Vittorio Sgarbi: arte, economia, politica

Professor Sgarbi, lei è un’autorità riconosciuta nel campo dell’arte, ma anche un politico con tanta esperienza alle spalle. La cultura fa, o dovrebbe fare, anche muovere l’economia. Arte, politica ed economia paiono, a prima vista, temi diversi, ma penso che siano invece strettamente legati, lei cosa ne pensa?

Politica e cultura non possono essere separate perché non si può fare politica senza cultura, in qualunque direzione o senso si voglia andare. Un ministro della sanità non può non conoscere i problemi che attengono la sanità pubblica, lo stesso vale per l’arte o le infrastrutture. Non possiamo immaginare che la politica possa essere una scienza a parte, questo all’interno del quadro generale. Scendendo nello specifico italiano, non è pensabile incentivare l’economia prescindendo dalla bellezza, dal turismo, dal paesaggio, dalla natura. Non mi pare ci siano attività economiche che operino in misura maggiore del 15% rispetto il pil nazionale, allargando la fruizione dell’arte alla villeggiatura. Da tempo ho immaginato una possibile funzione tra il ministero dell’economia e quello della cultura, quest’ultimo pare essere diventato un manufatto nostalgico che ha il tesoro dei beni culturali. Non abbiamo un valore maggiore del nostro patrimonio artistico, è la prima azienda italiana.

L’arte e la cultura possono sicuramente essere un vettore per il rilancio dell’economia italiana, soprattutto dopo questo periodo così complicato.

Certamente, come dicevo, se dovessi misurare il valore del patrimonio artistico italiano in lingotti d’oro, supereremmo di gran lunga Fort Knox, per quanto i loro depositi possano essere capienti.

La politica, basti pensare alle signorie, alle legazioni papali, il Rinascimento, è sempre stata una fautrice per l’arte. Ma mi pare che la politica moderna, partirei già dal secolo scorso, non abbia trattato l’arte come si deve per valorizzarla a dovere. Tutti i giorni vediamo cose bellissime, ma anche tanta incuria e abbandono nei vari servizi sull’argomento.

C’è una totale mancanza di conoscenza, io stesso, che conosco la materia più di chiunque altro, ho inevitabilmente delle lacune. La vastità del nostro patrimonio artistico è senza limiti.

In occasione del recente Festival del Cinema di Venezia ci sono state molte polemiche e analisi riguardo lo stato della cinematografia italiana e la qualità proposta mediamente, molte colpe sono addebitate al sistema che finanzia la realizzazione delle pellicole. In cosa il potere decisionale, la politica, può migliorare per aiutare lo sviluppo dell’arte?

La politica ha bisogno di consapevolezza, questo comporta tutta una serie di effetti che si ripercuotono sulla buona riuscita dell’operazione che si va a intraprendere.

Uno dei punti riguardanti l’arte che vengono maggiormente sottolineati, è la bellezza. Una parola che pare semplice, ma che ricorre spesso anche nelle sue parole. Questa parola intangibile, soprattutto dopo oltre due anni di sfinimento psicologico, può essere un beneficio per la socialità e il benessere delle persone?

Il discorso del benessere psicologico è un fattore particolarmente complicato, sicuramente possiamo trarre beneficio dalla bellezza, ma non è questo che conta. La bellezza implica una condizione spirituale molto alta e una percezione che si può avere sia per esperienza che per istinto, guardando un Botticelli si rimane affascinati anche se non si è studiato l’argomento.

In base alla sua profonda esperienza e conoscenza dell’arte e della cultura, se domani avesse il potere di attuare delle iniziative, quali potrebbero essere dei progetti volti alla valorizzazione del nostro patrimonio artistico?

La materia è sicuramente molto complessa, ma ad esempio si potrebbero aprire i musei fino alle 21, nessuno va a teatro o al cinema alle 10 del mattino. I turisti stranieri certamente hanno la possibilità di visitarli durante il giorno, ma l’astrazione del museo è fondata sul fatto di essere aperto e possibilmente con forme di gratuità, ad esempio per i residenti. Si possono fare pagare le mostre, ma tenga presente che l’incasso totale dei musei italiani è poco più di 3 volte quello del solo Louvre. Se si considera che stiamo parlando di un introito totale di circa € 200.000.000, non incassarli non sposterebbe quasi nulla, ma trasformerebbe i musei in luoghi di cultura in cui si può entrare e uscire senza problemi a proprio piacimento.

Trovo molta corrispondenza con quanto vedo spesso nei musei che visito per i servizi all’estero, gratuiti ad accesso libero.

Io non conosco persone di Bologna o Roma che vanno ai musei della propria città, sono luoghi indirizzati al turista che viene da fuori, mentre i musei dovrebbero essere come le biblioteche, posti dove entri liberamente. A teatro o al cinema ci vai di sera non di giorno, lo stesso dovrebbe valere per i musei; potrei poi pensare a delle integrazioni per rendere tutto economicamente conveniente e sostenibile. Se al museo unisco un ristorante o un buon bar, quello che recupero dal servizio andrebbe a sanare il biglietto gratuito per il teatro. E’ un fatto che tutti sono disposti a pagare € 30 per una cena, meno a pagarne € 10 per entrare in un museo. A fronte di questo chi va a cena potrebbe in aggiunta la visita al museo, sono tutte idee che mi riprometto di portare avanti e proporre nelle sedi giuste. D’altronde il mio amico sir Denis Mahon, storico dell’arte e studio del Guercino, donò una parte della sua collezione alla National Gallery, imponendo ai musei inglesi che fossero gratis. In compenso sono presenti ristoranti e bar che portano lavoro e introiti a queste istituzioni, così come il British Museum. Perché i musei inglesi sono gratuiti e quelli italiani no? Non ho una risposta convincente su questo. A Firenze vanno 2.000.000 di visitatori, ma almeno 1.500.000 sono turisti in gran parte stranieri. Ritengo che ai fiorentini potrebbe essere riservato, ad esempio, un arco di tempo a entrata gratuita.

[NdR – Photocredit @ Benedivino]

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Un Commento

  • Il professor Sgarbi coglie il nocciolo della questione: la crescita di un paese non può e non deve configurarsi unicamente come scambio di merci. La cultura deve avere un ruolo complementare e, visto il patrimonio che ne esprime il nostro paese, la fruibilità della “BELLEZZA” deve essere alla portata di tutti. Deve essere lo strumento che porta alla consapevolezza e alla formazione delle competenze, soprattutto dei giovani.

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