Monet e gli Impressionisti in mostra a Bologna

Fino al 14 febbraio Palazzo Albergati ospita a Bologna i più grandi capolavori di Monet e gli Impressionisti provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi. E’ la prima volta che il museo parigino cede in prestito un corpus di opere uniche, molte delle quali mai esposte altrove nel mondo. Principalmente Monet, ma non solo, la mostra è un percorso espositivo che vede esposti i capolavori cardine dell’impressionismo francese come Ritratto di Madame Ducros (1858) di Degas, Ritratto di Julie Manet (1894) di Renoir e Ninfee (1916-1919 ca.) di Monet, opere inedite per il grande pubblico perché mai uscite dal Musée Marmottan Monet. È il caso di Ritratto di Berthe Morisot distesa (1873) di Édouard Manet, Il ponte dell’Europa, Stazione Saint-Lazare (1877) di Claude Monet e Fanciulla seduta con cappello bianco (1884) di Pierre Auguste Renoir.

Iole Siena, Presidente del Gruppo Arthemisia, ha dichiarato: “Era tutto pronto per l’inaugurazione prevista lo scorso 12 marzo, quando il dilagare della crisi sanitaria per il Coronavirus ha costretto i capolavori di Monet e dei più grandi Impressionisti a una brusca ritirata. Dopo cinque mesi il mondo non è più quello di prima e quello della cultura, particolarmente colpito dalla pandemia, sta vivendo una forte battuta d’arresto. In questo contesto l’apertura di una mostra eccezionale come ‘Monet e gli Impressionisti. Capolavori dal Musée Marmottan Monet di Parigi’ va in controtendenza rispetto al panorama internazionale ed emoziona più del solito, perché aprirla significa gettare il cuore oltre l’ostacolo, superare paure e incertezze e prediligere l’interesse del pubblico rispetto al proprio”.

E la meraviglia dei colori esplode nella splendida cornice dello storico Palazzo Albergati nel centro storico di Bologna. Gli impressionisti, i profeti del dipingere “en plein air”, gli esegeti della natura trasportata su tela tramite pennellate rapide e precise. Se la mostra punta sul nome di Monet, non è solo il grande Claude a popolare le sale dell’esposizione, ma anche Manet, Renoir, Degas, Corot, Sisley, Morisot, Boudin, Pissarro e Signac sono presenti nella mostra Monet e gli Impressionisti. Una pittura estasiante, che si specchia nei paesaggi marini tra le coste della Normandia come Honfleur, per spostarsi al Sole del sud tra Nizza e Cagnes sur Mer. Spalancando l’arte al colore e spostando l’attenzione dai dipinti fotografici alla luce, diffusa e dolcemente nascosta nello stile di Vermeer, o attirando l’attenzione con il discreto inserimento di punti luminosi, tecnica di cui divenne maestro Magritte. Così ne il “Treno sulla neve” del 1975, Claude Monet inserisce due potenti fanali che spezzano la coltre bianca della neve. I trasporti che stavano iniziando a invadere le strade parigine divennero uno dei temi preferiti da questi maghi del colore, e alla “Gare de Saint-Lazare” di Monet, risponde il ‘rivoluzionario’ Camille Pissarro con il suo “Boulevard in esterni”. Ma Monet, maestro della luce e dei colori, ammalia con la trilogia temporale della natura luminosa cangiante sulla Senna, (La Senna a Port-Villez effetto sera, la Senna a Port-Villez effetto rosa, Sole d’inverno), frutto di una giornata passata a porre il cavalletto sulle rive del fiume. La natura ha sempre avuto un ruolo centrale nell’arte di Monet, dalle coste di Fecamp e Etretat, al buen retiro di Giverny, con le serie dedicate ai Ponti giapponesi, il loro porsi in maniera quasi timida rispetto una flora ridondante. Una vegetazione che diviene più ordinata, quasi discreta, per portare gli occhi del visitatore sul tema che ha dato fama imperitura a Monet, le “Ninfee”. Lo stagno di Giverny è assurto a fama mondiale, è doveroso soffermarsi solo sulla bellezza delle pennellate e l’intensità emozionale dei giochi di colore del pittore, e tra ninfee e salici, anche qui il genio artistico del pittore ha posto alcuni punti di luce, fiori e petali colorati di rosa, bianco splendente, rosso acceso, come abbandonati a sé stessi, ma capaci di dotarsi del potere magnetico che tiene il visitatore con gli occhi sulla tela colto da un dubbio, resistere o abbandonarsi alla sindrome di Stendhal?

E se il Salon rifiutò i pittori impressionisti (termine creato nel 1874 dal critico Louis Leroy, ispirandosi al dipinto di Monet “Impression, soleil levant”, per accusare la corrente di non sapere disegnare) trovandoli ‘scandalosi’, questi trovarono ottima sponda in Napoleone III che inaugurò di persona il Salon des réfusés, dove Édouard Manet affascinò, e non scandalizzò, gli appassionati d’arte con il suo Le déjeuner sur l’herbe, seguito da Olympia, ma nella mostra organizzata da Arthemisia potete ammirare lo splendido dipinto Jupiter and Antiope, una summa delle passioni umane, la caccia, eros, amore che scaglia le sue frecce, il tutto raccolto in una natura meravigliosa. Non sono presenti in mostra le sue famose ballerine, ma di Edgar Degas, mosca bianca del “en plein air”, che rifuggiva gli spazi aperti per rifugiarsi in studio, possiamo ammirare i ritratti di Madame Ducros e Henry Rouart, anche qui sono i colori a giocare la parte più importante nel trasmettere emozioni. Non ci sono le esplosioni di Monet, ma un uso ragionato delle luci per creare il contrasto.

Non sapevano disegnare secondo Leroy, ma come negare la capacità tecnica evidente di questi artisti guardando la soffice pittura con cui Renoir ha ritratto Victorine de Bellio? Potremmo proseguire con le “Mucche al pascolo” di Boudin, o la “Berthe Morisot distesa” e notare i punti luce di rosso sulle guance della modella preferita da Manet che portano l’attenzione sul viso e arricchiscono di luce l’immagine diafana della donna. Berthe Morisot, una donna che ha avuto la sfortuna di nascere donna in una epoca così maschilista da precluderle l’accesso alle scuole d’arte, divieto che non le impedì di affermarsi come l’unica grande pittrice donna del movimento Impressionista, con la sua particolare pennellata lunga che si apprezza in dipinti quali la “Pastorella sdraiata”. Infinita è la serie di capolavori esposti, Alfred Sisley entusiasma per i suoi quadri nati attorno a Moret-sur-Loing, con l’uso immaginifico dei colori e la straordinaria precisione dei tratti che trova una delle sue massime espressioni in “Estate di San Martino”.

[NdR – Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Arthemisia per la cortese disponibilità]

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