Accordo UE-Mercosur, una tappa storica

Venerdì scorso, l’Unione Europea e il MERCOSUR hanno firmato un accordo di libero commercio che si veniva negoziando, con fasi alterne e lunghe battute di arresto, da più di 20 anni. Ricordo che il negoziato allora avviato, tra mille difficoltà, era uno dei temi principali e ricorrenti della mia missione a Buenos Aires, ma tutto era bloccato da un veto francese apparentemente insuperabile. L’Accordo crea una zona di libero scambio di quasi 800 milioni di persone, che ripresentano un quarto del PIL mondiale. Del MERCOSUR fanno parte Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, oltre al Venezuela attualmente sospeso in ragione della situazione politico-istituzionale.

L’intercambio tra i due blocchi è in media di 100 miliardi di dollari l’anno. Naturalmente, tutte le cifre citate più sopra andranno riviste al ribasso quando (o se) la Gran Bretagna sarà uscita effettivamente dell’UE, ma restano egualmente importanti. Per ciascuno dei due blocchi, l’Accordo rappresenta infatti il più ampio mai concluso, e non a torto governi e stampa dei Paesi del MERCOSUR lo acclamano e definiscono “storico”. Le previsioni sono che, nei prossimi anni, quando sarà entrato a regime, gli scambi tra i due blocchi potranno persino raddoppiare. Chi se ne beneficerà? Da parte sudamericana, soprattutto i produttori agricoli. Da parte europea, i produttori di beni industriali e servizi. Non per niente è la Germania che ha spinto maggiormente per l’accordo, contro le titubanze della Francia, storicamente preoccupata di difendere il proprio settore agricolo. Ma ricordiamo che l’Italia, che non ha autosufficienza alimentare, è ai primissimi posti per le esportazioni di beni industriali e servizi soprattutto verso Argentina e Brasile. Ci saranno conseguenze negative per gli agricoltori europei, anche italiani? Per alcuni settori (come la carne) forse sì. Saranno compensati dai vantaggi nell’aumento di esportazioni industriali? È assai probabile. Non per questo, comunque, andranno trascurate regole di protezione dalla concorrenza sleale, e di questo i negoziatori europei sono coscienti.

L’Accordo del 28 giugno è politico e di massima, ora andrà tradotto in un articolato dettagliato e completo ed è in questa fase che andrà fatta attenzione ad evitare indebite distorsioni (l’esempio cinese insegna che sono possibili e correnti; ma diciamo subito che paesi come l’Argentina e il Brasile   non hanno le condizioni di vantaggio abusivo di cui si avvale la Cina).Poi dovrà intervenire la ratifica del Parlamento Europeo e di quelli dei quattro Paesi del MERCOSUR, e anche questa fase servirà a introdurre le necessarie cautele.

Detto questo, l’Accordo ha davvero un’importanza eccezionale, come manifestazione della vitalità e del potere dell’Unione Europea, e a come risposta – più che dovuta – ai venti protezionisti che spirano da Washington, e non solo da lì.

Da quanto ho letto nella grande stampa latinoamericana, i protagonisti centrali dell’ultima fase negoziale appaiono, oltre a Juncker, com’è logico, e al Presidente argentino Macri, e brasiliano Bolsonaro, Macron, la Merkel e, con un ruolo considerato chiave e quasi decisivo, il Premier spagnolo Sanchez. Degli italiani non ho proprio sentito parlare. Spero di sbagliarmi, preferisco credere che la nostra diplomazia, a tutti i livelli, scelga di operare con discrezione e basso profilo. Spero che non sia tutta concentrata sulla soluzione del dramma della Sea Watch. Se no, è inutile che andiamo proclamando di voler contare di più in Europa.

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