Gianni De Michelis, ricordi

Pochi dirigenti politici italiani ho conosciuto e trattato da vicino quanto Gianni De Michelis. Lo conobbi a Bruxelles, quando era il Vice Presidente del Consiglio nel Governo De Mita. Io ero Segretario Generale della Cooperazione Politica Europea. Si interessò al mio lavoro, giacché la politica estera era la sua vera passione. Mi invitò ad un Convegno sulla Jugoslavia, ci andai e fu un buon investimento. Quando Gianni arrivò agli Esteri nel Governo Andreotti mi promosse Ambasciatore.

Nell’agosto del 1990, quando l’Irak invase il Kuwait, l’Italia presiedeva la Comunità Europea. Gianni mi volle con sé in un viaggio interessantissimo che ci portò ad Amman, Alessandria e Gedda, e gettò le basi per la successiva politica europea nel conflitto. Una politica abbastanza velleitaria: gli europei, trainati da Francia e Germania, si illudevano di potere mediare tra Saddam Hussein e gli USA. Devo dire che Gianni non ci credeva: molto lucidamente pensava che gli Stati Uniti avessero deciso di attaccare l’Irak per eliminarne almeno per un decennio la forza militare, e che lo scherzo peggiore che si poteva fare loro era convincere il dittatore iracheno a lasciare pacificamente il Kuwait. L’anno dopo, poiché terminava il mio periodo al Segretariato della CPE, Gianni mi volle alla Direzione degli Affari Economici. In questa veste, lo accompagnai in molti viaggi all’estero, tra l’altro in una visita in Romania, durante la quale avemmo una divergenza di vedute sull’opportunità di concedere a quel Paese un grosso credito, come lui voleva. Devo dire che, in quella come in altre occasioni di dissenso, non mi ha mai mostrato di volermene.

Come giudicare a mentre fredda,ora che ci ha lasciati, un personaggio che è stato, nel bene e nel male, un protagonista degli anni Ottanta e parte dei Novanta? Sul piano umano, era senz’altro affascinante: amava intensamente la vita, la viveva lussuosamente, senza troppo riguardo alla spesa, con un fasto che ricordava le epoche d’oro della sua Venezia. Sul piano politico, aveva dell’Italia una visione moderna e ambiziosa. Riteneva che noi dovessimo essere il punto di riferimento dell’area balcanico-danubiana, e riuscì a lanciare un’iniziativa che riuniva Slovenia, Croazia, Ungheria e Austria e che gli sopravvisse abbastanza a lungo. Come Presidente europeo, fu all’origine dell’accordo di consultazione tra CE e USA dell’epoca reaganiana, e di un accordo, del tutto inedito, con Israele (in ambedue i casi mi utilizzo come negoziatore, passando sulla testa della Farnesina).

Era uno degli uomini più intelligenti, lucidi e brillanti che abbia mai incontrato (senza lo scetticismo che piagava Andreotti, o la superbia che rendeva Craxi difficile da sopportare). Se un errore era portato a fare, era di sopravvalutare l’intelligenza e sottovalutare il potere reale come biglietto di entrata nella politica internazionale che conta. Su questo e su tante altre cose avemmo discussioni senza fine, ognuno dei due rimanendo alla fine convinto delle proprie ragioni. Un giorno, riferendosi a una mia previsione (sbagliata) sulla politica di Washington, mi disse affettuosamente: “Tu hai le ingenuità dei diplomatici troppo furbi”.

Gli sono rimasto amico anche dopo la sua –inevitabile – caduta nell’inferno di Mani Pulite (per sua fortuna, non ha avuto conseguenze penali gravi, solo politiche). L’ho rivisto l’ultima volta a Buenos Aires, dov’ero Ambasciatore. Si era risposato con una giovane donna, Stefania, che lo vigilava da presso e tentava di impedirgli i suoi famosi e terribili eccessi culinari. Aveva accettato con intelligenza la sua sorte in politica, solo più tardi cercò di rifarsi una modesta carriera come Segretario del Nuovo PSI e deputato europeo. Ma, come lui stesso disse in un’intervista, si considerava come un atleta definitivamente azzoppato (ricordiamo che nel 1992 Craxi lo aveva incluso in una terna di candidati a Palazzo Chigi e fu Scalfaro a preferirgli Giuliano Amato).

Metto da parte i sentimenti di dolore personale per un amico che non c’è più. Resta il ricordo di una persona che, tra luci e ombre, ha rappresentato un’Italia europea, atlantica, liberale e a modo suo cosmopolita, ma presente e autorevole nel mondo, senza purtroppo la corrispondente fibra morale che caratterizzò la generazione di De Gasperi, Einaudi, Pella, Scelba, Saragat e di mio Padre.

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