D’Alema: La sfida tecnologica non è la nuova guerra fredda

The Science of Where Magazine – che ringraziamo per aver concesso la pubblicazione anche sul nostro giornale – ha incontrato per una intervista Massimo D’Alema, Presidente della Fondazione ItalianiEuropei e già Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Esteri. Ricordiamo il Suo ultimo libro Grande è la confusione sotto il cielo. Riflessioni sulla crisi dell’ordine mondiale (Donzelli, 2020).

Vorrei concentrare il nostro incontro sul tema Europa – Recovery – Innovazione – Green, guardando all’impatto sul nostro Paese. Presidente D’Alema, a che punto siamo come Italia e come Europa, anche considerando l’imminente cambio di leadership nella CDU tedesca?

Vorrei esprimere apprezzamento per il Magazine di cui sono un attento lettore quotidiano. Io credo che in questa drammatica crisi, nella quale siamo tuttora immersi, e che colpisce in modo particolarmente duro il mondo occidentale, emergano comunque due novità importanti. Sono novità che auspicavo in quel saggio che poco fa veniva ricordato. Lì si auspicava una ripresa di dialogo e di collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico, fra classi dirigenti democratiche per un progetto di rinascita del mondo occidentale: a mio giudizio, al centro della crisi dell’ordine mondiale c’è la crisi dell’Occidente, del suo ruolo e della sua capacità di essere la grande forza ordinatrice del mondo. Nel vivo della pandemia sono successe due cose importanti. La prima è sotto gli occhi di tutti ed è il cambio alla guida degli Stati Uniti d’America, la fine dell’esperienza di Trump, non della stagione del sovranismo e del nazionalismo che continuano a essere forti negli Stati Uniti, persino nelle forme più estreme (abbiamo vissuto le ore drammatiche dell’assalto a Capitol Hill). Abbiamo assistito alla sconfitta della destra americana e al ritorno di una leadership democratica che apre molte speranze. La seconda cosa importante riguarda l’Europa che ha saputo reagire alla crisi della pandemia con un rinnovato slancio di solidarietà. Non fu così nel 2008 di fronte alla crisi finanziaria quando aveva prevalso la politica del rigore, dell’austerity: si trattò di una risposta asfittica. Oggi, di fronte alla pandemia, si è registrata una svolta in due sensi: in quello delle politiche, delle policies, nella scelta di una via di sviluppo, potremmo dire keynesiana, di rilancio degli investimenti e della iniziativa di un grande piano come EU Next Generation che non è soltanto quantitativamente imponente ma è anche importante per le finalità che si propone. Esso è esplicitamente indirizzato a una grande riconversione verde dell’economia europea e alla riduzione delle disuguaglianze: questi temi vanno considerati insieme, il contenuto ambientale e il contenuto sociale. L’altro senso della svolta europea, altrettanto importante, è quello della integrazione politica: quando l’Europa si fa carico di un debito europeo per finanziare lo sviluppo (ricordiamo che, in parte, questo Recovery Fund è alimentato dal debito europeo), si tratta di un atto fortissimo di sovranità europea. Contrariamente alla ventata nazionalista e sovranista che ha percorso l’Europa, non solo gli Stati Uniti, oggi abbiamo una Europa molto più fortemente integrata. Non c’è il minimo dubbio che il nesso tra Italia e Europa si sia molto rafforzato: si tratta di un nesso inscindibile. Se l’Europa non avesse avuto la forza della solidarietà, il vincolo si sarebbe allentato in modo drammatico. Oggi, per l’Italia, il ruolo della Banca Centrale europea e dei fondi europei è la conditio sine qua non per lo sviluppo del Paese. Dunque, facciamo i conti con la nuova Amministrazione Americana e, sull’altro lato dell’Atlantico, con il recupero di una dimensione europeista ma anche di un contenuto innovatore sul terreno sociale e sul terreno ambientale. Il motore di questa svolta è stata la Germania, l’apoteosi conclusiva della leadership della Merkel che, sicuramente, rappresenta al meglio la tradizione democratica moderata europeista. Lo dico sperando che la leadership tedesca del futuro sia all’altezza delle sfide. Io sono stato anche critico verso la Merkel nel passato perché penso che, per lungo tempo, la Germania sia stata avara, non abbia esercitato una leadership generosa in Europa. Invece, in questo ultimo anno e mezzo, c’è stata una grande svolta visibile, nata anche dalla percezione del quadro delle relazioni internazionali così difficili che noi stiamo vivendo. In questa realtà, la Germania ha bisogno dell’Europa, non può fare da sola. Questo rinnovato slancio europeista delle classi dirigenti tedesche nasce anche dalla giusta percezione dell’interesse nazionale tedesco come inesorabilmente connesso alla tenuta dell’integrazione europea. D’altronde l’Europa è un sistema integrato: l’industria tedesca non può fare a meno della piccola e media industria italiana. Se crolla l’Italia, la Germania ne avrà dei danni incalcolabili: per la prima volta i tedeschi sono apparsi consapevoli di questa situazione. Si apre una possibilità nuova. Ora sorge un grande interrogativo: si consolida, in Europa, questa tendenza ? Non c’è dubbio che se in Italia dovesse aprirsi una crisi senza prospettive, questo sarebbe un danno per tutta l’Europa. Quello che accade in queste ore è indicativo della cecità con cui ci si muove, della mancanza di senso di responsabilità. Bisognerà vedere se l’accantonamento delle regole dell’austerità (l’Unione Europea ha anche deciso di mettere in disparte i vincoli del Patto di Stabilità) è soltanto temporaneo e poi si penserà di tornare all’Europa di prima. C’è un bel documento di Piketty che sta circolando dove si paventa questo pericolo. È una sfida aperta. Aggiungo che questa classe dirigente democratica del mondo occidentale, a cominciare dalla nuova Amministrazione Americana, si misura con un mondo del tutto diverso rispetto a quello che avremmo potuto sperare o immaginare. Dopo la stagione lunga dell’equilibrio bipolare, si è aperta una stagione nella quale ha prevalso l’illusione che il mondo si sarebbe uniformato al mondo occidentale e che si sarebbe andati verso l’unità del mondo intorno ai principi dell’economia di mercato e della liberal-democrazia, il cosiddetto unipolarismo americano. Oggi siamo in un mondo diviso, irriducibilmente plurale e il grande problema dell’Occidente è come convivere con gli altri che resteranno altri. Si riapre un grande tema che è quello della coesistenza pacifica, tema centrale dopo la guerra per sopravvivere alla “guerra fredda”, per fare in modo che rimanesse fredda. In quel tempo vi erano due blocchi, con tutti i rischi che ciò comportava, ma il mondo aveva una sua semplicità, c’era una geometria semplice. Oggi il problema della coesistenza pacifica comporta la necessità di misurarsi con una realtà molto più variegata, con un mondo irriducibilmente plurale.

