Science & Tech

Siamo online sei ore al giorno

In Italia, nove persone su dieci sono connesse a Internet. Il 90% della popolazione passa in media 5 ore e 39 minuti al giorno online, di cui 1 ora e 48 minuti sui social media. I dati arrivano dal Digital Report 2025 di We Are Social, pubblicato lo scorso febbraio, e fotografano un Paese in cui la connessione digitale è ormai pervasiva quanto l’elettricità. Eppure, una domanda resta: quella connessione è davvero presenza?

Il tempo trascorso davanti agli schermi non racconta tutta la storia. La maggior parte di quelle ore in molti casi viene spesa in modalità passiva: contenuti proposti dagli algoritmi, video che partono automaticamente, feed infiniti che scorrono senza un obiettivo preciso. Le informazioni arrivano, non le cerchiamo. I video partono, non li scegliamo. A questo fenomeno ho dato un nome: sonnambulismo digitale. Siamo dentro la tecnologia, ma non la governiamo. La abitiamo senza consapevolezza, come chi cammina nel sonno attraverso una casa che conosce a memoria.

L’intelligenza artificiale sta accelerando questa dinamica. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, presentato nel febbraio 2025, il 99% degli italiani ha sentito parlare di intelligenza artificiale e l’89% conosce l’AI generativa. Il 53% delle grandi aziende italiane ha già acquistato licenze per strumenti come ChatGPT o Microsoft Copilot, una percentuale superiore a Francia, Germania e Regno Unito. Siamo tra i più veloci nell’adozione, ma tra i più lenti nella comprensione. L’adozione rapida non significa consapevolezza profonda. Spesso si cercano soluzioni immediate, non pensiero critico. Il rischio è che l’AI diventi l’ennesimo strumento utilizzato in modo automatico, delegando alla macchina non solo l’esecuzione, ma anche la riflessione.

L’Italia ha sempre pensato lento. Forse oggi è un vantaggio. Esiste una tradizione europea, e italiana in particolare, legata alla lentezza: quella del pensiero che si prende tempo, della qualità che non si improvvisa, dell’attenzione che non ha fretta. La tecnologia chiede velocità, quantità e reazione immediata. Ma forse servono momenti in cui fermarsi e chiedersi: perché? dove? con quale scopo? Non si tratta di nostalgia o di resistenza al cambiamento. Si tratta di costruire una cultura digitale che sappia discernere, non solo consumare. In un mondo digitale che corre sempre più veloce verso destinazioni poco chiare, la fatica del discernimento potrebbe essere la risorsa che non vediamo più.

Questo è il cuore di quello che chiamo Digitalogia: non un rifiuto della tecnologia, ma una riappropriazione del nostro ruolo dentro di essa. Serve etica, consapevolezza e responsabilità all’altezza degli strumenti che usiamo ogni giorno. Il digitale non è il problema. I sonnambuli digitali sì.

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