Cronache dai Palazzi

Le principali voci di spesa della manovra “zero emendamenti” sono le seguenti: 11 miliardi per il taglio del cuneo fiscale; 7,3 miliardi per il rinnovo dei contratti della Pubblica amministrazione; 4,3 miliardi per la riforma delle aliquote Irpef; 3,1 miliardi per le imprese e, infine, 3 miliardi per la sanità. Entro il 21 novembre la Commissione Ue dovrà comunicare il parere in merito ed entro il 31 dicembre le Camere dovranno approvare la legge di Bilancio 2024. I ddl collegati, per cui gli emendamenti sono ancora autorizzati, dovranno invece essere presentati entro il 31 gennaio. Non a caso le opposizioni hanno riversato sul decreto Anticipi o sul decreto Proroghe una serie di “mini” richieste che di solito confluiscono nella manovra, tantoché si contano quasi mille emendamenti, tra i quali 300 provengono dalla stessa maggioranza. In questo contesto il presidente della commissione Bilancio del Senato, Nicola Malandrini, puntualizza: “Lavoreremo solo sugli emendamenti ordinamentali che non abbiamo impatto sui saldi”. A tale proposito i dem protestano: “No alla museruola”.

Salta anche la proroga a fine giugno del Superbonus al 110% richiesta da Forza Italia, per coloro che hanno realizzato almeno il 60% dei lavori entro il 2023. I conti da far quadrare rappresentano il principale nodo da sciogliere. Secondo l’ultimo report dell’Enea gli investimenti ammessi alla detrazione per il Superbonus al 31 ottobre 2023 ammonterebbero a 92,4 miliardi. “Stiamo cercando di mettere un po’ di ordine in una situazione fuori controllo”, ha sottolineato il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Il governo sembra stia lavorando anche sulle pensioni per cui ci si potrebbe aspettare un emendamento dell’esecutivo alla manovra. Per quanto riguarda le pensioni di vecchiaia dei medici Fazzolari assicura che “non verranno minimamente penalizzate”, ciò che non accadrà per quelle anticipate. Il problema sono le coperture in quanto fino al 2032 sarebbero necessari oltre 2 miliardi.

Continua poi il cammino delle riforme: elezione diretta del premier e Autonomie delle Regioni si fanno strada in Parlamento con le opposizioni che non partecipano al voto nella “bicameralina” per gli Affari regionali, che dà il via libera al parere sull’Autonomia. Per i dem “è evidente che si sta umiliando il Parlamento costringendolo a tappe forzate ad arrivare al voto del provvedimento presto, in parallelo con la riforma costituzionale”. Per quanto riguarda il premierato, nello specifico, il capogruppo Francesco Boccia afferma: “Ci opporremo con tutte le nostre forze”. Per le opposizioni aver accelerato il percorso del premierato è la “conferma (all’interno dell’esecutivo) dello scambio con l’Autonomia”. Il regolamento del Senato, inoltre, rende più complicato il lavoro delle opposizioni.

Il 3 novembre il Consiglio dei ministri ha licenziato il via libera al ddl sul premierato e a metà novembre la riforma costituzionale arriverà in Parlamento. L’iter della riforma partirà da Palazzo Madama. Secondo quanto previsto dall’articolo 138 della Carta Costituzionale, il testo sarà adottato “da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi” e, affinché non si arrivi ad un eventuale referendum, il testo dovrà essere approvato dai due terzi dei componenti di ciascuna Aula.

“Per la sfiducia interna alla maggioranza fanno partire le riforme al Senato per uno scambio cinico con l’Autonomia”, ribadisce Elly Schlein, aggiungendo: “Non vorrei che Meloni usasse le riforme perché non si fida di Salvini e Tajani, quindi, vuole essere sicura già da ora che ci sia il suo nome sulla scheda”. Il fatto di partire da Palazzo Madama “non è una scelta politica. Se il provvedimento parte da una Camera, non è che poi non va nell’altra, è indifferente”, ha a sua volta puntualizzato la ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati, fornendo a proposito del cambio dell’Aula di partenza anche una spiegazione ufficiale, che apparterebbe a tutto il centrodestra: “È finita l’Autonomia in commissione, ormai è stata esitata, quindi c’è lo spazio”.

