L’ABC dei Sistemi elettorali

Il varo dei nuovi collegi elettorali studiati da una commissione tecnica presieduta dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, ritenuto neutrale rispetto gli interessi politici, è arrivato a conclusione con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Questo rende quindi possibile l’eventuale indizione di nuove elezioni dopo il taglio portato al numero di seggi che ci saranno nel prossimo Parlamento (600 e non più 945). I deputati eletti con il proporzionale nei collegi passano da 386 a 245, con il maggioritario da 232 a 147. Da 12 a 8 i parlamentari eletti all’estero. Al Senato si scende da 193 a 122 eletti nei plurinominali e da 116 a 74 negli uninominali. Da 6 a 4 i senatori scelti dagli italiani che vivono all’estero.

Le visioni si contrappongono e si mescolano agli interessi particolari dei partiti, il maggioritario che vede premiato il candidato che ottiene più voti tende a garantire la governabilità. Il proporzionale suddivide i voti secondo le scelte degli elettori tende a favorire la rappresentatività. L’attuale Rosatellum Ter prevede una quota a voto maggioritario uninominale del 36% e il 64% su listini plurinominali presentati dai partiti con sistema di ripartizione dei voti su base proporzionale. Se questa sarà la legge che ci porterà alla prossima tornata elettorale e se, come da più parti richiesto, verrà cambiata, non è a oggi dato saperlo.

Ripassando l’A-B-C- dei sistemi elettorali nati dai grandi teorici del passato, ne possiamo ricavare interessanti spunti. La A corrisponde a Kenneth Arrow, il Teorema di Arrow nasce nel 1951 e ipotizza che un elettore potrebbe votare un candidato particolare nelle primarie avversarie, per ottenere uno sfidante più “malleabile” opposto al proprio candidato, e ottenere comunque un vantaggio anche in caso di sconfitta al ballottaggio. Poniamo che nella Lega si presentino Giorgetti e Salvini come possibili candidati in una sfida per presentarsi come capolista. Elettori o gruppi opposti, PD e M5S per dare un’idea, potrebbero votare uno piuttosto che l’altro, per avere il candidato migliore possibile, dal proprio punto di vista, opposto per esempio a Zingaretti o Di Maio. I vantaggi sono molteplici, si potrebbe avere un oppositore con meno presa mediatica, o meno aggregante, che contenda la vittoria finale al proprio campione. In caso di sconfitta è altrettanto possibile che sia preferibile avere, sempre per fare un esempio pratico, un Giorgetti premier piuttosto che Salvini, ritenendolo più ‘europeista’ o ‘preparato’ o ‘dialogante’, rispetto un Salvini. Il vantaggio più evidente del teorema di Arrow? E’ a costo 0.

Quanto sopra è il mix tra due sistemi. Il primo è la Votazione di Borda, francese vissuto alla fine del 18° secolo, che nel 1770 teorizzò la possibilità per i votanti di ottenere il risultato desiderato votando in parte contro i propri interessi in prima battuta, per vedere trionfare il proprio candidato alla fine dei giochi.

Per finire abbiamo la C relativa al Paradosso di Condorcet, situazione indicata da Jean-Antoine Caritat de Condorcet, matematico e filosofo del XVIII secolo, meglio conosciuto come il Marchese di Condorcet. Nel suo lavoro più noto, Essai sur l’application de l’analyse à la probabilité des décisions rendues à la pluralité des voix (1785). La soluzione di Condorcet vuole evitare l’ingovernabilità ricorrendo a una votazione a doppio turno, una sorta di ballottaggio, tra i due partiti che al primo turno hanno ottenuto più voti si scontrano fra loro in una seconda votazione per decidere il vincitore mentre il terzo partito viene eliminato dalla votazione. Se nel teorema di Borda si premia la media dei votanti, nella soluzione di Condorcet si realizza la tirannia della maggioranza, con il minore partito votato escluso dalla corsa finale che diviene appannaggio esclusivo dei primi due partiti votati.

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