Europa

UE, nuove norme anticorruzione

Nel maggio del 2023 la Commissione Europea ha presentato un pacchetto anticorruzione, basato sull’articolo 83 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea), che definisce la corruzione come un reato particolarmente grave con dimensione transfrontaliera. Secondo un Eurobarometro del 2025, il 69% degli europei ritiene che la corruzione sia diffusa nel proprio paese e il 66% considera insufficienti le azioni intraprese contro i casi di corruzione di alto livello. La nuova direttiva europea anticorruzione, approvata dal Parlamento europeo il 26 marzo 2026 con un ampio consenso (581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni), segna uno dei passaggi più rilevanti degli ultimi anni nella costruzione di un sistema europeo più coerente nella difesa dello Stato di diritto. Per la prima volta, l’Unione Europea introduce un quadro armonizzato di reati, sanzioni e obblighi di prevenzione anticorruzione, imponendo agli Stati membri il recepimento delle nuove norme entro un termine di due anni.

La logica alla base del provvedimento è quella di superare la frammentazione normativa che, nel tempo, ha reso difficile contrastare in modo uniforme i fenomeni corruttivi, soprattutto quando questi assumono una dimensione transnazionale o coinvolgono rapporti complessi tra settore pubblico e privato. Secondo le istituzioni europee, l’obiettivo è costruire uno standard minimo comune in grado di garantire maggiore efficacia alle indagini e ai procedimenti giudiziari, riducendo le differenze tra i sistemi penali nazionali e le conseguenti “zone grigie” che possono favorire impunità o inefficienze.

Il cuore della direttiva è rappresentato dall’introduzione di un catalogo uniforme di reati che tutti gli Stati membri saranno obbligati a recepire nei propri ordinamenti. Tra questi figurano la corruzione attiva e passiva, sia nel settore pubblico sia in quello privato, con un’equiparazione sostanziale delle sanzioni; il traffico di influenze illecite, che viene esteso anche a forme indirette o mediate di intermediazione; l’esercizio illecito di funzioni pubbliche, pensato per colmare lacune presenti in alcuni sistemi giuridici nazionali; l’arricchimento mediante corruzione, che punisce il possesso consapevole di beni di provenienza illecita da parte di funzionari pubblici; l’intralcio alla giustizia e l’occultamento dei proventi del reato, con particolare attenzione a condotte come minacce, depistaggi e distruzione di prove; e infine diverse fattispecie di appropriazione indebita e reati connessi, anche in ambito aziendale.

Un altro elemento centrale della riforma riguarda la responsabilità delle persone giuridiche. Le imprese coinvolte in reati corruttivi saranno soggette a sanzioni pecuniarie minime particolarmente elevate, parametrate al fatturato globale, con l’obiettivo di rendere effettivamente dissuasivo il sistema sanzionatorio anche nei confronti dei grandi gruppi multinazionali. Accanto alla dimensione repressiva, tuttavia, la direttiva introduce un importante meccanismo di incentivo alla compliance: l’adozione di efficaci sistemi interni di controllo, etica e prevenzione, unita alla segnalazione volontaria e tempestiva delle condotte illecite, potrà costituire una significativa attenuante nella determinazione delle sanzioni.

Accanto alla repressione, il testo rafforza in modo deciso anche la dimensione preventiva. Gli Stati membri saranno infatti obbligati a dotarsi di strategie nazionali anticorruzione strutturate e aggiornate, a implementare sistemi di valutazione del rischio e a pubblicare dati annuali disaggregati e comparabili, con l’obiettivo di rendere misurabili e confrontabili le politiche pubbliche in materia di integrità. La corruzione viene così affrontata non solo come fenomeno giuridico, ma come questione di governance e trasparenza amministrativa.

Particolare attenzione viene riservata anche alla tutela dei whistleblower, con il rafforzamento dei canali di segnalazione e delle garanzie contro eventuali ritorsioni nei luoghi di lavoro pubblici e privati. La direttiva introduce inoltre un principio di maggiore partecipazione civica, consentendo a cittadini e associazioni di costituirsi parte civile nei procedimenti per corruzione, riconoscendo esplicitamente la natura collettiva del danno prodotto da questi reati. Sul piano processuale, viene previsto un sistema di termini minimi di prescrizione, che possono arrivare fino a otto anni per le fattispecie più gravi, con l’obiettivo di evitare che procedimenti complessi si estinguano prima di giungere a una decisione definitiva.

Per l’Italia, il recepimento della direttiva si presenta come una sfida particolarmente delicata. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio nel 2024 ha lasciato un vuoto normativo che il dibattito giuridico non ha smesso di segnalare. La nuova figura dell’“esercizio illecito di funzioni pubbliche” introdotta a livello europeo riporta il tema al centro dell’agenda politica e legislativa nazionale, imponendo una riflessione sul perimetro delle responsabilità dei pubblici funzionari. Il legislatore italiano si trova così davanti a un bivio: intervenire con una nuova disciplina penale per colmare le lacune evidenziate oppure esporsi al rischio di una procedura d’infrazione europea.

Il contesto rende il quadro ancora più sensibile, anche alla luce del peggioramento dell’Italia nell’Indice di Percezione della Corruzione, sceso negli ultimi due anni da 56 a 53 punti, segnale di una fiducia istituzionale ancora fragile. In questo scenario, la direttiva non rappresenta soltanto un insieme di obblighi giuridici, ma anche un banco di prova politico e istituzionale.

Al di là degli aspetti tecnici, il provvedimento riflette una scelta di fondo: considerare la corruzione non solo come un reato individuale, ma come un fenomeno sistemico che incide sulla qualità della democrazia, sull’efficienza dei mercati e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. In questa prospettiva, la lotta alla corruzione diventa parte integrante della strategia europea per la tutela dello Stato di diritto e per il rafforzamento della coesione tra gli Stati membri.

La direttiva entrerà in vigore il 31 maggio 2026, mentre gli Stati avranno 24 mesi per adeguare i propri ordinamenti e ulteriori 36 mesi per implementare le strategie nazionali anticorruzione e i sistemi di monitoraggio. Da Bruxelles ai parlamenti nazionali, la sfida ora è trasformare un impianto normativo ambizioso in riforme concrete, capaci di incidere realmente sulla qualità delle istituzioni e sul rapporto tra cittadini e potere pubblico.

La relatrice Raquel García Hermida-van der Walle (Renew, Paesi Bassi) ha dichiarato: “Questa legge è storica. La corruzione ha portato al silenziamento di giornalisti, alla morte di cittadini e a vite spezzate. Dietro ogni statistica c’è un nome, una storia e un futuro negato. La corruzione drena inoltre miliardi dalle nostre economie, erode la fiducia nelle istituzioni e mina la democrazia stessa. Se non contrastata, minaccia le fondamenta stesse della nostra Unione. Questa legge serve a difendere l’Europa nel suo nucleo e a rispondere alle esigenze dei cittadini“.

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