UE, la questione Ungheria

Gli attriti tra la Comunità Europea e l’Ungheria di Viktor Orban hanno radici profonde e peggiorano continuamente, seguendo il percorso antidemocratico e revanscista del premier magiaro. La ricerca di consenso, il populismo di Orban, che dal 2010 persegue una linea di condotta rivolta allo scetticismo europeo, alla chiusura ai flussi migratori con la costruzione di muri, è sfociata, aumentando sempre di più, in un atteggiamento di autoritarismo e compressione dei diritti civili.

Lo scontro tra PE e Ungheria si era acceso nel 2018 proprio sul rispetto dello stato di diritto, un acquis comunitario sancito dall’articolo 2 del Trattato UE e ripreso nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE, comprendendo il rispetto per la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto e i diritti umani. Tutto questo non può essere soggetto a trattative e intermediazioni. Per la prima volta nella storia, il Parlamento europeo ha invitato il Consiglio dell’UE ad agire contro uno Stato membro per prevenire una minaccia sistemica ai valori fondanti dell’Unione. La decisione venne approvata con 448 voti favorevoli, 197 contrari e 48 astensioni; era necessaria una maggioranza dei due terzi sui voti espressi e un minimo di 376 voti a favore. La relatrice Judith Sargentini (Verdi/ALE, NL) ha dichiarato: “Nella settimana in cui si discute lo Stato dell’Unione, il Parlamento europeo invia un messaggio importante: difendiamo i diritti di tutti gli europei, compresi i cittadini ungheresi, e difendiamo i nostri valori europei. I leader europei devono ora assumersi le proprie responsabilità e smettere di guardare dall’esterno, poiché lo Stato di diritto viene distrutto in Ungheria. Per un’Unione costruita su democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali, ciò è inaccettabile”.

Il 2020 e le misure adottate in nome della lotta alla pandemia lo scorso anno da Viktor Orban, hanno rinfocolato il conflitto con i principi democratici fondanti della Comunità Europea. In un dibattito del maggio 2020, sotto la Presidenza croata del semestre, la Vicepresidente della Commissione europea Vera Jourováe, la maggioranza dei deputati che sono intervenuti, sottolinearono che le misure di emergenza adottate dal governo ungherese per combattere la pandemia COVID-19, compresa la dichiarazione di uno stato di emergenza illimitato, non erano in linea con i principi dell’UE e rappresentavano un rischio per la democrazia. Già in quest’occasione gli euro-deputati chiesero di sospendere i pagamenti UE all’Ungheria, nel quadro del nuovo Quadro finanziario pluriennale e del Piano di ripresa, fino a che sia ripristinato lo stato di diritto.

Ultimo atto della querelle tra Europa e Ungheria, è stato il varo di una arcaica legge anti-LGBTIQ, che riporta lo stato di diritto indietro di decenni. Il 15 giugno 2021, il Parlamento ungherese ha votato quasi all’unanimità (157 voti a 1) a favore di alcune norme che, con il pretesto di combattere la pedofilia, limitano la libertà di parola e i diritti dei bambini, e vietano che i contenuti LGBTIQ siano presenti nel materiale didattico scolastico o nei programmi televisivi per i minori di 18 anni. La nuova legge è entrata in vigore l’8 luglio 2021. In una risoluzione adottata dal Parlamento Europeo lo scorso luglio, approvata con 459 voti favorevoli, 147 contrari e 58 astensioni, i deputati descrivono la legge adottata dal Parlamento ungherese come una chiara violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta, dai Trattati e dalla legislazione dell’UE relativa al mercato interno. Gli eurodeputati hanno posto l’accento su passaggi come l’emendamento alla Costituzione del paese per dichiarare che “la madre è donna e il padre è uomo“, e il divieto di fatto del riconoscimento legale del genere per le persone transgender e intersessuali. In questo contesto, i deputati affermano che la promozione della tolleranza, dell’accettazione e della diversità dovrebbero fungere da principi guida per garantire il rispetto degli interessi dei bambini. Il Parlamento ha sottolineato che non si tratta di un caso isolato, ma “costituisce piuttosto un ulteriore esempio intenzionale e premeditato del graduale smantellamento dei diritti fondamentali in Ungheria“, dove l’ostilità nei confronti delle persone LGBTIQ e le campagne di disinformazione sono diventate strumenti di censura politica.

I deputati hanno chiesto formalmente alla Commissione di avviare una procedura d’infrazione accelerata e di utilizzare, se necessario, tutti gli strumenti procedurali della Corte di giustizia, come misure provvisorie e sanzioni per inadempienza. Inoltre, chiedono ai Paesi UE di portare la questione alla Corte di giustizia UE in caso di inerzia della Commissione e di presentare un ricorso interstatale alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il PE ha inoltre chiesto che venga attivato il Regolamento sulla condizionalità dello Stato di diritto per proteggere il bilancio UE. Allarmati dal fatto che la legislazione ungherese assomiglia alla “cosiddetta legge russa del 2013 sulla propaganda LGBT”, i deputati chiedono alla Commissione di indagare ulteriormente sul finanziamento delle campagne anti LGBTIQ nell’UE.

Un primo effetto, anche se non ufficialmente dichiarato, si è visto con la bocciatura dei piani di Polonia e Ungheria, relativamente al Meccanismo per la ripresa e la resilienza (Recovery and Resilience Facility – RRF); l’elemento principale del pacchetto di stimolo dell’UE ‘Next Generation’. Gli oltre 7 miliardi di euro destinati all’Ungheria restano per ora congelati da oltre cinque mesi, e il Parlamento Europeo chiederà ai commissari Dombrovskis e Gentiloni, nel caso i piani fossero poi approvati, che gli interessi finanziari dell’UE sianoo adeguatamente protetti attraverso un solido meccanismo di controllo. Gli euro-deputati faranno presente ai commissari che le discriminazioni contro le minoranze in Polonia e in Ungheria possano essere contrarie al principio di trattamento giusto ed equo.

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