Cronache dai Palazzi

La Consulta ha bocciato la richiesta di referendum a proposito di legge elettorale ritenendo il quesito “manipolativo”. In autunno otto consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata e Liguria) guidati dal centrodestra hanno richiesto, come previsto dalla Costituzione, di sottoporre a referendum l’abrogazione di una parte della legge elettorale Rosatellum che prevede la quota proporzionale dei seggi (il 64 per cento) per trasformare il sistema in un maggioritario puro.

In sostanza la Consulta ha reputato inammissibile la richiesta di referendum in quanto, secondo il giudizio dei giudici, in caso di cancellazione della quota proporzionale del Rosatellum, la legge che ne deriverebbe non risulterebbe applicabile perché collegata ad un’altra normativa, la legge delega al governo per la ridefinizione dei collegi, che presenta margini piuttosto ampi.

“Eccessiva manipolatività del quesito referendario”, ha esordito la Corte Costituzionale. L’approvazione avrebbe in pratica stravolto le finalità della legge elettorale fino a diventare incompatibile con i requisiti richiesti dalla Carta Costituzionale. L’approvazione del referendum avrebbe generato un nuovo meccanismo elettorale operativo nell’immediato. La regola fondamentale che la Corte ha definito da diverso tempo per i referendum elettorali è che la “normativa di risulta”, cioè le regole rimanenti in seguito all’abrogazione delle parti indicate, sia “autoapplicativa”, senza ricorrere ad ulteriori riforme. In pratica giusto il tempo di ridefinire i collegi da parte del governo, come previsto da una legge-delega anch’essa inserita nel medesimo quesito, e la nuova legge elettorale sarebbe diventata subito legge.

Quel che rimaneva della legge garantiva il ritorno alle urne in qualsiasi momento come richiesto dalla Carta e dal necessario equilibrio dei poteri. Per superare questo ostacolo i promotori del quesito referendario avevano giustappunto inserito e previsto una legge-delega in virtù della quale, prima di eventuali elezioni, l’esecutivo avrebbe dovuto ridisegnare la “geografia elettorale”, dato che con il maggioritario si sarebbero dovuti ridefinire i collegi elettorali. Tutto ciò in vista della riforma costituzionale che riduce il numero di senatori e deputati. Un’operazione che però è stata bocciata dalla Consulta che, senza entrare nel merito della “autoapplicatività” della “normativa di risulta”, ha ritenuto inopportuno il metodo escogitato, in quanto l’intervento sulla legge, studiata per la riforma costituzionale, è stato ritenuto “eccessivamente manipolativo”.

“La bocciatura era prevedibile: l’intenzione era ottima, ma quasi inevitabile l’esito”, ha affermato la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni aggiungendo: “Il centrodestra ora deve rilanciare con una proposta unitaria”. La maggioranza si sta concentrando a sua volta sul “Germanicum”, le interazioni tra i partiti erano già in corso prima che la Consulta pronunciasse il suo verdetto ma ora occorre arrivare al dunque accelerando i tempi. L’esecutivo giallorosso sembra a questo punto aver trovato un accordo sull’introduzione del proporzionale puro con uno sbarramento del 5 per cento, il cosiddetto “Germanicum” suddetto. Sono d’accordo Pd, M5S e Iv. LeU vorrebbe invece ridurre la soglia proposta mentre la Lega e il centrodestra mirano a ripristinare il Mattarellum.

“È il vecchio sistema che si difende”, è stata la reazione del leader leghista Matteo Salvini a ridosso della bocciatura del referendum da parte della Consulta. “Ci dispiace che non si lasci decidere il popolo: così è il ritorno alla preistoria della peggiore politica italica”, ha aggiunto il leader del Carroccio sostenendo che si tratta di “un furto di democrazia”.

La maggioranza tira invece un sospiro di sollievo e inizia a perseguire “la strada del proporzionale” come ha affermato Luigi Di Maio, “affinché tutti i cittadini siano rappresentati in Parlamento”. Per il commissario agli Affari economici della Ue Paolo Gentiloni “è una buona notizia anche per chi non ama il proporzionale”.

“Il castello di sabbia costruito da Salvini è venuto giù”, sostengono i dem, e ora la maggioranza deve procedere “verso l’approvazione della proposta depositata alla Camera”. Per Leu il capogruppo alla Camera Federico Fornaro sottolinea che “un sistema elettorale fondato sul maggioritario modello inglese avrebbe prodotto effetti devastanti nell’edificio costituzionale della nostra democrazia”.

“Una proposta unitaria che tuteli il principio della rappresentanza, ma garantisca la governabilità” è ciò che dovrebbe fare il centrodestra per Anna Maria Bernini di Forza Italia, “dopo la bocciatura del referendum sul maggioritario all’inglese”. Per Bernini “il ritorno al passato non può essere la soluzione che va invece ricercata in un sistema misto maggioritario-proporzionale”.

In sostanza occorre ora “superare il Rosatellum e dare al Paese una legge elettorale proporzionale con soglia alta”, chiosa il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà.

Sul fronte del lavoro a proposito di “Gender Pay Gap”, ossia la differenza di stipendio tra uomini e donne, la sottosegretaria al Lavoro Puglisi (Pd) ha preannunciato che un apposito gruppo di lavoro composto da diversi esperti sarà impegnato a studiare una serie di proposte per risolvere la questione. Secondo gli ultimi dati dell’Istat nel nostro Paese la differenza di stipendio tra uomini e donne è in media del 7,4 per cento.

A proposito di parità di genere è stata avanzata, inoltre, una proposta che riguarda l’estensione del congedo obbligatorio per la nascita e l’adozione di un figlio da 5 a 6 mesi, uno dei quali dovrebbe spettare al padre. Attualmente sono previsti cinque mesi obbligatori per la madre e solo da qualche anno è stato introdotto il congedo obbligatorio per il padre che nel 2020 è diventato di sette giorni anziché cinque, più un giorno facoltativo che però può essere preso solo sostituendo la madre. La proposta del governo è introdurre un congedo unico di sei mesi, l’80 per cento dei quali (poco meno dei cinque mesi di oggi) spetterebbe alla madre e il 20 per cento (poco più di un mese) al padre.

A dover conciliare lavoro e famiglia sono molto spesso le donne che per dedicarsi alla cura dei figli penalizzano la loro carriera e di conseguenza il proprio stipendio. Le donne più degli uomini ricorrono al part time e nei casi più drastici sono addirittura costrette ad abbandonare il lavoro. L’idea di instaurare un meccanismo unico su base familiare mirerebbe a coinvolgere a pieno i padri, per far sì che condividano il lavoro di cura dei figli con la madre nella maniera più equilibrata. “Se sono sempre le donne a dover conciliare lavoro e cura – ha affermato Francesca Puglisi, sottosegretaria al Lavoro per il Pd – non cambierà mai nulla”. In pratica occorre “passare dalle politiche di conciliazione a quelle di condivisione”. Allungare il congedo obbligatorio per la nascita di un figlio comporta ovviamente dei costi aggiuntivi soprattutto a carico della previdenza, dato che durante il congedo l’80 per cento della paga viene versato dall’Inps. A tale proposito un aiuto potrebbe arrivare dall’Europa, data l’attenzione riservata dalla Commissione europea alle politiche indirizzate a ridurre le diseguaglianze di genere.

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