Cronache dai Palazzi

Cento giorni di guerra e la pace sembra ancora molto lontana. “La drammatica cronaca di questi giorni ci ricorda come stabilità e pace non siano garantite per sempre”, ha affermato il presidente Mattarella il 2 giugno in occasione della Festa della Repubblica, per di più “la pace non si impone da sola ma è frutto della volontà e dell’impegno concreto degli uomini e degli Stati”. Un valore, la pace, che si fonda “sul rispetto delle persone e della loro dignità, dei confini territoriali, dello stato di diritto, della sovranità democratica, una pace basata sull’utilizzo della diplomazia come mezzo di risoluzione delle crisi tra Nazioni, una pace basata sul rispetto dei diritti umani”. Pace per cui l’Italia “e tutta la comunità internazionale” è impegnata “con un ruolo centrale per favorire il dialogo”. Nel corso del suo discorso il capo dello Stato ha pronunciato la parola “pace” per ben dieci volte.

Dopo tanta devastazione è di certo opportuno incoraggiare il dialogo tra le parti belligeranti ma “dobbiamo farlo uniti, insieme”, ha sottolineato Mattarella. Ribadendo che come italiani “siamo a fianco dell’aggredita Ucraina”, che siamo “impegnati a costruire condizioni di pace e le forze armate concorrono a questo compito sulla base dei mandati affidati da governo e Parlamento”. Il presidente della Repubblica ha puntualizzato le posizioni dell’Italia mirando a responsabilizzare il fronte interno diviso tra militaristi e non, e formato da politici inclini a non condividere le decisioni.

Il presidente Mattarella ha sottolineato che fino ad ora le scelte a proposito di guerra sono stata adottate nel rispetto delle regole della democrazia e attraverso un esecutivo che traduce in operatività le decisioni. Secondo l’articolo 87 della Costituzione, il presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale” e “ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere”, di conseguenza il capo dello Stato vigila affinché non vengano traditi gli obblighi verso la Nato e la Ue. Aderendo al Trattato del Nord Atlantico – “sottoscritto fra Paesi amanti della libertà, con la costruzione graduale e crescente della unità europea, con la partecipazione all’Onu e alle sue iniziative” – il nostro Paese ha sposato “la causa della pace e della cooperazione internazionale”. Nel contesto post bellico, nel periodo della ricostruzione, “fu possibile realizzare un clima di crescente fiducia che, diminuendo le tensioni, consentiva di ridurre le ragioni e clima di un confronto talvolta ai limiti del contrasto, senza tuttavia mai oltrepassare quelli che conducono al conflitto”, ha spiegato il capo dello Stato.

In definitiva, il conflitto in corso, e l’attuale contesto internazionale, “ci interroga profondamente su come sia possibile garantire oggi il bene indivisibile della pace”. Una profonda guerra di logoramento caratterizzata da pesanti “aggressioni ai civili e devastazioni delle città nel cuore dell’Europa”, eventi che sembrano appartenere ad un passato novecentesco segnato dalle due guerre mondiali e da fenomeni dittatoriali che provocarono non poche sofferenze, per superare le quali si iniziò “a percorrere il cammino verso uno Stato democratico” contraddistinto da valori ben più nobili e rispettosi dell’essere umano: “libertà, pace, uguaglianza e giustizia”.

“Con la Costituzione l’Italia ha imboccato con determinazione la strada del multilateralismo”, ha affermato il presidente Mattarella rivolgendosi alla comunità di ambasciatori ricevuti al Quirinale per il concerto del primo giugno dell’Orchestra del Teatro “La Fenice” di Venezia diretta dal Maestro Myung Whun Chung. L’Italia ha scelto “di non avere Paesi nemici e lavorando intensamente per il consolidamento di una collettività internazionale consapevole dell’interdipendenza dei destini dei popoli, nel rispetto reciproco, per garantire universalmente pace, sviluppo, promozione dei diritti umani”.

Nel frangente attuale “l’amara lezione dei conflitti del XX secolo sembra dimenticata”, atroci esperienze che contribuirono ad edificare “il solenne impegno alla rinuncia della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali”.

L’aggressione della Federazione Russa nei confronti dell’Ucraina mina le fondamenta delle società internazionale, “a partire dalla coesistenza pacifica”. In questo contesto “la Repubblica italiana è convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina”, ha assicurato Mattarella.

