Il rapimento del giudice Sossi, lo spartiacque

Esistono date nella storia di ogni Paese che sono dei veri e propri segnalibri che dividono diversi momenti della loro storia; in Italia una data segnalibro è proprio quella di oggi 18 aprile e non solo quello del 1948, quando la vittoria della Democrazia Cristiana sul fronte delle sinistre nelle prime elezioni del dopoguerra determinò la direzione della politica italiana nei successivi 50 anni, ma anche quelle del 1974.

Quel giorno venne rapito a Genova, da un commando delle Brigate Rosse, il magistrato Mario Sossi, Pubblico Ministero che aveva sostenuto l’accusa nel procedimento contro il Gruppo 22 Ottobre, una formazione terroristica di matrice marxista-leninista che può essere considerata precursore delle stesse Brigate Rosse nella lotta armata. Sossi venne rapito probabilmente proprio per essere stato l’accusatore in quel processo e venne rilasciato dopo circa due mesi durante i quali venne interrogato e sottoposto al cosiddetto processo da parte dei sequestratori che per la sua liberazione chiesero il rilascio di otto terroristi. Al rilascio, autorizzato dalla Corte di Assise di Appello di Genova si oppose il Procuratore Generale Francesco Coco che, proprio per questo, venne ucciso due anni dopo dalle Brigate Rosse,

Quello di Sossi può essere considerato un’anteprima di quanto sarebbe avvenuto quattro anni dopo quando venne rapito Aldo Moro; anche allora si registrò una spaccatura tra chi era favorevole alla trattativa come Lelio Basso che sosteneva fossero meglio “colpevoli in libertà piuttosto che uccidere un uomo.” Ed il destino in tal senso di Sossi sembrava segnato. Poi avvenne la liberazione. Tuttavia quel sequestro si colloca come un momento di divisione tra la fase iniziale degli anni di piombo e quella successiva: le brigate rosse si posero come interlocutori dello Stato. Non più una formazione armata sedicente rivoluzionaria, ma un soggetto che portava l’attacco veramente al cuore dello Stato colpendo uno dei suoi poteri.

Le reazioni dell’epoca sono sintomatiche del quadro politico che si stava vivendo ma anche di come ogni occasione fosse buona per cercare di strumentalizzarla ai propri fini; Marco Pannella sostenne addirittura che il rapimento era da collegare al prossimo referendum sul divorzio e doveva servire a far votare l’abrogazione della Legge che lo istituiva dai conservatori. Il giornale Lotta Continua, che ci si poteva aspettare fosse vicino ai rapitori ed era stato anche querelato dallo stesso magistrato per gli attacchi che gli aveva portato, il sequestro era un atto reazionario e provocatorio che rientrava nella strategia della tensione. Il senatore comunista Umberto Terracini lo definì un rapimento fascista ed anche il Manifesto parlò di un atto di provocatori fascisti.  Enrico Berlinguer ebbe a dire che «il Paese si interroga preoccupato e indignato». Era verosimilmente consapevole che la vicenda avrebbe alienato simpatie e appoggio alle sinistre in un momento particolarmente delicato ed in cui ogni minimo evento poteva avere forti ripercussioni a livello nazionale. Forse l’allora segretario del PCI era ben conscio della vastità e del potenziale del terrorismo di sinistra e di come una sua sottovalutazione poteva avere quelle ripercussioni che effettivamente si verificarono dopo il sequestro Moro. Del resto il partito comunista era considerato dalle ali estremiste un nemico. Allo stesso modo si rivelarono sbagliate e probabilmente aiutarono lo sviluppo del terrorismo posizione pilatesche quali quelle “del né con lo Stato né con le BR” o definire i brigatisti “compagni che sbagliano”.

Quello che resta certo è come da quel giorno cambiarono l’atteggiamento sia dei gruppi terroristici che cercarono sempre più una loro legittimazione e i rapporti con lo Stato che non volle comunque porsi come interlocutore ma, probabilmente, la vicenda andò a scuotere anche l’atteggiamento degli italiani che, ancora ebbri del boom e in gran parte non consapevoli della reale portata delle prime stragi, entrarono negli anni di piombo.

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