Cambi in Israele

Secondo gli ultimi annunci, il capo dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, parrebbe vicino a condurre in porto l’impresa di formare un governo che mandi a casa Netanyahu. La chiave dell’impresa sta nell’accordo raggiunto con Naftali Bennett, capo di un partito che ha 7 deputati (il Parlamento israeliano, la Knesset, ne ha in tutto 120). Secondo l’accordo, Bennett sarebbe il Primo Ministro per i primi due anni, Lapid per quelli successivi.

Insieme, però, i due partiti non raggiungono la maggioranza sufficiente alla Knesset (61 seggi) e per riuscire Lapid ha bisogno del voto dei laburisti e di una serie di piccoli partiti, sia di sinistra che della destra religiosa. Lapid è un centrista, Bennett un uomo della destra estrema, favorevole alla colonizzazione dei territori occupati, ma Lapid ha bisogno anche dell’appoggio esterno dei deputati arabi nella Knesset. La coalizione che sta cercando di nascere ha per scopo e collante quello di far fuori Netanyahu, al potere da 12 anni, ma ovviamente non avrà nessun tipo di omogeneità. Lapid lo ha indirettamente riconosciuto, dichiarando che l’obiettivo è di riunire nel governo sinistra, centro e destra, per poter affrontare insieme i problemi del Paese. Ci si aspetta che, se riesce a formarsi, il nuovo governo e la sua composita maggioranza si concentreranno sui problemi del momento, pandemia ed economia, accantonando quelli più contenziosi, come la sorte dei Palestinesi.

Nell’insieme, non credo che su quest’ultimo fronte ci siano da aspettarsi novità positive. Tutt’al più, considerando la chiara inclinazione ideologica di Naftali Bennett e di altri partiti della futura maggioranza, il meglio che ci si può aspettare è una continuazione del difficile e – come si è visto – instabile statu quo.

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