Iran, il boia non si ferma

Non c’è disoccupazione per il boia in Iran. Un secondo giovane manifestante è stato impiccato e altri 25 aspettano l’esecuzione. In nessun caso si è trattato di un processo pubblico, in nessun caso l’imputato ha potuto scegliere il proprio avvocato, in nessun caso ha potuto difendersi. Questi macabri morti si aggiungono ai 488 già uccisi dalla polizia durante le manifestazioni e ai 15.000 arrestati. Questo non è più repressione ma genocidio, che i criminali fanatici col turbante nero stanno infliggendo al loro proprio popolo. Nel silenzio complice di altri regimi islamici fanatici e con l’attivo supporto del cinico criminale Putin, sprezzatore di qualsiasi elementare regola di civiltà e diritti umani.

I governi occidentali reagiscono con misure contro i responsabili del massacro, misure che però non hanno alcuna reale efficacia. La sola risposta dignitosa sarebbe quella di rompere i ponti con Teheran e il suo regime teocratico e assassino, e interrompere ogni rapporto commerciale, politico, culturale e anche diplomatico.

Non è facile, lo so, e il rischio è di spingere sempre più gli ayatollah nelle braccia di Mosca, ma questo è ormai da mesi un fatto, e indebolire l’Iran significherebbe a questo punto indebolire anche il suo principale alleato e complice. E prima o poi ci si dovrà arrivare, se non si può lasciar solo un popolo che combatte per il diritto a vivere in libertà e senza oppressione, un popolo che, come quello ucraino, rappresenta e simboleggia in questo momento quei valori nei quali dobbiamo credere e che dobbiamo, purtroppo, difendere.

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