MES, tra verità e fake news

MES sta per Meccanismo Europeo di Stabilità, per cercare di comprendere cosa significhi dobbiamo tornare un passo indietro e riprendere in mano il Fiscal Compact. Questo servirà, una volta a regime, ad assicurare un corretto rapporto tra PIL e debito pubblico, fissato al 60%, quindi ad evitare crisi da eccesso di spesa pubblica. Il MES (ESM European Stability Mechanism oltralpe) esiste dal 2012 con buona pace dell’asse giallo-verde, e non è in discussione la sua esistenza, ma alcune modifiche di cui si parla dal 2017 senza particolari critiche finora. Il MES funziona da salvagente per i paesi in difficoltà attraverso la dotazione di un fondo di 650 miliardi che, previa richiesta da parte dello stato a rischio default, verrà utilizzato per prestiti a tasso d’interesse e acquisto di titoli di stato sul mercato.

Arrivati ora alla stretta finale, le modifiche dovevano essere approvate questo dicembre, l’argomento è tornato di attualità usato come grimaldello contro l’attuale maggioranza, diventando motivo di scontro sia all’interno che all’esterno della maggioranza di governo. Alfieri della discussione Luigi Di Maio da una parte e il duo Salvini-Meloni sul versante dell’opposizione, purtroppo tutti questi critici sanno di MES tanto quanto di fisica quantistica. Il MES non è oggetto di ratifica, è già in vigore e non si tratta quindi accettarlo o meno, men che meno è un modo dell’Europa per sottrarre sovranità ad uno stato membro, semmai per aiutarlo in caso di crisi.

Le modifiche proposte riguardano essenzialmente due fattori, il primo è quello che l’ignoranza sovranista segna come “aiuto alle banche tedesche”, e che vede il fondo assumere la funzione di paracadute finale del fondo di risoluzione unico delle banche (SRF). Il Fondo di Risoluzione Unico è finanziato dalle banche e non dagli stati, la novità introdotta è che nel caso questi risultasse insufficiente a salvare le banche in crisi, toccherebbe al MES intervenire. Il meccanismo interessa tutte le banche e non solo quelle tedesche, qui sta il trucco mediatico e scorretto dei detrattori, e le banche italiane non sono certo messe molto bene, vedasi l’ultimo caso del buco da 1 miliardo di euro relativo alla Banca Popolare di Bari. Se poi qualcuno vuole ripetere la tragica esperienza Lehmann Brothers, dovrebbe dirlo a chiare lettere, i risultati sono ancora freschi nella memoria di tutti.

L’altra modifica al MES riguarda il debito sovrano; un Paese in grave crisi di liquidità – e quindi con problemi di accesso al credito sul mercato – potrebbe accedere al MES previa analisi per la ristrutturazione del debito. Per tacitare i soliti personaggi di cui sopra, nessun commissariamento del paese, nessun meccanismo per cui la famigerata troika viene a comandare in casa altrui, si tratta di mettere i propri conti a posto. L’automatismo della ristrutturazione viene deciso con la maggioranza qualificata dell’85% del capitale, l ‘Italia, avendo il 17,7%, potrà sempre porre il veto. Se un paese non ha la possibilità di accedere al credito sul mercato non potrebbe acquistare petrolio, pagare stipendi pubblici e pensioni, in questo caso il MES sarebbe salvifico, anche qui se i politici agitatori di popolo volessero spiegare quale soluzione alternativa avrebbero in serbo sarebbe cosa gradita esserne informati. Fondamentalmente si chiede agli stati membri di avere un bilancio in ordine, cosa che l’Italia rimanda di governo in governo elargendo spese inutili a puri fini di consenso, il recente governo giallo-verde si è particolarmente distinto in questa pratica, comprensibile che i populisti tendano a continuare a fare spese per ottenere il consenso rimandando la scadenza della cambiale post-elezioni.

Un’altra novità è l’introduzione di linee di credito precauzionali più efficaci, ovvero utilizzabili in caso un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati.

Quello che potrebbe essere un pericolo per i Pigs è l’introduzione delle “clausole di azione collettiva” (Cacs) negli eventuali casi di ristrutturazione del debito sovrano di uno Stato membro. I titoli emessi dal 2022 dovranno essere accompagnati da questa clausola, che pone in capo alla platea degli azionisti la possibilità di approvare la ristrutturazione di un debito sovrano no più con una doppia maggioranza, ma semplicemente con una maggioranza unica. L’autorevolezza dell’emittente dovrà essere netta e consolidata agli occhi dell’investitore, un paese con scarsa credibilità e caratterizzato da politiche di bilancio messe in campo con ‘faciloneria’, verrebbe penalizzato da alti tassi di interesse venendo considerati i suoi titoli a maggiore rischio. Qui vengono in luce quelle che sono le solite best practices consigliate dagli economisti da tempo, un bilancio unico europeo, tassazione uniforme a livello europeo, emissioni di bond europei che quindi si facciano carico del bilancio consolidato dell’Eurozona e non più solo su quello dei singoli stati membri.

In merito alle modifiche il Governatore Ignazio Visco ha dichiarato in audizione in Commissione Bilancio e Politiche Ue riunite sul funzionamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e sulle sue prospettive di riforma: ​”Le modifiche introdotte sono di portata complessivamente limitata. ​La riforma non prevede né annuncia un meccanismo di ristrutturazione dei debiti sovrani. Come nel Trattato già oggi in vigore, non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito. Anche la verifica della sostenibilità del debito prima della concessione degli aiuti è già prevista dal Trattato vigente. È una clausola a tutela delle risorse dell’Esm, di cui l’Italia è il terzo principale finanziatore. Lo scopo del MES è concedere, sotto condizionalità, assistenza finanziaria ai paesi membri che, pur avendo un debito pubblico sostenibile, trovino temporanee difficoltà nel finanziarsi sul mercato. Non è un meccanismo per la ristrutturazione del debito sovrano, anzi è volto a evitarla. Sul fronte del sostegno ai Paesi in crisi, la riforma non cambia la sostanza del Trattato attualmente in vigore. Viene confermata l’esclusione di qualsiasi automatismo nelle decisioni circa la sostenibilità dei debiti pubblici e di un eventuale meccanismo per la loro ristrutturazione”.

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