Cronache dai Palazzi

Il Parlamento torna a trattare la materia elettorale da due punti di vista: la nuova legge elettorale è l’ipotesi di un referendum per abrogare la legge con cui le Camere hanno approvato il taglio dei parlamentari lo scorso ottobre. Ad un passo dalla consegna in Cassazione, per richiedere un referendum confermativo, il plico delle firme si è fermato per la defezione da parte di alcuni senatori che hanno ritirato il loro nome. “Bisogna dare agli italiani la possibilità di esprimersi”, hanno a loro volta protestato coloro che hanno combattuto per il referendum.

Alla fine, nel pomeriggio di ieri i tre promotori del referendum sul taglio dei parlamentari – Andrea Cangini (FI), Tommaso Nannincini (Pd) e Nazario Pagano (FI) – sono entrati in Cassazione per depositare le 71 firme a favore della richiesta del referendum, ben 7 in più rispetto al numero minimo (64). Tra i firmatari anche gli ex M5S Grassi e Urraro. La raccolta firme è andata in porto, come sembra, anche grazie al sostanzioso appoggio da parte di diversi senatori leghisti, nonostante il voto in Aula a favore del taglio, da parte del Carroccio, ad ottobre.

Sulla raccolta firme i grillini hanno quindi attaccato la Lega accusandola di non aver “resistito alla voglia di tenersi strette le poltrone”, mettendo in campo un “aiutino” nella raccolta delle firme per il referendum sulla riforma del taglio dei parlamentari. “Non vediamo l’ora di dare il via alla campagna referendaria per spiegare ai cittadini che ci sono parlamentari che vorrebbero bloccare questo taglio – hanno ammonito fonti grilline – fermando così il risparmio di circa 300mila euro al giorno per gli italiani”, risparmio che si realizzerebbe con l’eliminazione di 345 poltrone. “Se si farà il referendum sulla legge per il taglio dei parlamentari sono convinto che i cittadini saranno dalla nostra parte”, scrive su Twitter Federico D’Inca, ministro 5S per i Rapporti con il Parlamento. “Certo è curioso che a volerlo adesso siano quelli che l’hanno approvata. In situazioni normali sarebbe contraddizione, per certa politica è consuetudine”, ammonisce D’Inca.

Mara Carfagna ha definito “quello sul taglio dei parlamentari un referendum salva-poltrone”. In sostanza “un vero e proprio trucchetto che ha come unico obiettivo quello di costringere gli italiani a eleggere nuovamente mille parlamentari, anziché seicento”. Ai colleghi senatori che le hanno chiesto un parere Mara Carfagna ha detto: “Non prestatevi a un giochino di Palazzo che screditerà la politica, squalificherà Forza Italia, resusciterà il populismo. La riduzione dei parlamentari è stata approvata con il sì di Forza Italia appena tre mesi fa, dopo quattro letture”. Carfagna ha aggiunto: “Chi vuole il referendum per rimandare il taglio dei parlamentari lo dica apertamente, ci metta la faccia e non utilizzi giochi di palazzo”.

Salvini ha a sua volta difeso la scelta della Lega spiegandone anche le ragioni, in primo luogo le urne: “Abbiamo dato un contributo per avvicinare la data delle elezioni”, ha affermato il leader del Carroccio opponendosi all’attuale squadra dell’esecutivo e auspicando un celere cambio della guardia a Palazzo Chigi. In sostanza secondo il ragionamento di Salvini senza referendum la legislatura si arenerebbe in quanto alle prossime elezioni si dovrebbe votare per l’elezione di un numero ridotto di parlamentari. Avendo presentato le firme per il referendum, prima della consultazione resta aperta una “finestra” per eventualmente tornare a votare in anticipo. Nel caso di una crisi di governo irreparabile durante il periodo di transizione, e dovendo quindi il Paese andare a nuove elezioni, verrebbe eletto l’attuale numero di parlamentari.

Per i senatori dem Verducci e D’Arienzo che hanno ritirato le loro firme è “un risultato politico importante, per niente scontato, aver raggiunto un accordo che impegna le forze di governo ad approvare una nuova legge elettorale proporzionale ed il deposito del conseguente disegno di legge. Introdurre il proporzionale è l’unico modo per salvaguardare la rappresentanza politica e sociale che è alla base della nostra democrazia rappresentativa – affermano i senatori dem – e per evitare il rischio di pesanti distorsioni dovuto al taglio dei parlamentari”. A proposito di nuova legge elettorale, Forza Italia propone invece “un mix di maggioritario e proporzionale”. Intanto il presidente della Commissione Affari Costituzionali, Giuseppe Brescia (Pd), ha presentato il testo base della nuova legge elettorale, in pratica un sistema che si ispira a quello tedesco, ossia un proporzionale con sbarramento al 5%.

In definitiva, il referendum sul taglio delle poltrone in Parlamento sembra essersi trasformato nel capro espiatorio di uno scontro politico tra coloro che tendono a portare a termine la legislatura e coloro che invece vorrebbero tornare alle urne al più presto. In fondo, senza il referendum, a metà gennaio entrerebbe in vigore la riforma che riduce il numero dei deputati e dei senatori; con un eventuale referendum, invece, occorrerebbe attendere il responso popolare. La Cassazione avrà 30 giorni di tempo per verificare la richiesta. Dopodiché se tutto filerà liscio spetterà al Governo fissare la data del referendum tra maggio e giugno.

Su un altro fronte, quello dell’Istruzione, vi sono i due concorsi da 50 mila cattedre, i cui bandi sono stati annunciati per la prima volta nel 2018. Dopo che un decreto del Consiglio dei ministri ha “spacchettato” il settore dell’Istruzione in due ministeri – delle scuole di ogni ordine e grado si occuperà la sottosegretaria Lucia Azzolina e dell’università e la ricerca il rettore Gaetano Manfredi – l’esecutivo sta lavorando per affrontare il dossier dei concorsi. Uno straordinario e uno ordinario, per un totale di quasi 50 mila posti che però rischiano di non essere affidati in tempo rispetto ai tempi e alle necessità delle varie scuole. È stato scritto che i bandi saranno pubblicati i primi giorni di febbraio ma le previsioni non sembrano contemplare il breve periodo. Le procedure richiedono infatti sei mesi per il concorso straordinario che prevede una sola prova, e 2 anni per quello ordinario, quindi le assunzioni che erano state previste per settembre 2020 al momento appaiono irrealizzabili. La Cisl prefigura così “duecentomila supplenti in cattedra a settembre” per cui il prossimo anno scolastico vedrebbe l’esplosione della cosiddetta “supplentite”, in particolare nel settore del sostegno.

Per il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP), Antonello Giannelli, “c’è un fatto oggettivo: ogni anno si pensionano 30/40 mila insegnanti, su 800 mila uno su 4 non è di ruolo, e visto che con la progressione della carriera i docenti tendono a spostarsi nelle scuole più centrali, c’è il rischio che quelle periferiche inizino l’anno solo con supplenti”. In sostanza senza un turn-over adeguato il sistema rischia il collasso. “Ben il 58% dei docenti italiani, tra elementari e superiori, ha più di 50 anni, contro una media Ocse del 34% – come afferma Marcello Pacifico dell’Anief (Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori) – il nostro è l’unico Paese europeo dove in tutti i cicli scolastici l’età media degli insegnanti supera il mezzo secolo”. In pratica occorrerebbe “rivedere il sistema di reclutamento  – sottolinea l’Anief – perché qui si invecchia da precari”.

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