L’ultimatum di Conte

Finalmente il Presidente del Consiglio è venuto fuori in prima persona, assumendosi una responsabilità politica fino ad ora per lo più latitante. Mi sembra giusto e anche coraggioso che l’abbia fatto: se volesse solamente conservare la poltrona, gli converrebbe di più navigare tra le due acque, senza esporsi, magari intervenendo solo per esercitare mediazioni di buon senso.

Con il discorso di lunedì, Conte ha invece dimostrato un certo carattere e anche un certo orgoglio, dicendo cose ovvie ma sgradevoli ai soci di maggioranza: in sostanza “così non si può andare avanti”, o si ritrova l’armonia e cessano le polemiche, le punzecchiature e gli insulti a mezzo stampa, o il Governo è al capolinea.

Non è certo un’uscita estemporanea: da mesi la rissa permanente era la regola nella maggioranza, ogni argomento era buono per litigare, dalla TAV alle autonomie, dallo sforamento del deficit alla sicurezza, ai rapporti tra i militari e il Ministro della Difesa. Va detto che la rissa era condotta soprattutto da un Salvini straripante, in campagna elettorale permanente, mentre da parte dei 5Stelle pareva giocarsi quasi in difesa. È evidente che il risultato delle Europee ha ancora di più imbaldanzito il Ministro dell’Interno, dandogli in mano il ricatto di nuove elezioni che vedrebbero quasi certamente una vittoria della destra unita a danno dei 5Stelle. E se si leggono bene le parole di Conte, si vede che esse erano dirette, sì, equanimemente, ai due contendenti, ma in realtà miravano al Capo della Lega: significativo l’invito ai Ministri di non invadere i campi di competenza di altri Ministri (cosa che Salvini fa giornalmente) e altrettanto rilevante è la netta affermazione che “le regole dell’UE si rispettano” (risposta indiretta alle bravate sul sovvertimento dei limiti di bilancio).

Dunque, il Premier ha detto cose sacrosante e anche dignitose, perché ha esplicitamente messo in gioco la durata del Governo e la sua posizione di Primo Ministro. Dicendo “o le cose cambiano o me ne vado”, ha dato un po’ di forza a quella che avrebbe potuto parere una predica inutile, e persino il ruggito del topo. Certo, così Conte si è giocata l’ultima carta, ma non è una carta da poco. A parte la sua (relativa) popolarità personale, c’è il fatto che la sua scelta come Premier rappresentò un punto di difficile e forse irrepetibile equilibrio e, se veramente dovesse portare a Mattarella le dimissioni del suo Governo (cosa che è sua stretta prerogativa), si aprirebbe una crisi di ardua soluzione.

Avrà successo il suo ammonimento? Quello che accadrà nelle prossime settimane o mesi sarà il litmus test della reale volontà di Salvini, di andare avanti in buona fede, ma anche degli umori che prevarranno tra i 5Stelle (dove Fico è già in aperta dissidenza). Sono anche sommessamente persuaso che molto potrà dipendere dal PD. Continuerà a fare da spettatore critico, contentandosi di incassare consensi da spendere in un futuro imprevedibile, o si deciderà a rientrare nel gioco e tornare a fare nuovamente politica? Zingaretti ha dichiarato che, in caso di crisi di governo, occorrerebbe andare a nuove elezioni. Certo pensa che così aumenterebbe il proprio bottino  elettorale, ma a che servirebbe qualche punto in più se l’Italia fosse consegnata per cinque anni alla tanto detestata destra?

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