Panopticon alla rovescia, bisogno d’attenzione online

L’invenzione del Panopticon, una struttura a forma di torre dal cui centro si può vedere tutto intorno girando su se stessi, viene attribuita al filosofo ed economista inglese John Bentham che, si narra, iniziò a studiare il latino a tre anni. Del suo pensiero filosofico fanno parte la parità di diritti per la donna e il riconoscimento di quelli degli animali; l’abolizione della schiavitù e il divorzio; la libertà di parola e la separazione tra Stato e Chiesa. Una mente molto avanti se, si pensa, è vissuto tra il 1748 e il 1832: a cavallo della Rivoluzione francese e ben prima di Lincoln.

Il Panopticon è un carcere ideale strutturato in maniera che un unico sorvegliante fosse in grado di controllare tutti i detenuti senza che questi capissero se fossero controllati. Un sistema economico, se lo si vuole considerare tale, di abbattere i costi per il mantenimento delle prigioni e che fu usato anche per gli ospedali psichiatrici e, seppur in misura esigua, per le fabbriche. Il Panopticon è stato oggetto di studi due secoli dopo da intellettuali del calibro di Noam Chomski e Michel Foucault; quest’ultimo, in particolare, ha individuato proprio in questo modello di carcere il paradigma della moderna società capitalistica. Non dobbiamo inoltre dimenticare i riferimenti al sistema del Panopticon individuati in “1984”: nel romanzo di George Orwell l’idea dell’occhio del Grande Fratello che controlla tutti, in ogni momento, ricorda la funzione del carcere ideato da Bentham e, sempre nello stesso testo, la televisione bidirezionale che non può essere mai spenta ed oltre a ricevere programmi di propaganda contemporaneamente trasmette ciò che accade nelle case, ne è una forma.

Essere controllati, spiati, monitorati è sempre stato una dei desideri umani primari e il diritto alla privacy è stato a lungo invocato per non subire invasioni nella propria sfera personale e familiare. Oggi, come detto a più riprese, al diritto alla privacy si è abdicato e si ha la legittima aspettativa di essere osservati quando si decide di esporsi a un pubblico che potenzialmente è l’intera umanità: il popolo della rete. Che si tratti di una foto su Instagram o di un cinguettio su Twitter ognuno ricerca visibilità pretendendo addirittura un riscontro positivo per i propri interessi o gusti personali.

E se ciò può essere legittimo aspettarselo da parte di aziende e politici, nonché da personaggi pubblici, questa pretesa di essere al centro dell’attenzione altrui si è trasferita a ognuno di noi che, potendo sfruttare le potenzialità della rete, si colloca al centro di questo palcoscenico che, principalmente, è rappresentato dai social e cerca di costruire intorno a se quante più stanze, spazi, dimensioni, dove potranno accomodarsi i suoi fan, i follower, gli ammiratori che, si spera siano numerosi ed in costante crescita. Questo è lo scopo ormai primario: se nessuno ti vede, ti segue, clicca i tuoi post, risponde ai tuoi commenti, tu non sei nessuno. Il tuo livello di visibilità e di notorietà viene misurato in click, like, condivisioni. Non importa la qualità del tuo prodotto (te stesso in questo caso) o del tuo messaggio. Ciò che conta è la massa: quel popolo della rete di cui si parla e non siamo certi che ci sia o sia reale. Proprio come il guardiano unico all’interno del Panopticon.

Così come i detenuti non potevano avere la certezza che il guardiano controllasse proprio loro, oggi l’utente internet che cerca approvazione, se non la propria ragione di esistenza, non ha la certezza di avere un pubblico reale e, magari, stabile.  Siamo davvero sicuri che le migliaia di like di qualche influencer siano reali e non frutto di programmi di intelligenza artificiale che li generano automaticamente ovvero semplici interazioni casuali che possono andare e venire?

Unica cosa certa è che tutti vogliono essere al centro dell’attenzione e cercano l’approvazione di una massa di altri frequentatori della rete che sono, alla fine dei conti, solo numeri: quelli di click meccanici come il timbro del cartellino di un carceriere analizzati dalle società che controllano la Rete.

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