Di Biagio (PI): energia, invertire il trend di chiusura alle rinnovabili

Energia, Attività produttive, Ambiente, le direttive europee e il loro recepimento: a che punto è, in Italia, la Green Economy? Nel delicato passaggio di testimone dal Governo Letta a Renzi ma con scadenze in materia ambientale per il Paese definite e stringenti, abbiamo raccolto l’opinione di Aldo Di Biagio, senatore dei “Popolari per l’Italia”. Mentre infatti alla Camera è da lungo tempo in corso una Indagine conoscitiva sulla Green Economy, Di Biagio – che è Vicepresidente della Commissione Territorio, Ambiente e Beni ambientali di Palazzo Madama – ha presentato un Disegno di Legge su questa materia già assegnato alle Commissioni.

Senatore, il suo Ddl è centrato su due punti che sono fondamentali in un programma di Green Economy: la semplificazione di alcune procedure ambientali per le bonifiche dei siti industriali e la ‘decarbonizzazione’ dell’economia. Partiamo dal primo punto: cosa significherebbe, in concreto ed in numeri, riqualificare le aree industriali dismesse? Quante sono? Dove sono? Se ne avrebbero vantaggi dai punti di vista industriale ed ambientale insieme?

Ho sempre creduto che per creare crescita sostenibile e rilancio economico fosse necessario partire da quello che si ha, orientandolo però verso percorsi di razionalizzazione e di adeguamento a parametri produttivi ed ambientali ottimali. Ed è proprio in questa prospettiva che bisogna inquadrare l’urgenza di fattivi progetti di riqualificazione di aree industriali dismesse, che rappresentano un vero e proprio potenziale, spesso trascurato o affrontato non con la giusta importanze.

Giusto per avere idea di questa realtà, basti pensare che in Europa sono oltre 20mila i siti di questo tipo, che spesso sorgono in aree per così dire strategiche sotto il profilo infrastrutturale e logistico, pertanto la loro riabilitazione rappresenterebbe un ottimo punto di partenza per nuovi impegni industriali. Molto spesso i siti industriali dismessi presentano però importanti urgenze di carattere ambientale, tali da necessitare interventi di bonifica in ragione delle eventuali contaminazioni determinate dalle precedenti attività industriali in loco. Sappiamo che l’attività di bonifica determina costi e questo spesso rappresenta un deterrente per le progettualità di investitori. In questa prospettiva sicuramente il riuso è da intendersi come un’opportunità vantaggiosa sotto il profilo industriale ma anche ambientale ma non si possono trascurare gli elementi di criticità come i costi ed i rallentamenti burocratico-amministrativi.

In ragione di tali aspetti ho ritenuto opportuno depositare un Ddl che, affrontando gli aspetti di maggiore ostilità, indicasse una sorta di soluzione semplificata per superare almeno il versante amministrativo delle suddette criticità.”

Quali altri ostacoli, oltre alle difficoltà autorizzative, si oppongono alla riqualificazione delle aree industriali dismesse?

“Come ho evidenziato anche nella relazione illustrativa al citato Ddl, in Italia il combinato disposto delle burocrazie ambientali, a partire dai riscontri dei ministeri competenti, delle regioni coinvolte, dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e ARPA (Agenzia regionale per la protezione ambientale), e dei veti politici locali «trascina» le procedure per anni creando quell’impasse che certamente non è funzionale alla fattiva attuazione di un progetto di riuso.

Ma al di là di aspetti connessi all’autorizzazione al singolo progetto di recupero ritengo che ulteriori ostacoli vadano rintracciati sia nel mancato censimento delle aree industriali, tale da consentirne un chiaro e attivo monitoraggio, sia nei costi non trascurabili che un intervento di bonifica e conseguente riqualificazione potrebbe comportare. Proprio in ragione di questo ultimo aspetto ritengo che sarebbe indispensabile far collimare gli interessi privati con quelli pubblici al fine di consentire la configurazione della riqualificazione industriale come un intervento in grado di equilibrare il rapporto tra vantaggi economici, sociali ed ambientali.”