Si tratta di un conflitto dalle conseguenze piuttosto ampie e durature, che non riguardano soltanto i Paesi coinvolti nelle attività belliche Oltre alle ingenti devastazioni in terra ucraina, infatti, “la rottura determinata nelle relazioni internazionali si riverbera sempre più sulla sicurezza alimentare di molti Paesi”, condiziona la “gestione delle normali relazioni, incluse quelle economiche e commerciali”, e genera un “grave danno al perseguimento degli obiettivi legati all’emergenza climatica”.

Gli effetti della guerra tra Russia e Ucraina sono quindi “globali” e di certo un simile conflitto “intercetta e fa retrocedere il progresso della condizione umana”, mettendo a dura prova i “risultati faticosamente raggiunti” nel corso degli ultimi decenni per costruire la pace.

Si tratta di un conflitto che “ci interpella tutti”, ha ammonito il capo dello Stato. “Sembra l’avverarsi di scenari che vedono l’umanità protagonista della propria rovina”. Solo con “lucidità” e con “coraggio” si può far fronte alla “insensatezza della guerra” e “promuovere le ragioni della pace”. Parole, quelle del presidente Mattarella, intrise di amarezza ma anche di speranza, molto concrete e fortemente aderenti alla realtà dei fatti. Una realtà storica duramente messa alla prova dall’accrescimento di evidenti “serbatoi dell’odio” che fagocitano “le ragioni della libertà, della democrazia, della giustizia internazionale dei popoli” e, alimentando le contrapposizioni, allontanano la risoluzione del conflitto.

Nonostante tutto, “beni condivisi e gravi pericoli comuni” contraddistinguono il “genere umano” e “obbligano a superare ogni egoismo, ogni volontà di sopraffazione”. In questo contesto di decadenza dei valori fondamentali, sui quali edificare il progresso della civiltà e del genere umano, è necessario “ripristinare una rinnovata legalità internazionale”.

Sul fronte economico l’Ue ha infine varato il tanto atteso sesto pacchetto di sanzioni, sanzioni alquanto sgradite alla Russia e oggetto di aspre discussioni tra i Ventisette. Annunciato il 4 maggio scorso, l’ennesimo pacchetto di sanzioni è entrato in vigore in pratica un mese dopo, venerdì 3 giugno, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Tra le misure ottemperate l’embargo sul petrolio russo che arriva in Europa via mare ma non sul greggio importato attraverso l’oleodotto Druzhba. Escluso dalla black list delle personalità nel mirino il patriarca Kirill, che aveva difeso l’invasione dell’Ucraina definendola una battaglia “metafisica” contro l’Occidente; mentre nella lista dei sanzionati, oltre all’ex ginnasta Alina Kabaeva “strettamente associata a Putin”, sono finiti i militari considerati responsabili dei crimini di guerra di Bucha e di Mariupol, soggetti del settore industriale e tecnologico collegati all’aggressione russa, oligarchi e protagonisti della propaganda russa.

Il sesto pacchetto di sanzioni comprende inoltre l’espulsione dal sistema internazionale di pagamenti Swift del secondo istituto di credito della Bielorussia e di tre banche russe tra cui la maggiore, Sberbank, che rappresenta il 36% del mercato russo. Prodotti chimici e high tech impiegati per le armi chimiche non potranno essere esportati in Russia e al settore petrolifero russo non potranno essere più forniti servizi tra cui le assicurazioni alle petroliere. Quest’ultima misura scatterà tra sei mesi e mira a limitare il trasporto del greggio altrove da parte di Mosca, in quanto non potrà più vederlo agli europei.

“Entro la fine del 2022 oltre il 90% dell’import di greggio russo sarà tagliato”, ha affermato in un tweet la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Entro l’anno Varsavia e Berlino si impegnano infine ad interrompere definitivamente tutte le importazioni di petrolio russo compreso quello proveniente dall’oleodotto Druzhba, che fornisce non solo Ungheria e Slovacchia ma per l’appunto anche Polonia e Germania. Una deroga di 18 mesi per la Repubblica Ceca mentre per la Bulgaria è stato fissato il 2024 come termine ultimo per svincolarsi dalle forniture energetiche provenienti dalla Russia.

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