Camera di Consiglio

CASO VANNINI, DOLO O COLPA? – La vicenda è quella di Marco Vannini (il ragazzo morto in casa della fidanzata a Ladispoli nel 2015) per il quale, in primo grado, il padre della fidanzata era stato condannato per omicidio doloso; la pena era stata ridotta da quindici a cinque anni in appello riqualificando il fatto come omicidio colposo. Tutto era stata oggetto di più puntate di programmi TV nei quali avvocati e sedicenti esperti avevano pontificato teorie forse senza mai avere letto gli atti. Gli avvocati degli imputati, a seguito di questi programmi erano stati anche oggetto di minacce.

Due fondamentali precisazioni. La prima: l’art. 111 della Costituzione prevede la motivazione di ogni provvedimento giurisdizionale; non siamo negli Stati Uniti dove è sufficiente dire “colpevole o non colpevole”. La seconda: l’omicidio è punibile a titolo di dolo (volontà e intenzione di uccidere; chi spara), colpa (previsione di un evento che però non si vuole; il medico che sbaglia). Abbiamo anche la preterintenzione, che si configura, ad esempio, se con un pugno si uccide.

Ciò premesso a beneficio di chi si informa nei suddetti programmi TV, nel processo di primo grado, il padre della fidanzata, presunto sparatore, venne condannato a titolo di “dolo eventuale”: si tratta di una declinazione del dolo nella quale l’evento non è voluto, ma poteva comunque essere prevedibile. In secondo grado questa tesi veniva smentita mediante una ricostruzione dei fatti e ponendo in evidenza come vi fosse stato un comportamento comunque, anche se in maniera non efficace, volto ad evitare l’evento morte.

La Cassazione, nella sua decisione del febbraio scorso, ha ritenuto illogica la motivazione del giudice di appello, vale a dire che per poter applicare il dolo eventuale la motivazione non era sufficiente, in quanto non era stata data una “rigorosa dimostrazione”. Ergo, il dolo eventuale deve essere rigorosamente provato e motivato. E non dimentichiamo che nel corpo della sentenza, forse a qualcuno è sfuggito, la Cassazione precisa che la soluzione della Corte di Assise, è corretta.

Non si tratta di principi di giustizia, tantomeno di giustizia sommaria, come volevano la piazza e i talkshow, bensì di applicazione di un principio costituzionale. La parola torna quindi alla Corte di Assise di Appello che, in altra composizione, dovrà compiere una vera e propria opera d’arte di diritto per giustificare una nuova condanna e determinare se il caso configuri dolo o colpa.

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