Il settennato di Francesco Cossiga

Il 3 luglio del 1985, Francesco Cossiga giurava come ottavo Presidente della Repubblica. La sua elezione, pochi giorni prima, era stata caratterizzata da una grande maggioranza al primo turno dopo le due precedenti travagliate elezioni che avevano portato al Quirinale rispettivamente Giovanni Leone e Sandro Pertini. Fu anche la prima volta che l’elezione avvenne al primo scrutinio con un accordo tra gli allora segretari dei due partiti di maggioranza: Ciriaco De Mita per la DC e Alessandro Natta per il PCI.

Cossiga in quel momento rivestiva la carica di Presidente del Senato dopo che era stato per due volte alla guida di esecutivi che non ebbero lunga vita dal 5 agosto 1979 fino al 28 settembre 1980 ma, precedentemente, aveva ricoperto più incarichi di governo nel corso di una carriera politica che era iniziata nel 1956 quando si distinse come membro di quelli che furono denominati “Giovani turchi”, un gruppo di politici democristiani sardi che, vincendo le elezioni del direttivo provinciale sassarese, estromisero la vecchia guardia locale e presero le redini della locale sezione per poi avviarsi verso incarichi nazionali.

Cossiga era peraltro ricordato principalmente per aver ricoperto la carica di Ministro dell’interno durante gli Anni di piombo e, in particolare, durante il sequestro di Aldo Moro. Nel corso di quegli anni fu accusato da Marco Pannella di essere stato il mandante morale della morte della studentessa Giorgiana Masi, avvenuta a seguito di scontri successivi ad una manifestazione organizzata dai radicali. In quel periodo il suo nome, accompagnato dall’appellativo “boia” veniva scritto con la K come iniziale e con due esse in carattere tedesco, come quelle delle SS hitleriane, al posto di quelle normali.

Forse, a molti, la scelta che cadde su di lui come successore di Pertini sembrò strana; la Democrazia Cristiana aveva candidati di peso e prestigio come Amintore Fanfani, che avrebbe così coronato la sua carriera, e Giulio Andreotti. Forse la scelta fu dettata anche dalla stretta parentela con il leader comunista Berlinguer (erano cugini), morto due anni prima. Ma probabilmente la sua fu una scelta condivisa da tutti i partiti per evitare una lunga serie di scrutini che avrebbero potuto indebolire la figura istituzionale dopo che Pertini aveva trovato un ampio consenso popolare.

Per i primi cinque anni del suo mandato svolse il suo incarico in maniera compita rispettando tutti i propri doveri istituzionali senza particolari momenti di rilievo fino a quando, in contemporanea con la caduta del Muro di Berlino, iniziò le esternazioni che gli portarono l’appellativo di picconatore.

Luciano Violante gli riconosce di essere stato il primo a realizzare che i vecchi partiti stavano crollando e come nessuno ebbe la sua stessa intuizione e niente venne fatto per prevenire o porre almeno un argine a quello tsunami, denominato Mani Pulite, e che due anni dopo travolse tutti i vecchi partiti del vecchio Arco Costituzionale, in primis proprio la DC e il PSI e portò altri a compiere scelte radicali che stravolsero la loro ragione originaria come il PCI, divenuto PDS e il MSI trasformatosi in Alleanza Nazionale.

Non risparmiò neppure sé stesso quando si assunse le proprie responsabilità nei confronti dell’organizzazione Gladio di cui rivendicò “la tutela di quarant’anni di politica della Difesa e della sicurezza per la salvaguardia dell’integrità nazionale, dell’indipendenza e della sovranità territoriale del nostro Paese nonché della libertà delle sue istituzioni, anche al fine di rendere giustizia a coloro che agli ordini del governo legittimo hanno operato per la difesa della Patria”.

Non risparmiò critiche e frecciate ai propri compagni di partito definendo Ciriaco De Mita un ”bugiardo e gradasso boss di provincia”; e Paolo Cirino Pomicino un analfabeta. Per politici di altri partiti abbiamo Achille Occhetto (il picconatore del PCI) che è uno “zombie con i baffi”, Luciano Violante “un piccolo Viscinski” (riferito a colui che era definito “il giudice boia di Stalin”), Giorgio La Malfa “figlio impudente e imprudente d’un galantuomo”. Celeberrima la trasmissione TV in cui appella l’allora magistrato Luca Palamara come un tonno. E visto come quest’ultimo è stato “preso all’amo” dai suoi stessi colleghi forse la definizione era corretta.

Cossiga ha avuto una vita politica anche dopo essersi dimesso dalla carica, quando prese atto del cambiamento radicale del sistema. Fu l’ultimo Presidente della Prima Repubblica della quale è stato forse l’ultimo sopravvissuto. Chissà come verrà giudicato in futuro.

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