Non comprendendo le polemiche, la ministra Casellati ammonisce dicendo: “Di fronte alle perplessità” per “l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, abbiamo rinunciato pensando a un premierato”. In pratica “il confronto non significa scrivere una norma sotto dettatura”. Ma per le opposizioni tali riforme rappresentano comunque un modo per offuscare la manovra, oltreché uno straordinario mezzo di propaganda elettorale in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Secondo la riforma l’elezione diretta del premier sarà contestuale al rinnovo delle Camere e avverrà con il voto su un’unica scheda.

La segreteria dem sottolinea: “Noi abbiamo accettato il confronto portando le nostre proposte; sfiducia costruttiva e legge elettorale. Però loro non vogliono rinunciare alle liste bloccate”. In questo contesto la richiesta delle opposizioni è quella di una “conferenza dei capigruppo urgente”. Nel mirino un eventuale depotenziamento dei poteri del Quirinale. Secondo la riforma il Capo dello Stato, oltre a non nominare il presidente del Consiglio – pur continuando ad assegnare al premier il compito di formare il governo – non potrà più sciogliere un solo ramo del Parlamento per cui tale riforma costituzionale modificherebbe l’articolo 88 della Carta. Nonostante tutto la maggioranza continua a ribadire che i poteri del Colle sono rimasti inalterati. Modificato anche l’articolo 59 della Costituzione, nello specifico il secondo comma che riguarda la nomina dei senatori a vita, per cui non ne potranno essere nominati altri. La prerogativa di nominare dei senatori a vita era (e per ora lo è ancora) una prerogativa del Capo dello Stato. Se passerà la riforma solo gli ex presidenti della Repubblica potranno diventare senatori a vita, come accade tuttora, e gli attuali manterranno comunque la carica.

A proposito di Patto di Stabilità il tempo stringe, da gennaio 2024 tornerà in vigore. “Sicuramente se si raggiunge un accordo sulle nuove regole fiscali ci sarà un assestamento tra la fase attuale e quella successiva”, ha spiegato il commissario Ue per gli Affari economici e monetari Paolo Gentiloni, ma “se non si raggiunge un accordo sulle nuove regole, tornano in vigore le regole precedenti”, che la Commissione ha comunque rimodulato alla luce della nuova riforma. Il 21 novembre la Commissione comunicherà le valutazioni del progetto di Bilancio: “Esamineremo la crescita della spesa primaria netta, il ritiro delle misure di sostegno all’energia, e se gli investimenti pubblici finanziati a livello nazionale vengono preservati”, ha spiegato Gentiloni ricordando inoltre che il 15 novembre saranno rese note le previsioni macro. Ogni Paese coinvolto dal Piano dovrà ottimizzare, far diminuire, il rapporto debito/Pil, che dovrà essere inferiore a quello dell’inizio del periodo. La richiesta di salvaguardia del deficit comporta che esso non superi il 3% per far sì che i diversi Paesi abbiano un cuscinetto fiscale in caso di peggioramento del quadro economico. Per quanto riguarda gli investimenti e le risorse del Pnrr è prevista una eventuale “zona di atterraggio” per cui gli investimenti sono considerati sufficienti ed è considerato un piano di rientro in sette anni. Negli anni in cui si concentrano le spese legate al piano di ripresa non sarebbe richiesto l’aggiustamento lineare.

In valore assoluto il debito pubblico italiano ammonterebbe a 2.790 miliardi, 100 miliardi è la cifra che corrisponde alla spesa per interessi sul debito italiano prevista nel 2026. Il tetto per i debiti pubblici previsto dal Patto è pari al 60%, superato il quale è previsto un rientro del 5% annuo. In sostanza i due pilastri del Patto di Stabilità e crescita sono il deficit che non deve superare la soglia del 3% del Pil e il debito pubblico che non deve superare il 60%. Il Patto, sospeso nel marzo 2020 a causa della crisi pandemica, tornerà ad essere operativo da gennaio 2024, continuando a stabilire le regole di governance economica dell’Ue. Fin dal principio uno degli obiettivi della riforma del Patto di Stabilità è stato semplificare le regole per renderle più comprensibili e facilmente applicabili. In questo frangente risulta essenziale non complicare il quadro a causa delle richieste dei singoli Paesi, anche dopo la crisi causata dalla pandemia e i suoi onerosi effetti. La Commissione europea è l’organo deputato a vagliare e soppesare le diverse decisioni da mettere in campo.

