Razzismo tra odio e intolleranza

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. La frase è di Primo Levi, e in questi giorni assume un valore decisamente più importante. Due episodi alla ribalta delle cronache devono indurre a riflettere e dimostrano come, oggi, il razzismo sia ancora un problema. Possiamo provare a comprendere, ma conoscere è il primo passo.

Non è bastata la guerra civile americana, né l’orrore di un Olocausto che sembra non essere ancora terminato, e una partita di calcio sospesa per insulti razzisti passa in secondo piano rispetto alla necessità di dover far scortare la senatrice a vita Segre per le minacce ricevute, ma i due episodi sono legati da un sottile filo di odio e intolleranza che si dipana da lontano ed è purtroppo troppo forte da spezzare.

Le patetiche pseudo giustificazioni di un capo ultrà di una squadra di calcio, che vogliono minimizzare e riportare ad un quadro folkloristico e goliardico gli insulti a Mario Balotelli, possono essere benissimo messe sullo stesso piano di insulti razzisti e antisemiti rivolti da anonimi vigliacchi alla Segre: in entrambi i casi, alla base troviamo un odio che non trova alcuna giustificazione se non l’assoluta ignoranza e mancanza di accettazione del diverso, di ciò che non si conosce, di ciò di cui si ha paura.

Ci si passi il paradosso estremo, che si usa come esempio calzante, e pensiamo a chi non entra in un ristorante cinese “perché non voglio mangiare cani, gatti e cavallette”. La domanda da fargli è se mai sia entrato in un ristorante cinese. E per quanto riguarda il mangiare cani era abitudine degli indiani delle praterie. Oggi sembra in pochi lo ricordino.

Il capo ultrà del Verona è stato oggetto di un Daspo di dieci anni e la punizione appare decisamente irrisoria, rispetto ad un’altra che paghiamo noi, in attesa di conseguenze di altra natura che verosimilmente arriveranno dall’autorità giudiziaria. Peraltro lascia perplessi anche la terminologia del comunicato della società calcistica che – prescindendo dalla definizione di “signore” rivolta all’ultrà (e Totò potrebbe rivoltarsi nella tomba, perché “Signori si nasce”) – si limita a parlare di “persona non gradita”, decisamente un minus rispetto ad altri epiteti che potrebbero essere usati a buona ragione. Ma il politically correct e la necessità di non scendere ai livelli del predetto, probabilmente impongono anche alcune accortezze.

La pena peggiore però, come detto, la stiamo pagando tutti noi e ben vorremmo dire di non meritarcela. Le pena che sta espiando tutta l’Italia è vedere una signora di quasi novanta anni che vive sotto scorta; quella signora che è anche la bambina a cui venne negato il diritto alla scuola e all’istruzione, come a tanti suoi coetanei, perché diversa. Perché non di “stirpe” italica. Ad ottanta anni di distanza, purtroppo, la Segre e molti altri ben possono dire che le cose non sono cambiate. E quella scorta, che fa provare estrema vergogna, ne è la prova. La stessa vergogna che dovrebbero provare i tifosi che vedono una partita sospesa. Ma in quanti, domenica scorsa, hanno cercato di zittire gli ululati razzisti? Perché ce lo meritiamo? Perché non abbiamo fatto la voce forte per far tacere i cori razzisti, e non abbiamo fatto togliere striscioni antisemiti.

Sembra che i primi riferimenti al razzismo siano stati fatti da Aristotele, quando parlava dei greci come popolo libero per natura e i barbari come esseri predisposti ad essere schiavi. Ma non si può pretendere che tutti conoscano la storia antica. Ma quella moderna e recente sarebbe un dovere per tutti e dovrebbe essere imparata non solo su testi scolastici purtroppo spesso incompleti, se non addirittura faziosi. La storia si dovrebbe imparare conoscendo i luoghi e parlando con le persone. Come diceva Levi sarà per molti impossibile comprendere, ma il primo passo è quello di sapere e conoscere. Ma se una visita ad Auschwitz deve ridursi a fare dei selfie in pose provocatorie, viene il dubbio se ne valga la pena.

Una nota, in ultimo, se vorranno capirla, dedicata a coloro che oggi fanno di un più o meno celato razzismo una bandiera che giustifica la loro (meschina) esistenza. Nelle leggi razziali del 1938, si parlava di “razza” sul solco di provvedimenti provenienti dall’allora alleata Germania. Nel codice penale del 1931, in norme oggi fortunatamente abrogate, ma scritte da giuristi di alto livello, veniva usato il termine più appropriato di “stirpe”, forse perché qualcuno era ben conscio che parlare di “razza” in quello che è sempre stato un pot-pourri e crogiolo di popoli provenienti da più parti d’Europa fin dall’antica Grecia, era decisamente inopportuno e fuori luogo.

E il problema di base che resta è ancora quello della mancata conoscenza. O di più pura ignoranza? E allora quando vedremo la signora Segre sotto scorta, cerchiamo di capire perché, di iniziare a conoscere.

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