Nagorno Karabakh, un conflitto mai sopito

La disgregazione dell’Unione Sovietica causò tutta una serie di pulsioni autonomiste e indipendentiste che hanno portato alla nascita di nuovi stati, spesso a seguito di guerre sanguinose. Ci sono poi quelle che vengono definite “conflitti congelati”, ovvero contenziosi con scontri armati che restano irrisolti e periodicamente tornano a galla. Ora la guerra si è riaccesa con i primi scontri dello scorso luglio e la deflagrazione avvenuta tra settembre e ottobre, con prese di posizione internazionali da parte di Turchia e Iran, e la colpevole assenza di Europa, presa solamente dall’emergenza covid e dimentica del resto, e degli USA alle prese con le elezioni e comunque nella morsa dell’isolazionismo assurdo della politica estera di Trump. Il risultato di questo nuovo scontro è valutato in 5.000 morti e 30.000 sfollati.

Il conflitto ebbe inizio nel 1988, con rivendicazioni irredentiste nella regione azera del Nagorno Karabakh, la cui popolazione è costituita nella stragrande maggioranza da armeni. Lo scontro divenne guerra aperta tra Azerbaijan e l’Armenia nel 1991, concludendosi solo con gli accordi per il cessate il fuoco firmati a Bishkek (Kirgizistan) nel 1994, da quel momento il territorio rimase sotto l’occupazione militare dell’Armenia. La parola passò a quel punto alla diplomazia, nelle mani del Gruppo di Minsk dell’OSCE (con tre co-presidenti: USA, Francia e Russia), non si sono mai raggiunti progressi concreti verso la risoluzione del conflitto. Nemmeno vari incontri avvenuti nel 1999 tra il presidente armeno Robert Kocharyan e quello azero Ilham Aliyev a New York; a Parigi (gennaio 2001), Key West in Florida (aprile 2001), Rambouillet in Francia (gennaio 2006) si rivelarono utili al raggiungimento di una soluzione definitiva.

Il Nagorno-Karabakh si è autoproclamato stato sovrano, non riconosciuto da alcun altro paese, compresa l’Armenia che pure fu decisiva per crearne le premesse, vincendo sul campo la guerra con l’Azerbaijan, che ha continuato a considerare il Nagorno-Karabakh come sua “parte inalienabile”. Il tentativo più realistico era stato messo a punto dalla vera potenza del Caucaso, con una importante base militare proprio in Armenia e un controllo totale discreto, ma presente, sull’Azerbaijan e la regione tutta del Caucaso. Nell’aprile del 2016 fu presentato il cosiddetto piano Lavrov, dal nome del ministro degli Esteri russo, a proporre un piano di pace imperniato sulla restituzione all’Azerbaijan di alcune delle province occupate che circondano il Nagorno Karabakh. Tentativo andato a vuoto per l’ostinazione degli oltranzisti armeni. Ma mentre tutto taceva, l’Azerbaijan, forte delle entrate provenienti dal mercato degli idrocarburi, ha silenziosamente aumentato in maniera significativa il suo livello di forza militare divenendo preponderante rispetto la vicina Armenia. Lo scoppio della guerra ha visto l’intromissione verbale di Iran e Turchia, ma in questo caso il movimentismo di Erdogan si è fermato di fronte al muro di Putin, non andando oltre generiche dichiarazioni di sostegno agli azeri. E che sia Putin il vero dominus della situazione, riempiendo il vuoto occidentale, si è visto nella estensione e obbligata accettazione delle parti in causa del piano di pace messo a punto da Mosca, che prevede anche il dispiegamento di 2.000 soldati russi che difficilmente qualcuno farà tornare nei propri confini trascorsi i 5 anni pattuiti di presenza a dividere le forze in guerra.

L’intesa, mediata dal presidente russo Vladimir Putin, sottoscritta dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dal presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, sancisce un “cessate il fuoco completo di tutte le ostilità nella zona del conflitto del Nagorno Karabakh con il congelamento delle posizioni in campo al momento.”. Firma obbligata da parte di Erevan dopo che l’esercito di Baku aveva conquistato la città sacra di Shusha (Shushi per gli armeni) ed era arrivato alle porte di Stepanakert, capitale dell’autoproclamato stato del Nagorno Karabakh. I termini dell’accordo stabiliscono che l’Armenia cederà il controllo di tutti i territori al di fuori dell’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh ancora sotto il loro controllo, ad eccezione di un corridoio largo 5 chilometri che passa attraverso Lachin, per collegare il territorio con l’Armenia; quest’ultima dovrà consegnare all’Azerbaijan la regione del Kelbajar, che si trova a nord-ovest del Nagorno Karabakh. Seguiranno il 20 novembre la regione di Aghdam a est del Nagorno Karabakh e le aree sotto il controllo armeno nel distretto di Gazakh, nel nord dell’Azerbaijan.

Truppe russe verranno inoltre dispiegate lungo la linea di contatto in Nagorno Karabakh e saranno schierate “parallelamente al ritiro delle forze armate armene”. Il contingente di mantenimento della pace rimarrà per un periodo di cinque anni, con proroghe automatiche per periodi di cinque anni se né l’Armenia né l’Azerbaijan “dichiareranno sei mesi prima della scadenza del periodo l’intenzione di terminare l’applicazione di questa disposizione”. Il ritorno degli sfollati interni e dei rifugiati in Nagorno Karabakh e nei territori circostanti avverrà sotto gli auspici dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Secondo l’accordo, “tutti i collegamenti economici e di trasporto nella regione devono essere sbloccati”. L’Armenia garantirà un collegamento di trasporto tra l’Azerbaijan e la Repubblica autonoma di Nakhichevan permettendo “il movimento senza ostacoli di cittadini, veicoli e merci in entrambe le direzioni”. Il “controllo dei trasporti” sarà effettuato “dagli organismi del servizio di frontiera del Servizio federale di sicurezza della Russia. Chi vince e chi perde? L’Armenia vede una situazione interna al limite con il popolo che accusa il premier di tradimento, senza comprendere che non aveva scelta di fronte ai risultati sul campo di battaglia. Aliyev avrebbe potuto ottenere di più tramite accordi diplomatici, in realtà porta a casa il minimo risultato possibile. Sicuramente sconfitti Europa e USA, entrambi assenti e senza peso nella vicenda. Vincitore assoluto è Putin che ribadisce la presa di Mosca sul Caucaso arrivando a dispiegare ulteriori truppe a difesa della zona sud della Russia fronteggiando, se necessario, le mire espansionistiche di Iran e Turchia.

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