utilizzarle in modo efficace, evitando ritardi e inefficienze che in passato hanno limitato l’impatto dei fondi europei.
Il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 si configura così come una scelta politica di fondo sul modello di Europa che si intende costruire. La vera questione non riguarda soltanto la quantità di risorse destinate alla transizione energetica, ma il modo in cui essa verrà distribuita tra territori e comunità. Se Energy for Future riuscirà a coniugare innovazione, competitività e coesione, l’Unione europea potrà rafforzare la propria legittimità politica e la propria capacità di azione globale. In caso contrario, il rischio è quello di una transizione che, pur accelerando sul piano tecnologico, finisca per ampliare le disuguaglianze territoriali. Il futuro dell’Europa si gioca ancora una volta sulla capacità di tenere insieme competitività e solidarietà, crescita e coesione, in un equilibrio che rappresenta da sempre la sfida più complessa del progetto europeo.
Le tensioni sul futuro dei Fondi di Coesione emergono chiaramente dalle dichiarazioni dei protagonisti istituzionali. Se il commissario al Bilancio Piotr Serafin insiste sulla necessità di un bilancio “più semplice, flessibile e strategico”, dal fronte delle regioni europee arriva un forte richiamo alla salvaguardia del principio di coesione. La presidente del Comitato delle Regioni Kata Tüttő ha messo in guardia contro una “rinazionalizzazione” della politica di coesione, mentre il principio adottato dalla plenaria del CoR è netto: “No EU policy should harm cohesion”. In questo equilibrio delicato si inserisce anche la posizione italiana, con Raffaele Fitto che richiama la necessità di conciliare riduzione dei divari territoriali e nuove priorità strategiche dell’Unione.
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