Le chiedo un passaggio finale sull’importanza del fattore tecnologico e dell’innovazione sia all’interno del Recovery europeo e italiano sia nel rapporto strategico con un colosso come la Cina.

Non c’è dubbio che l’esperienza della pandemia abbiamo fatto fare un salto di qualità alla digitalizzazione del mondo. Viviamo una esperienza di massa legata allo smart working, alle conferenze e alle riunioni online, persino con un processo di acculturazione. Gli strumenti tecnologici sono entrati nella nostra vita e l’hanno profondamente cambiata. Noi riflettiamo poco su fenomeni sociali di grandissima portata. Da meridionale le racconto un fatto: ci sono 100.000 ragazzi del Mezzogiorno che lavorano al nord rimanendo nei loro luoghi di origine. Questo cambia la fisionomia, la sociologia del Paese. Un Paese come l’Italia deve investire le risorse del Recovery Fund innanzitutto per compiere un salto tecnologico: il che significa ammodernare lo Stato e, nello stesso tempo, fare un salto di competitività nel sistema produttivo. La produttività del lavoro in Italia è bassissima ed è la ragione vera della nostra scarsa competitività. Questa è l’occasione per affrontare questo problema. Penso a cosa può cambiare radicalmente, grazie alla tecnologia, nella organizzazione del sistema sanitario. La tutela della salute dei cittadini era diventata, nel corso di questi anni, una spesa che si faceva nella misura in cui ce la potevamo permettere: adesso è chiaro che è una pre-condizione essenziale dello sviluppo economico ed è al tempo stesso uno dei settori fondamentali, volano della ripresa e dell’innovazione. Questo comporta cambiamenti radicali: penso a come tutto il settore dell’assistenza debba orientarsi verso l’assistenza territoriale, domiciliare e questo comporterà l’uso della telemedicina. Si aprono sfide tecnologiche ma anche sociali: è sbagliato non vedere il nesso tra l’innovazione e l’organizzazione della società. Queste innovazioni incidono sui rapporti tra le persone e non solo sull’organizzazione della produzione e dello Stato. Questo tipo di tecnologie ci possono consentire di fare un salto. Penso che sia profondamente sbagliato concepire questa sfida come il terreno di una nuova “guerra fredda”. L’idea del “decoupling”, di ognuno che guarda esclusivamente al proprio particolare, in competizione permanente, nell’economia digitale è priva di senso e può essere fortemente dannosa per l’Occidente. La guerra americana al 5G cinese rischia di avere conseguenze molto negative per un Paese come il nostro e, in generale, per l’Europa. I cinesi sono indiscutibilmente più avanti. Chi utilizzerà quelle tecnologie arriverà molto prima al 5G e il 5G non è solo un modo molto più rapido di comunicare tra le persone ma mette in comunicazione le cose: esso interviene nei processi produttivi, agisce sulla produttività. Già ora, chi ha un operatore telefonico che utilizza l’hardware Hauwei ha un telefono che funziona meglio. Non ha senso accampare le ragioni di sicurezza: quel tema è spesso utilizzato per giustificare forme di barriera protezionistica. Mentre il legame con l’Occidente è stato uno straordinario fattore di crescita della nostra società perché il rapporto con gli americani ha aiutato il nostro sviluppo, per la prima volta accade che il rapporto con l’Occidente diventi un fattore di regresso. È un segnale molto preoccupante di perdita di egemonia. Credo che ci voglia una correzione di rotta, ferme restando le condizioni di una sana competizione politica: l’Occidente non deve rinunciare a difendere i diritti umani e i valori della democrazia. Semmai dobbiamo dimostrare a questi Paesi che la democrazia funziona meglio dei regimi autoritari: questo non sempre accade ma lì è la sfida. L’idea di portare questa sfida sul piano del boicottaggio tecnologico mi sembra un gravissimo errore. Questo tema riguarda direttamente quella strategia di coesistenza pacifica che l’Occidente dovrebbe cercare di varare.

[NdR – Ringraziamo The Science of Where Magazine per la collaborazione]

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