Patrizio Bianchi: scuola, giovani e lavoro

Nato a Copparo, in provincia di Ferrara, nel 1952, Laureato a Bologna, Patrizio Bianchi si è specializzato alla London School of Economics and Political Science. Insegna Economia applicata nell’Università di Ferrara, dove è stato Rettore fino al 2010. Esperto di economia e di politiche industriali e dello sviluppo, ha lavorato per istituzioni italiane e internazionali e per governi di diversi Paesi. Ha pubblicato oltre 30 libri e 200 articoli scientifici. Per la sua attività universitaria nel 2010 è stato nominato Commendatore al Merito della Repubblica Italiana. È assessore della Regione Emilia-Romagna a coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione professionale, università, ricerca e lavoro.

Scuola, tutte le riforme fatte negli anni hanno incontrato problemi, critiche da parte di tutti, che fare?

La scuola è una cosa complicata e tutti quelli che hanno provato a metterci mano hanno sempre incontrato forti resistenze e reazioni negative. Ci sono tre punti fondamentali da ribadire su questo argomento, il primo è che la scuola è un perno dell’unità nazionale, nel bene e nel male. Un tempo esistevano delle lingue comuni a tutto il Mediterraneo, quando poi nell’800 siamo andati alla conformazione questi idiomi comuni da Genova a Palermo, ma anche in tutte le zone della ex-Jugoslavia ad esempio, questa coesione è andata persa. E’ necessario riaprire, la scuola deve avere la possibilità di lavorare non solo sulle materie, ma anche sulle lingue, la conoscenza della propria storia, nuovi modi di studiare proprio per riaprire la società. Su questo si innesta anche il discorso sul lavoro, che una volta era molto codificato, i modi ed i tempi lavorativi era decisamente segmentati, ora invece bisogna lavorare in maniera trasversale. La tecnologia sta cambiando il mondo del lavoro in maniera molto veloce e bisogna quindi adeguarsi a questo nuovo mondo. Poi abbiamo ampliato molto l’epoca della scuola, il tempo pre-scolare è diventato molto importante, osservando la scuola dell’infanzia, la materna, almeno qui in Emilia-Romagna, noto un’attenzione, una personalizzazione, verso i bambini, incredibile. La scuola dell’obbligo è arrivata a comprendere i primi due anni del livello superiore, diventando quindi inclusiva, con un carattere di accoglienza e creando una base comune di conoscenza e di cittadinanza. Quindi è necessario che la scuola sia la più aperta possibile e istruisca a lavorare insieme soprattutto. Abbiamo delle scuole, fino all’università, individualistiche, che insegnano ad operare da soli, mentre dovremmo imparare a lavorare insieme, fare la soft skills. Si sono ampliati molto i livelli di specializzazione, ma a scapito di quelli di inter-connessione, bisogna creare personalità in grado di affrontare il cambiamento. Questo aspetto diventa fondamentale muovendosi verso l’alto, il nostro sistema scolastico lo vedo ancora diviso tra le scuole dove si impara il giudizio, quelle dove si insegna ad usare le mani e quelle dove si apprendono le conoscenze tecniche; quindi i licei, gli istituti professionali e le scuole tecniche. Questi tre aspetti dovranno sempre di più mescolarsi e compenetrare tra di loro queste tre abilità. L’ultimo aspetto è il sistema scuola nella sua visione d’insieme con molta più capacità rispetto ad un tempo nel mescolare tra di loro le proprie diverse specificità. Vedo ancora molta difficoltà a passare dall’istruzione superiore di primo grado a quella di secondo, ed in quella di secondo grado a passare tra le sue diverse specializzazioni.     

Regionalizzazione dell’istruzione con l’autonomia, quali vantaggi e pericoli? Potremmo avere tanti sistemi scolastici che forniscono una preparazione di diversa qualità?

Innanzitutto è doveroso chiarire che la proposta che noi abbiamo fatto come Regione Emilia-Romagna è profondamente diversa da quella di Lombardia e Veneto. Mentre queste due regioni vogliono un ruolo regionale degli insegnanti, sulla falsariga del Trentino Alto-Adige ove però vi sono condizioni diverse, noi siamo contrari a questo sistema. I professori rimangono nel ruolo nazionale, io sono un professore dell’università, con tutta la sua autonomia funzionale. L’art. 5 della Costituzione, che invito tutti ad andare a leggere, recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. L’autonomia ed il decentramento devono servire ad avvicinare i cittadini alle attività che li fanno essere cittadini di una stessa nazione. In questo contesto ho notato come si siano elevate voci a favore di un centralismo che non ha ragione di essere, abbiamo quindi due estremi, un esasperato centralismo ed al capo opposto quelli che ‘allora facciamo la secessione’. Qui si tratta solo di applicare l’art.5 della Costituzione ed applicare il decentramento ed il massimo possibile di decentramento. Questo per risolvere il più possibile i problemi che possono essere sistemati a livello locale. Ma che si dica che il livello di istruzione è uguale in tutta Italia è falso, i dati OCSE riportano che nelle materie scientifiche le regioni del sud sono molto, ma molto più indietro, rispetto quelle del nord. Non si venga a dire che tutti hanno lo stesso diritto, perché questi diritti non sono garantiti a tutti al giorno di oggi, come anche ripreso dagli studi dello SVIMEZ. Oggi nel paese vengono offerti diversi livelli di preparazione, questa è la realtà, dobbiamo quindi intervenire perché in tutta Italia vengano garantiti gli stessi livelli di apprendimento e preparazione.

