India

Andateci in India, altrimenti non capirete molte cose. Non avrete idea di cosa voglia dire il rumore e la confusione, a cosa davvero serve il clacson. Per noi occidentali è una cosa da usare solo in caso di necessità; ignorato l’uso al nord Italia aumenta mano a mano che si scende verso sud ma non diventa mai nulla di importante.

In India il clacson è una lingua. Un suono piccolo ha significati che spaziano da “ti sto tagliando la strada” a “mi stai tagliando la strada”. Più intenso “mi hai tagliato la strada e ti ho quasi preso” o “ti ho tagliato la strada e ti ho quasi preso”. Poi le varie sinfonie sottolineano la posizione di motorini e motorette rigorosamente senza casco e le loro scorribande. Da crescendo dell’Aida. All’inizio vivi una sensazione che spazia dalla paura al terrore per poi vivere in una specie di bolla di resilienza che ti accompagna mestamente come un mal di denti pronto a scoppiare.

Un altro aspetto interessante è quello dei bagni pubblici. Gli uomini possono fare plin plin facilmente; i vespasiani improvvisati con due latte messe verticali sono facili da trovare basta seguire la puzza mischiata a curcuma e cardamomo. Dice cose quell’odore un po’ acido? Una specie rara di curry? Non pipì. Le donne si attaccano. Le pari opportunità sono ancora lontane, qualcosa ancora in divenire. Ma il meglio è la qualità dell’aria di una grande città come New Delhi. Ti stupisci come si possa ancora essere vivi.

Ecco, bisogna andare in India per capire cosa significhi vivere nonostante tante cose. Andateci in India. Davvero.

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