Covid 19, scenari economici futuri

Gli effetti economici della pandemia Coronavirus Covid-19 sta iniziando a produrre i suoi nefasti effetti sull’economia mondiale, anche se per ora ancora solo abbozzati e mitigati dalle misure messe in campo dagli stati. Al momento si contano già 500mila disoccupati in più in Italia (fra tempo determinato non rinnovato e 200mila di sostituzione), 22milioni negli Stati Uniti; ma cosa ci attende nel futuro? I più importanti think tank e istituti di ricerca si sono messi al lavoro per preparare gli outlook secondo diversi scenari, perché fare diagnosi precise non avendo ancora chiari i tempi del contagio e la fine del lockdown è molto difficile.

L’osservatorio Lockdown di Nomisma dalla prima rilevazione effettuata mette in luce che il 74% degli italiani ritiene giusto (anche se tardivo) il “blocco” nazionale e il 41% si aspetta un ritorno alle prime forme di normalità a maggio, per il 27% degli italiani, invece, bisognerà attendere giugno. L’Osservatorio, evidenzia, inoltre, che nelle ultime tre settimane solo il 14% è stato di buon umore, mentre il 43% ha vissuto alti e bassi a causa della situazione di incertezza e dell’isolamento. Il 41% si è detto preoccupato soprattutto per la salute dei propri cari. In crescita gli acquisti di prodotti ed ingredienti: il 40% degli intervistati ha dichiarato di aver dato più spazio a farine e lieviti, ammettendo però, nel 36% dei casi, che ridurrà l’acquisto di questo tipo di prodotti al termine della quarantena. Stesso trend in crescita per l’approvvigionamento di alimenti a lunga conservazione: il 31% ha fatto scorta durante il lockdown, ma il 24% tornerà alle vecchie abitudini quando sarà finita l’emergenza Coronavirus. Boom per le confezioni multiple: il 64% le acquistava nel pre – quarantena, oggi il trend si è assestato a quota 79%, un dato che, secondo le previsioni degli stessi consumatori, è destinato a rimanere valido anche nella ripresa. Filiera corta, spesa online e ordini di cibo d’asporto sono altri tre settori che hanno evidenziato un forte aumento. Il 77% delle famiglie italiane sta trascorrendo la quarantena in una casa di proprietà fornita di apparecchiature tecnologiche che facilitano il lavoro in smart working: tocca quota 43% la percentuale di occupati che nelle ultime settimane ha lavorato almeno qualche giorno da casa.

L’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica di Milano diretta da Carlo Cottarelli ha studiato un modello basato sullo studio delle pandemie passate basandosi su due variabili fondamentali: il “tasso di attacco” del virus (cioè la percentuale di popolazione che si ammala) e il suo “tasso di letalità” (cioè la percentuale di contagiati che muore). Gli scenari ipotizzati afferiscono alle tre pandemie influenzali del ‘900 riconosciute dall’OMS: l’influenza spagnola del 1918-19, l’influenza asiatica del 1957 e l’influenza di Hong Kong del 1968-69. Si stima che il tasso di attacco di tutte e tre le pandemie fosse compreso tra il 25 e il 35 per cento, mentre il tasso di letalità era compreso tra il 2 e il 3 per cento per la spagnola e inferiore allo 0,2 per cento negli altri due casi (OMS, 2009). In sintesi si evidenzia come a seconda della letalità della pandemia ci si possa aspettare una riduzione del pil mondiale tra 1 e 3,5%; ma devo aggiungere che in presenza di lockdown prolungato come stiamo vivendo, altri outlook posizionano il calo tra il 6,5 e il 9,5%. Rimane comune il fatto che gli effetti economici della pandemia si esplicitano nel breve periodo, rientrando entro il terzo anno dopo la ripresa del secondo. Nel breve periodo, un virus molto contagioso ma poco letale è più dannoso per l’economia di un virus molto letale ma poco contagioso, poiché è in grado di generare shock più forti sia nei consumatori sia nelle imprese.

Particolarmente interessanti gli scenari rappresentati dalla Società di consulenza McKinsey nel suo rapporto “COVID-19: Implications for business”. Il primo scenario, peraltro ritenuto dalla stessa McKinsey assegnato di poche probabilità per il suo eccessivo ottimismo, prevede alta trasmissibilità del virus con bassa letalità. Veloce controllo della crisi da paesi come la Cina, dotati di catena di comando corta e decisione nell’agire, mortalità concentrata sulle fasce anziane della forza lavoro inducendo molti over con salute non buona a ritirarsi dal lavoro per rifugiarsi a casa. Fattori come la localizzazione dei focolai, la breve durata del picco (una o due settimane) e la crescita della gig economy come i rider, consentono la rapida ripresa della produzione in molte aree mitigando la caduta del pil al 2%. Il secondo scenario vede la maggior parte dei paesi impegnati nella lotta al virus non in grado di contenere la pandemia in tempi brevi facendo decadere il presupposto di localizzazione dei focolai. Questa ipotesi vede una diffusione globale della pandemia, ma con un calo drastico nella primavera dell’emisfero settentrionale. In questo caso si avrebbe un forte rallentamento dell’economia mondiale, pur senza arrivare alla recessione, sarebbero particolarmente colpito le imprese medie e piccole e i paesi in via di sviluppo che hanno sistemi sanitari deboli e indurrebbero gli investitori a spostare i propri capitali in paesi ad alta affidabilità. Soffrirebbero in maniera molto forte il ramo dei trasporti aerei (in cui abbiamo già visto i primi fallimenti), provocando un consolidamento dei vettori a seguito del crollo del comparto. La deflazione caratteristica di questa situazione indurrebbe i consumatori a dilazionare gli acquisti alimentando la spirale perversa del calo dei consumi. Il terzo e ultimo scenario rappresentato coincide con il secondo, ma prende in esame la possibilità che il virus non sia stagionale e quindi non si eclissi o si mitighi con la primavera. La crescita dei casi continua durante il secondo e il terzo trimestre, potenzialmente travolgendo i sistemi sanitari in tutto il mondo e spingendo una ripresa della fiducia dei consumatori verso il terzo o oltre.

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