Entro il mese di novembre è prevista una nuova riunione straordinaria dei ministri delle Finanze Ue, in primo luogo per prevenire un peggioramento della situazione economica. Fonti del Mef rendono noto che l’Italia, nello specifico, non teme il ritorno alle vecchie regole fiscali anche con riferimento a ipotesi di revisione economica penalizzanti che potrebbero introdurre ulteriori parametri di calo del deficit al di sotto del 3% del Pil. Rimesso in moto il Patto la Commissione europea potrà tornare ad aprire eventuali procedure di infrazione. In definitiva, e in sintesi, la riforma del Patto prevede che ogni Paese prepari un piano di risanamento del debito basato sulla spesa pubblica netta. Il piano ha una durata di quattro anni ma può essere esteso a sette in caso di investimenti e riforme. Alla fine del piano il rapporto debito/Pil dovrebbe ovviamente essere inferiore a quello iniziale. Per quanto riguarda il nostro Paese la messa in campo del Pnrr dovrebbe garantire la proroga del piano di rientro da 4 a 7 anni. Tra le ultime novità ve ne è una sostanziale, introdotta nell’ultima versione: i prestiti del Pnrr nel 2025 e 2026 e il cofinanziamento nazionale dei fondi Ue saranno presi in considerazione se uno Stato chiede uno scostamento dell’allineamento lineare previsto. Le spese militari, su richiesta in primo luogo della Francia e dei Paesi Baltici, potrebbero giustificare un deficit eccessivo.

A proposito di guerre il conflitto nella striscia di Gaza non accenna a placarsi. Dal G7 dei ministri degli Esteri a Tokyo e da Parigi per l’emergenza Gaza, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ricorda l’obiettivo fondamentale della conferenza di Parigi: “Fronteggiare la crisi umanitaria di cui è vittima la popolazione civile ma anche provare a gestire lo scontro politico, cominciare a pensare al ‘dopo’, al momento in cui bisognerà iniziare a ricostruire Gaza, dal punto di vista materiale e politico. Tajani sottolinea che l’Italia si presenta “con grandissimo senso di responsabilità con equilibrio, con impegno totale”. Pur sostenendo che “Israele ha il pieno diritto a difendersi”, il ministro Tajani ribadisce: “Chiediamo a tutti e quindi allo stesso Israele di difendere i civili, di permettere pause umanitarie nei combattimenti per aiutare la popolazione di Gaza. Chiediamo anche al governo di Israele di mettere un freno alle violenze di coloni estremisti nei territori palestinesi di Cisgiordania”. In aggiunta “vogliamo anche che Israele elimini i gruppi terroristici di Hamas”. In definitiva “per quanto oggi appaia impossibile, vogliamo lavorare alla formula ‘due popoli due Stati’. Non abbiamo alternativa”, chiosa Tajani.

Sulla stessa linea il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dall’Uzbekistan, dove ha visitato una sede del Politecnico di Torino a Tashkent. Nel suo discorso di fronte alla comunità scientifica in occasione della Cerimonia del seminario dal titolo “Direzione 4.0: Collaborazione su Istruzione e Innovazione per la Trasformazione dell’Industria dell’Uzbekistan”, mettendo in risalto “l’attuale fase storica, contrassegnata da tensioni che rischiano di creare nuove fratture al livello globale”, il presidente Mattarella ha sottolineato: “Solamente il dialogo e la cooperazione – fondati sul rispetto reciproco e sul valore inalienabile della persona umana, in tutte le sue diverse manifestazioni – potranno debellare i fantasmi che si riaffacciano dell’imperialismo e consentire di affrontare con successo i problemi che mettono a rischio l’umanità e il suo futuro: i cambiamenti climatici, con l’estensione della desertificazione, la transizione energetica, per assicurare opportunità di crescita, in questo modo, alle giovani generazioni in tutti i continenti”.

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