Il secondo tema sul quale è centrato il Suo Ddl è quello della ‘decarbonizzazione’ dell’economia, anche attraverso il rifinanziamento della legge sulla Green Economy. Si parla tanto di fonti di energia rinnovabile. Oltre ai pannelli solari per i tetti, abbiamo la leadership mondiale su tecnologie come il solare a concentrazione, sviluppato dall’Enea, o come la coltura delle alghe che consente di decuplicare la produzione di biocarburanti rispetto alle specie vegetali in uso. Eppure i Paesi arabi, produttori di combustibili fossili, installano il nostro Solare a concentrazione mentre noi paghiamo in bolletta il ‘capacity payment’ per sostenere la nostra produzione termoelettrica, ostacolando il faticoso lavoro per rispettare i termini delle stringenti direttive europee sulle emissioni di CO2. E’ possibile un passaggio solo ‘lento’ alle Rinnovabili? Il suo Ddl può contribuire ad accelerare i tempi?

“Purtroppo quanto da lei evidenziato rappresenta  una  contraddizione oggettiva del nostro sistema energetico ed ordinamentale, dinanzi alla quale però i tentativi di riequilibrio sono molteplici e tra questi sicuramente si può inquadrare anche il mio disegno di legge. Certamente, in Italia stenta a decollare una vera e propria cultura delle rinnovabili ed un graduale ridimensionamento dell’indiscutibile potere dei monopoli energetici del paese. Ovviamente, stando questa evidente condizione appare difficile raggiungere gli obiettivi europei e nel contempo garantire quel necessario scollamento dalla dipendenza petrolifera. Riguardo al capacity payament, che tanto ha fatto discutere negli ultimi mesi, sarebbe auspicabile individuare meccanismi di accumulo della sovraccapacità energetica e distribuirla meglio, piuttosto che continuare a fornire garanzie ai produttori di energie non rinnovabili. Come vede esistono molteplici strade percorribili in grado di ottimizzare l’efficienza energetica alienando nel contempo la produzione “tradizionale”  ma credo che il percorso verso questa emancipazione energetica non potrà essere molto rapido.

Sicuramente il mio Ddl vuole inserirsi in un percorso virtuoso legittimando una sorta di emancipazione energetica periferica, che partendo dagli enti locali sappia consentire quella auspicata evoluzione culturale. Infatti attraverso l’attuazione dello strumento programmatico principale della delibera CIPE, che orienta gli investimenti della pubblica amministrazione e delle imprese verso tecnologie, sistemi e prodotti a basso contenuto di carbonio e consentendo  agli enti locali di poter sviluppare programmi di intervento sul proprio patrimonio immobiliare al fine di massimizzarne l’efficienza energetica e l’uso delle fonti rinnovabili di energia, questo potrebbe consentire un risparmio di energia con il conseguente risparmio sul bilancio dell’ente proponente, innescando quel circolo virtuoso propedeutico al già citato percorso di emancipazione energetica. Dobbiamo rispettare chi investe in ricerca. Dobbiamo dare a questi soggetti certezza del diritto, un quadro di regole chiaro e una tempistica precisa come nel resto del mondo. Grazie alla volontà di nostri imprenditori sia nel solare che nella chimica verde abbiamo dei fuoriclasse che a volte non possono giocare per impraticabilità di campo o perché l’arbitro, le istituzioni, non si presentano.”

Senatore, ma questa Europa è troppo ‘Green’? Facciamo male ad essere i primi della classe? Non ci conviene, invece, esserlo per detenere la leadership tecnologica dell’economia che verrà?

“Ovviamente non possiamo parlare di un’Europa troppo green, anche perché, come ben sappiamo, le esperienze e le potenzialità all’interno dell’Unione sono molto diverse. Sicuramente la nuova strategia sul clima, tra l’altro esposta nei giorni scorsi in Parlamento dal commissario Hedegaard ed i nuovi obiettivi europei, impongono  nuovi scenari e nuove prospettive. In particolare l’invito del Commissario al sostegno delle rinnovabili come volano per l’occupazione e come incentivo alla ricerca e allo sviluppo su questo versante.

Credo che esistano tutte le premesse per rivedere le potenzialità green dell’Europa ed eventualmente perfezionare quello che è certamente un ruolo determinante dell’Unione sul versante tecnologico. Per quanto riguarda il nostro paese, abbiamo davanti una grande sfida, anche in ragione del prossimo semestre di Presidenza europea, quella di poter intraprendere una leadership nel settore energetico attraverso l’attuazione dei rinnovati obiettivi della strategia europea e attraverso un coinvolgimento serio di cittadini e imprese; ma questo sarà possibile soltanto invertendo il trend di chiusura operato verso le energie rinnovabili in questi ultimi mesi.”

©Futuro Europa®

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