Cronache dai Palazzi

“Non bisogna cercare un ruolo ma la pace”, ha affermato il premier Mario Draghi reduce da Washington. Rappresentante di una nota lealtà atlantica, di una solidità e di una fermezza legate al suo “Whatever it takes”, il premier Draghi è arrivato alla Casa Bianca portando sulle spalle l’Europa intera e interloquendo con il presidente Joe Biden cercando di fargli comprendere che sembra essere ormai necessario un colloquio con la Russia. Ovviamente è “impossibile” non ricordare le fosse comuni, le migliaia di civili uccisi, le città ucraine devastate dall’invasione russa, milioni di profughi in fuga. La guerra ha però raggiunto un punto in cui deve necessariamente avvenire una svolta, occorre “guardare al futuro” e ripristinare la pace. L’Italia, nello specifico, è un Paese “costruttore di pace”.

È questo il tempo di “riavviare e intensificare tutti i contatti” affinché i diretti interessati, in particolare Putin, Biden e Zelensky, si siedano intorno ad un tavolo per decidere di porre fine alle operazioni di guerra. Il presidente degli Stati Uniti dovrebbe “cercare un canale diretto di dialogo” con il leader del Cremlino che, in fondo, pur avendo parlato con altri considera gli Usa l’interlocutore principale. Fronteggiare l’emergenza alimentare facendo ripartire le navi cariche di grano ferme nei porti dell’Ucraina, come ad esempio Odessa, potrebbe rappresentare il “primo progetto concreto di collaborazione”, La pace invece dovrà necessariamente essere “quella che vorranno gli ucraini”. Con il ruolo di “ponte” tra Usa e Russia esercitato da Mario Draghi, incarnando l’Europa, si apre una nuova fase decisiva che potrebbe determinare importanti risvolti avvicinando finalmente le diverse posizioni in campo.

“Sono pronto a parlare con Putin senza mediatori, ma non devono esserci ultimatum”, ha affermato a sua volta Zelensky intervistato da Bruno Vespa nella trasmissione Porta a Porta. “I russi se ne vadano, devono uscire dal nostro territorio: è questo il primo passo per parlare. Noi non possiamo accettare compromessi per la nostra indipendenza”, ha puntualizzato il presidente ucraino che è tornato a chiedere un sostegno militare costante e di una certa portata, per poter uscire vincitori: “Draghi ha ragione possiamo vincere la guerra. Ma ci serve sostegno costante, senza forze armate potenti la base delle trattative con la Russia non sarà potente”, è stata la sintesi senza concessione di Zelensky.

Alcuna concessione nemmeno ai Russi che hanno distrutto l’Ucraina e il suo popolo. “Non credo che riuscirà più a salvare la faccia, a trovare una via d’uscita”, ha affermato Zelensky riferendosi a Putin, e aggiungendo: “Noi non salveremo la sua faccia pagando con i nostri territori. Sarebbe ingiusto. Noi non perdoneremo mai per i nostri bambini uccisi, le terre che ci hanno rubato. Un giorno i russi dovranno rispondere per quello che hanno fatto”. Zelensky ha inoltre esplicato le condizioni per raggiungere la pace; in sostanza “la nostra pace è quella che vogliono tutti” ha affermato: “E poi altre cose normalissime come il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale, delle tradizioni del popolo, della lingua”.

Di certo “dopo ogni guerra viene la pace” e, anche se si rivela stretta, la via del dialogo va sempre “esplorata”. Ma “la trattativa con la Russia si complica ogni giorno, perché ogni giorno i russi occupano villaggi, ogni giorno vedo in giro tracce di torture e uccisioni”, ha aspramente confessato Zelensky.

