Via dall’Afghanistan

Entro l’11 settembre prossimo, le truppe americane e della NATO lasceranno l’Afghanistan, dopo una presenza durata 20 anni. La decisione, annunciata dal Presidente Biden – e condivisa dai membri della’Alleanza che hanno truppe sul terreno – fa seguito all’accordo USA-Talebani del 2020 ed era ormai da tempo considerata inevitabile. Nessun paese può continuare a mantenere indefinitamente le sue forze, sostenendone il costo finanziario e umano, in una situazione senza chiara via di uscita. La questione è di sapere cosa accadrà dopo.

Non credo occorra essere pessimisti per prevedere che, senza la presenza militare occidentale, i Talebani non tarderanno molto a imporsi al debole e corrotto regime di Kabul. E poi? Negli Stati Uniti è in corso un acceso dibattito tra militari, agenti della CIA, parlamentari e specialisti di ogni tipo, per stabilire se, con il ritorno dei Talebani, Al-Qaeda tornerà a impiantarsi nel paese, da cui fu cacciata nel 2001 dall’invasione americana e, quindi, se l’Afghanistan ridiverrà una base per attacchi terroristici agli Stati Uniti e all’Occidente. Nel suo discorso alla Nazione, Biden ha assicurato che l’America è in grado di controllare e fronteggiare il fenomeno, riorganizzando e rifocalizzando le sue capacità antiterrorismo.

Nella riunione dei Ministri degli Esteri e della Difesa della NATO mercoledì scorso, il Segretario alla Difesa USA ha ricordato che gli Stati Uniti dispongono di una rete di basi nella regione, in Qatar, in Giordania e nel Golfo, da cui è possibile colpire eventuali obiettivi terroristici in Afghanistan. Si è parlato di droni, bombardieri, missili lanciati da navi, e non si è esclusa la possibilità di ridislocare truppe in Tazakisthan o in altre zone attigue, per rendere possibili operazioni delle forze speciali. Il Segretario alla Difesa ha affermato ai suoi colleghi NATO che le forze alleate sono in grado di colpire “chiunque, dovunque”. Tutto questo è vero, ma non basta a convincere gli esperti, che obiettano che nulla può veramente sostituire la presenza di forze militari, né di una efficiente rete di “intelligence” sul posto. Il dibattito resta aperto, certo Washington farà tutto il possibile per non lasciarsi prendere alla sprovvista come nel 2001.

Ma il dibattito è tutto centrato sulla questione di Al-Qaeda, del terrorismo e della sicurezza degli Stati Uniti (e dei loro alleati). Lo stesso accordo USA-Talebani è condizionato all’impegno talebano di non permettere ad Al-Qaeda di operare sul territorio del Paese (che poi i Talebani lo rispetteranno o no, è ovviamente una questione aperta). Del futuro del popolo afghano, invece, non sembra che nessuno si preoccupi più di tanto. Nessuno sembra turbato dalla prospettiva che sul Paese torni a regnare il fanatismo intollerante, che le donne siano di nuovo rinchiuse nel burka e ogni libertà civile soppressa.

D’altra parte, all’origine l’invasione americana aveva come obiettivo eliminare Al-Qaeda. Se l’effetto collaterale è stato di scalzare dal potere l’oppressione islamica e ridare alla gente un po’ di dignità, un po’ di speranza e qualche illusione in più, questo appare oggi prescindibile, o almeno molto, molto secondario. E nessuno ha più voglia di sacrificare uomini e risorse per una causa umanitaria.

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