Quel 30 ottobre di un secolo fa

Il 28 ottobre 1922 era iniziata la Marcia su Roma, una dimostrazione definita di volta in volta eversiva, terroristica, dimostrativa e anche un vero e proprio colpo di Stato. A distanza di un secolo sembra sia ancora difficile parlarne per non essere tacciati di fascismo o neofascismo e non scatenare polemiche; in ogni caso è una vicenda storica che ha determinato il corso delle cose non solo nel successivo ventennio in Italia; le sue ripercussioni si sentono anche oggi e, tra revisionismi, nostalgie e guerre ideologiche di posizione ancora è argomento fortemente divisivo.

Ma che cosa accadde due giorni dopo? Quando il Re, Vittorio Emanuele III dette l’incarico a Mussolini di formare il nuovo governo?

È indubbio che alle elezioni del 1921, le prime a cui parteciparono gli elettori delle neo annesse Venezia Giulia e Venezia tridentina, le forze politiche tradizionali non si resero appieno conto della potenziale portata del movimento fascista; la scelta fi Giolitti di sciogliere le camere perché insofferente a dover sempre trattare con i vari gruppi per ogni legge da approvare, non fu certo felice. Il clima squadrista di violenza era già una triste realtà ma, ciò nonostante, Giolitti permise a Mussolini un’alleanza per far confluire i suoi candidati nelle liste dei “Blocchi Nazionali” per contrastare l’ascesa di Socialisti e Popolari. Fu così che trentacinque deputati fascisti entrarono in parlamento. Da quel giorno le violenze e le aggressioni aumentarono; molti giovani risposero alla chiamata del nuovo partito che era formalmente nato dopo le elezioni di quell’anno in quanto prima si era mantenuto come movimento.

Il periodo precedente era stato caratterizzato da governi deboli e di breve durata e il Re non sembrava certo avere il polso della situazione in un quadro politico incerto e all’interno del quale Giolitti, vecchia volpe della politica, ancora teneva, o si illudeva di tenere, le fila della situazione.

La volontà dei fascisti di prendere il potere era evidente. Nel mese di agosto si era riunito a Milano il comitato centrale e mentre Grandi si era pronunciato per una salita al governo seguendo una via legalitaria, Bianchi balbo e Farinacci indicavano quella rivoluzionaria. Mussolini non si pronunciò; secondo Montanelli, nella sua “Storia d’Italia” considerava una marcia di camicie nere un’ipotesi da non scartare, ma forse il suo scopo era quello di usarla come arma di ricatto.

E ciò è quanto probabilmente avvenne. L’esercito, all’interno del quale vi erano innegabili simpatie verso il fascismo, sarebbe stato in grado di fermare la marcia su Roma; ma a che prezzo? La Marcia su Roma poteva terminare nel sangue.

Al governo dal 1° agosto era Luigi Facta che aveva guidato un suo primo esecutivo dal precedente febbraio e quello precedente di Ivanoe Bonomi era durato soli sette mesi. I nomi in pectore erano quelli di Salandra, ancora Giolitti e Vittorio Emanuele Orlando. La scelta di un secondo mandato a Facta era probabilmente da attribuirsi allo stesso Mussolini che lo considerava, nonostante fosse un protetto di Giolitti, il meno qualificato a fronteggiare la situazione. I fatti gli dettero ragione.

Intanto gli iscritti ai sindacati fascisti erano passati da 400 a 700 mila iscritti mentre i socialisti erano vicinissimi ad una seconda scissione che si verificò il 3 ottobre con l’espulsione dei massimalisti di Turati, che avevano accettato di schierarsi apertamente con l’Internazionale di Mosca e, il giorno successivo, fondarono un nuovo partito dopo che già nel gennaio dello stesso anno un’altra componente si era staccata per fondare il Partito Comunista Italiano.

La Marcia su Roma iniziò con i Quadrumviri alla testa e circa 16.000 partecipanti; Facta dichiarò lo Stato di assedio. Cosa fece decidere il Re a non firmare il provvedimento? Si trovava a San Rossore e le notizie giungevano imprecise e frammentarie; al suo rientro a Roma, quando Facta gli presentò il provvedimento, si racconta che glielo strappò dalle mani e, a quel punto, Vittorio Emanuele, verosimilmente, temette di perdere la corona. Il Duca d’Aosta che aveva simpatie fasciste, disobbedendo ad un ordine del sovrano si era mosso da Torino verso Perugia, sede dei Quadrumviri. Facta si dimise e il successivo 30 ottobre il Re dette incarico a Mussolini di formare il nuovo governo.

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