Ricordo di Francesco Cossiga

Di Francesco Cossiga, di cui questo giornale ha ricordato l’anniversario del giuramento come Presidente della Repubblica, ho una serie di ricordi personali che forse servono a delineare maggiormente il suo carattere e la sua personalità. Lo accompagnai, da Vicedirettore degli Affari Politici della Farnesina, in alcuni viaggi all’estero, dapprima in Irlanda e Canada e poi a Bruxelles. Nei percorsi in aereo, lunghi o brevi che fossero, si creava una certa intimità che in parte aboliva le distanze formali, specie con lui che era nemico di ogni protocollo. La prima volta mi disse, con il suo forte accento sardo: “Ma quanto assomiglia a suo Padre!”. “Lo so” risposi io “ma per fortuna più magro” e lui si mise a ridere e per tutta la durata del viaggio chiacchierammo, o meglio, lui parlò, raccontando episodi a me sconosciuti della sua amicizia con mio Padre, delle battaglie condotte insieme per la NATO e per l’Europa. A quell’epoca, mio Padre era morto da molti anni e ovviamente quei ricordi mi intenerivano. Nel viaggio a Bruxelles, mi prese da parte e mi mostrò il testo del discorso che gli era stato preparato per il banchetto che Re Baldovino avrebbe offerto in suo onore. “È piatto, piatto!” esclamò “non c’è una sola idea originale. Il massimo che hanno trovato per ricordare i legami tra Italia e Belgio è Giulio Cesare, cioè un ricordo coloniale“. Poi mi fissò negli occhi: “Jannù, lei che è mezzo belga, trovi qualcosa di nuovo“. Io tirai di fuori La camera degli sposi, uno dei dipinti più tipici e famosi dell’arte fiamminga, che mostra gli sposi Arnolfini, una famiglia di banchieri italiani operanti a Bruges. Cossiga ne fu incantato e infilò la citazione nel suo discorso, sorprendendo tra l’altro Re Baldovino.

Passarono anni, io diventai Direttore Generale degli Affari Economici, negli anni terribili di Mani Pulite, e Cossiga mi invitava spesso al Quirinale, tra l’altro per la colazione offerta in onore di Boris Eltsin, allora Presidente della Russia, che finì completamente ubriaco e s’inginocchiò come un cavaliere medioevale quando Cossiga gli conferì il Gran Cordone dell’OMRI (Ordine al Merito della Repubblica Italiana). Ci fu la crisi del Governo, il Presidente del Consiglio Andreotti e il Ministro degli Esteri De Michelis erano dimissionari, ed era prossima una riunione del Consiglio Europeo. Cossiga mi chiamò al Quirinale, chiedendomi di portargli un appunto sui temi in discussione perché – mi spiegò – aveva deciso di partecipare lui stesso al Consiglio. A quanto pare c’era stato un precedente: il Presidente greco aveva partecipato in un momento di assenza di governo ad Atene. Però allo stesso tempo mi disse che stava per conferire l’incarico a Craxi. E allora? Devo dire che la cosa mi lasciò molto perplesso, ma con Cossiga non si doveva sempre cercare di capire. Poi lui nominò Amato, con Scotti agli Esteri (di cui divenni per un brevissimo momento Capo di Gabinetto).

Rividi Cossiga dopo l’uscita dal Quirinale. Mi riceveva nel suo ufficio privato, dove teneva una ampia collezione di scudi e medaglie, tra cui figurava l’emblema di Gladio. Andammo insieme a un comizio di Mario Segni, che egli chiamava “l’inopportunista”. Ma il nostro rapporto si intensificò quando andai a Bruxelles come Ambasciatore alla NATO, un’organizzazione per la quale egli aveva speciale considerazione. Allora il Segretario Generale dell’Alleanza era il tedesco Manfred Woerner, che nell’estate del 1992 morì per un cancro. Si doveva sostituirlo, io penavo a Giuliano Amato, ma il Ministro degli Esteri, Martino, gli era ostile. Una mattina, il Segretario Generale della Farnesina, Salleo, mi chiamò per dirmi che al Presidente del Consiglio Berlusconi era venuta in mente la strana idea di proporre per il posto Francesco Cossiga. Quella sera, mentre ero nell’auto di servizio, squillò il telefono: era Cossiga. Senza preamboli mi sparò: “Lei che ne pensa, Jannù?”. Per fortuna ero stato messo sull’avviso e così evitai la figura dello stupido. “Non fa per lei, Presidente”. Risposi. ”Il Segretario Generale deve lavorare con gli Ambasciatori, lei ha un rango diverso”. “Sono d’accordo” mi rispose. E poi aggiunse, “e poi non voglio mettere in imbarazzo Clinton”.

Continuo, dopo tanti anni, a chiedermi cosa volesse dire con quella frase. Ma, come ho già detto, con lui non era sempre possibile chiedersi cosa avesse in mente.

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