Esteri

Groenlandia, non è una questione di sicurezza

Intorno alla contesa sulla Groenlandia si gioca una partita strategica che poco riguarda la sicurezza degli USA, semmai le ambizioni di un Presidente dal passato affarista-immobilista.

L’Artico da anni è diventato oggetto di interesse primario per lo scioglimento dei ghiacci, quindi per la ricerca di risorse del sottosuolo e l’apertura di nuove rotte navali. Quando Trump dichiara di volersene impadronire perché ciò avvantaggia la sicurezza di tutti i membri della NATO fa un’affermazione facilmente confutabile.

La sicurezza transatlantica, come finora è stata concepita, si basa su una stretta alleanza che ha permesso, soprattutto agli americani, di stanziare mezzi e truppe per anni liberamente (basta ricordare i piloti impuniti della tragedia del Cermis) sul territorio degli alleati. Indubbiamente ciò vale anche per la Groenlandia che rappresenterebbe un asset essenziale per la sicurezza collettiva. Se Trump afferma quindi che possederla è necessario perché controllarla nel contesto dell’Alleanza non è sufficiente, praticamente dice che vuole accaparrarsi le risorse economiche di quella enorme isola essenzialmente spopolata e afferma ancora più chiaramente il suo concetto di sicurezza dell’Occidente che intende dal Circolo polare fino alla Patagonia poiché nella sua concezione l’Europa è “Oriente”.

Il senso di abbandono che necessariamente deriva, depone in maniera ancora più chiara a favore del mantenimento del possesso della Groenlandia. Se l’Europa la perdesse si priverebbe di risorse essenziali per dotarsi di una industria e avere quelle risorse che caratterizzano le tecnologie del futuro utili al nostro benessere e alla nostra sicurezza.

Amaramente dobbiamo constatare che le richieste che da circa vent’anni i vari Presidenti americani hanno fatto agli Europei di aumentare la spesa per la difesa, avrebbero dovuto essere più ascoltate per accelerare l’Indipendenza strategica europea oltre che per rafforzare la NATO.

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