La politica estera di Biden

Le prime manifestazioni della politica estera del Presidente USA Biden sono, per gli europei, incoraggianti. Gli Stati Uniti sono tornati nell’OMS e nell’Accordo di Parigi sul Clima, nel discorso alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza il Presidente ha riaffermato con estrema forza l’impegno dell’America nella NATO e la ferma volontà di garantire la difesa comune, considerando la sicurezza di ogni paese membro come parte della sicurezza collettiva, nei termini dell’art.5 del Trattato di Washington; in questo contesto ha cancellato l’ordine di ritiro di truppe americane dalla Germania emanato da Trump e riaffermato l’appoggio all’indipendenza e all’integrità dell’Ucraina.

Nella riunione del G7, ha infine chiaramente espresso l’attaccamento americano al sistema multilaterale (che Trump aveva più volte attaccato e deriso) e la volontà di difendere democrazia e diritti umani nel mondo. In tutti questi casi, Biden ha esplicitamente rovesciato le dissennate politiche del suo predecessore. Dopo quattro anni di pericolosi sbandamenti, si tratta del benvenuto ritorno al ruolo americano di leader e garante dell’Occidente e dei suoi valori e gli Alleati possono respirare più tranquilli. Ma naturalmente si tratta solo di un primo passo, anche se necessario, da parte di un’Amministrazione da poco in funzione. La realtà si vedrà giorno per giorno, nella maniera di affrontare i tanti problemi che oscurano la scena internazionale.

Biden si trova di fronte a problemi complessi e di non facile soluzione: rapporti con la Russia di Putin, per i quali occorre un delicato equilibrio tra fermezza e dialogo (senza l’atteggiamento nel fondo servile di Trump); più complesso ancora è il rapporto con la Cina, che ha versanti non solo politico-militari e strategici, ma economici di grande portata (è possibile contenere l’espansionismo cinese senza ostilità aperte?); l’Iran è una questione pressante: Biden ha subito detto di voler riaprire il negoziato per il ritorno all’Accordo sul Nucleare, unendosi alle iniziative europee, ma Teheran condiziona la ripresa del dialogo alla completa eliminazione delle sanzioni americane, ed è passata al ricatto aperto chiudendo praticamente le ispezioni in Iran dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Ma è una richiesta che Biden non può esaudire di punto in bianco, per tante ragioni interne ed esterne (ad es. la sorda resistenza israeliana e saudita): bisogna vedere se il metodo, da lui suggerito, di negoziati graduali e per fasi possa funzionare. In Afghanistan, le cose non sono come le si vorrebbero. In una lunga intervista alla BBC, il Segretario Generale della NATO, Stoltenberg, ha dichiarato che l’Alleanza non ha piani di ritiro delle sue forze da quel paese, non escludendo però la possibilità che alla fine un accordo con i Talibani sia trovato. Un accordo è ovviamente necessario perché gli occidentali si ritirino, ma deve essere chiaro che si tratterà sempre di un’intesa fragile, che la controparte non esisterà a violare. Possiamo tutti, può Biden, accettare che il fanatismo islamico torni a opprimere un popolo, e specialmente le sue donne, riportandolo a una barbarie medioevale, pur di chiudere alla bell’e meglio una partita faticosa e costosa? E infine resta la Corea del Nord che, malgrado gli incontri e le letterine amorose tra Trump e Kim Jong Un, ha continuato a sviluppare senza freni il suo pazzesco programma nucleare e missilistico.

I punti di crisi non finiscono qui, altre aree meritano di nuovo l’attenzione di Washington, in Medio Oriente, in Africa, in America Latina, aree che la diplomazia trumpiana aveva trascurato. Biden non potrà risolvere tutti i problemi, alcuni resteranno cronici; è già molto se sarà capace di affrontarli con equilibrio, saggezza e in accordo con i principali alleati, tanto europei quanto asiatici.

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