Nel frattempo, è pronto il terzo decreto per poter mandare altre armi in Ucraina, un provvedimento interministeriale a cui hanno lavorato Difesa, Esteri ed Economia di concerto con Palazzo Chigi, Non tutte le forze politiche sono però d’accordo. I Cinquestelle, in particolare, hanno espresso il loro dissenso: “Carri armati no, armi più pesanti e più letali no. Non ci sono e non ne dobbiamo mandare”, ha affermato il presidente Giuseppe Conte di fronte alle telecamere di Piazza Pulita su La7, pur condividendo l’azione mediatrice di Draghi e riconoscendo la legittima difesa da parte del popolo ucraino.

Per il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che lunedì relazionerà al Copasir, questo terzo decreto non rappresenta un potenziamento del coinvolgimento del nostro Paese nelle attività belliche, bensì “è la prosecuzione del nostro impegno così indicato dal Parlamento”. Il 19 maggio Draghi sarà invece in Aula prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, si tratterà di una informativa “ampia” e non è previsto un voto. Conte insiste che per Draghi il governo “non è nato con un mandato politico” quindi il premier deve rendere noto al Parlamento “l’indirizzo politico con cui si affronta uno scenario bellico in continua evoluzione”. Detentore di una posizione opposta il segretario dem, Enrico Letta, che afferma: “C’è stato un voto in Parlamento all’inizio di un percorso chiaro e netto, che ha trovato un consenso largo”.

Nel colloquio telefonico con il presidente Emmanuel Macron, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha incoraggiato il presidente francese a proseguire con gli “sforzi per un ritorno al negoziato” che potrebbero condurre, si auspica presto, allo sperato cessate il fuoco. Nel frattempo occorre ottemperare “qualsiasi spiraglio in grado di portare alla pace” e considerare attentamente “le conseguenze in termini di sicurezza alimentare sulla riva Sud del Mediteranneo”, dove la carenza di grano russo-ucraino potrebbe provocare una forte destabilizzazione socio-economica. In questo contesto, il presidente Mattarella ha rimarcato la “volontà congiunta di Italia e Turchia di garantire un sostegno” ai Paesi africani interessati, dimostrando “interesse” per il parallelo piano Farm strutturato dalla Francia e sostenendo una sostanziale “sinergia tra i due progetti”. Macron e Mattarella hanno infine affrontato anche la revisione dei trattati Ue a cui Eliseo e Quirinale tengono particolarmente, a partire dall’abolizione dell’opprimente voto all’unanimità tra i 27 Paesi membri che si rivela, molto spesso, un ostacolo quando occorre adottare delle decisioni. Macron ha infine illustrato al nostro Presidente la propria proposta per “una comunità politica europea”, un obiettivo fondamentale per un’Europa più compatta e più forte, anche e soprattutto in un contesto come quello attuale.

Occorrerà ben presto pensare ad un’agenda per il dopoguerra, e per ricostruire l’Ucraina sarà necessario un nuovo Piano Marshall come lo ha definito il premier Draghi. All’Atlantic Council, dove ha ricevuto un premio per la leadership internazionale, il presidente del Consiglio ha affermato: “Dobbiamo essere pronti a continuare a stare dalla parte dell’Ucraina molto tempo dopo la fine della guerra. La distruzione delle sue città, dei suoi impianti industriali, dei suoi campi richiederà un enorme sostegno finanziario. L’Ucraina avrà bisogno del proprio Piano Marshall, proprio come quello che ha contribuito alle relazioni speciali tra Europa e Stati Uniti”. Alla ricostruzione dell’Ucraina ogni Paese contribuirà “ognuno con il suo bilancio, ovviamente gli Stati Uniti avranno le loro capacità, ma anche noi europei non potremo che andare con un piano unico e l’Italia farà la propria parte”, ha assicurato Draghi.

Nel corso del G7 in Germania, il ministro degli Esteri ucraino Dmitro Kuleba ha chiesto all’Ue “di riservare un posto per l’Ucraina”, esprimendo forse il bisogno più emblematico e significativo che questa guerra a portato alla luce: il desiderio della nazione ucraina di entrare a far parte dell’Unione in virtù della propria integrità e della propria sovranità nazionale, difese con le unghie e con i denti, e schierandosi di fatto dalla parte della libertà e della democrazia.

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