Proprio a Bologna avremo il centro primario di Big Data, una eccellenza a livello europeo e mondiale, diventa ancora più importante disporre degli skill tecnici necessari. L’università italiana laurea una media del 28% sul totale degli iscritti, contro il 33,5% di media europea. E la percentuale scende al 24,5% in campo ingegneristico. Come risolvere tutto questo? Gli  ITS (Istituti Tecnici Superiori) ad esempio hanno avuto un grande successo.

Le nostre strutture di ITS hanno avuto così tanto successo che abbiamo dovuto chiedere alle imprese di non assumere i ragazzi prima che prendano i diplomi. Gli ITS dovrebbero essere moltiplicati per dieci, anche in questo caso diventa importante l’autonomia, in modo da permettere alle Regioni di implementare gli ITS in maniera coerente con il proprio tessuto produttivo. Questo sarà tanto più importante in futuro, e parliamo di tempistiche che diventano sempre più vicine, una volta il futuro era visto come qualcosa di lontano, siamo passati da timing di 30-40 anni a periodi molto brevi. Gli ITS sono un perfetto modello di interazione scuola-lavoro, tutti, e ribadisco tutti, i ragazzi degli ITS, hanno trovato lavoro entro 6 mesi dal diploma. Sono scuole che rappresentano il perfetto connubio tra imprese e scuola pubblica. Sulla percentuale di laureati se va a vedere gli investimenti nell’università in questi anni, vede come questi siano sempre calati, i vuoti con cui ora avremo a che fare con i pensionamenti possono essere colmati solo con una programmazione che non può essere fatta da oggi a domani, ma servono laboratori, aule, dotazioni tecnologiche. E’ necessario investire in università e ricerca, ci vogliono 5 anni per avere un ingegnere, 10 se contiamo l’istruzione superiore. La riforma Berlinguer che introdusse la laurea 3+2 aveva un senso per accorciare i tempi della formazione di base aggiungendoci una parte specialistica, ma non è stata compresa ed attuata nemmeno da parte delle università stesse.

L’alternanza scuola-lavoro è una realtà che funziona benissimo in Germania, ma appare zoppicante in Italia, quale è la realtà nel nostro paese e come potremmo migliorarla?

Prima di tutto imparando dalle esperienze degli altri, queste non si possono trasferire perché i contesti sono diversi. Non sono convinto della validità di un’alternanza scuola-lavoro tout court, invece in Germania vige un sistema duale, con una profonda integrazione tra imprese e mondo della scuola. All’università esistono corsi che formano ingegneri, ma il mondo cambia così velocemente che quando lo studente finisce il suo corso, la tecnologia è già cambiata. La struttura va quindi mutata in stretta collaborazione con chi innova queste tecnologie, più che alternanza il sistema tedesco duale punta sull’integrazione. Il nostro paese non è poi tutto uguale, negli ultimi 20 anni abbiamo avuto dei processi che hanno ulteriormente ampliato la questione nord-sud. La forbice dei livelli occupazionali si è ulteriormente ampliata, arrivando a dieci punti percentuali; l’economia dell’Emilia-Romagna si è aperta completamente integrandosi con la Germania. IMA, l’impresa del Presidente Vacchi, grande sostenitore degli ITS, è leader a livello mondiale nelle macchine automatiche, ha comprato varie aziende in Germania. I migliori esperimenti di istruzione duale, non casualmente li abbiamo fatti in Ducati e Lamborghini, dialogando direttamente con Volkswagen e Audi. Gli Istituti Professionali una volta addestravano, oggi la tecnologia e la conoscenza varia talmente velocemente che bisogna anticipare le tendenze.

Intervistando Laura Margheri, venne alla luce che il 65% dei ragazzi di oggi, farà in futuro un lavoro che al momento non esiste, questo pone un serio problema di programmazione e di visione futura?

E’ indubbio che la rivoluzione 4.0 distrugge molti lavori che conosciamo, ma introduce anche molti lavori che ‘non conosciamo’. Oggi vengono alla luce anche esigenze sociali nuove, come dicevo sull’argomento in Nomisma qualche giorno fa, il discorso di una volta ‘vai in banca che è un lavoro sicuro’, oggi ha un sapore totalmente differente, la banca adesso è lo smartphone che 15 anni fa quasi non esisteva. Altro aspetto che porta la 4.0 è la polarizzazione dei lavori verso l’alto, differenziando in maniera netta le due fasce di attività. Amazon ha creato l’eccellenza dell’e-commerce da un lato, ma dall’altro ha rigenerato il vecchio lavoro dei corrieri, la consegna a mano dei pacchi. Ultima cosa è che ci stiamo muovendo in un mondo aperto, chiuderci in un angolino è l’antitesi di quello che deve fare la scuola, che non deve solo formare per il lavoro, ma aprire le menti ed insegnare alle persone a ragionare, imparando a discernere ed elaborare le informazioni in un mondo in cui siamo sommersi da continui input. Una volta amavo dire che “avevo più cose da dire che modi di dire”, oggi invece si hanno “molti più strumenti per dire, che cose da dire”, basta guardare il mondo dei social, fatti di scarne comunicazioni per testimoniare la propria esistenza.

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