Costa d’Avorio, liberi Gbagbo e Blé Goudé

La Corte d’appello ha certamente emanato il suo verdetto, ma più di trenta pagine di accordo elencano l’insieme delle restrizioni legate a questa liberazione lasciando una sensazione di incompiuto.

Questa volta è fatta. Forse. Lo scorso 1 Febbraio, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha liberato, a determinate condizioni, l’ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo, e il suo ex ministro Charles Blé Goudé. I due uomini sono liberi e hanno prontamente lasciato il carcere olandese di Scheveningen dove erano reclusi rispettivamente da sette e cinque anni. Ma non è certamente una liberazione senza riserve. La Camera di appello dell’istituzione internazionale ha deciso, all’unanimità, di imporre delle condizioni alla liberazione di Gbagbo e Blé Goudé allo Stato disposto ad accoglierli sul suo territorio e deciso a far rispettare i limiti fissati dalla Camera d’appello. Queste condizioni sono state poste per proteggere l’integrità del procedimento giudiziario. In seguito a questa decisione, starà al Cancelliere della CPI identificare e concludere gli accordi con gli Stati disposti ad accettare di accogliere i due ivoriani, separatamente o insieme. Durante questo lasso di tempo, lo stesso Cancelliere potrà emettere delle disposizioni provvisorie riguardanti la messa in libertà nell’attesa della conclusione di accordi con i Paesi interessati.

Nella loro decisione, ultimo episodio di un serial giudiziario che tiene con il fiato sospeso tutta la Costa d’Avorio, i giudici non hanno precisato quale Paese avrebbe accolto Laurent Gbagbo, 73 anni, né se un ritorno dell’ex presidente nel suo Paese fosse ipotizzabile. La Costa d’Avorio è uno degli Stati membri della Corte. Tuttavia, il Paese si è rifiutato di consegnare alla CPI Simone Gbagbo, moglie dell’ex presidente, malgrado il mandato di arresto emanato nei suoi confronti. La Corte, che ha sede all’Aia, potrebbe quindi rifiutarsi di accettare il ritorno di Gbagbo in Costa d’Avorio in attesa di un eventuale processo in appello. L’accusa si era dichiarata pronta ad accettare la liberazione dell’ex presidente ivoriano e di Charles Blé Goudé a condizione che gli fosse vietato il rientro in patria. Secondo la CPI, un Paese il cui nome non è stato divulgato “si è offerto di accogliere Laurent Gbagbo” a patto che firmi l’impegno a tornare davanti alla Corte se questa lo richiede ( Per ora l’ex presidente ivoriano è stato “accolto” dal Belgio perché la sua attuale moglie risiede lì da tempo, ndr). “Siamo molto felici che Charles Blé Goudé sia finalmente liberato. E’ una decisione legittima”, ha dichiarato davanti ai giornalisti il suo avvocato Geert-Jan Knoops, riferendosi all’ex capo del movimento dei Giovani Patrioti nei confronti del quale la CPI ha deciso a sua volta la liberazione.

Davanti alla CPI, la cui sede si trova in un quartiere residenziale dell’Aia, decine di simpatizzanti hanno intonato canti e sventolato bandiere ivoriane. “Gbagbo libero!”, “Rispettate il potere di Gbagbo!”, hanno scandito, sotto l’occhio vigile di una ventina di poliziotti. Ma dietro a queste lodi, molte domande rimangono in sospeso, soprattutto per gli avvocati dei due coimputati. Davanti alla CPI, la difesa ha sempre chiesto la libertà immediata e incondizionata. “E’ impossibile limitare la libertà di una persona innocente”, ha più volte ripetuto l’avvocato di Gbagbo, Emmanuel Altit. Dobbiamo anche ricordare che a questo stadio, l’accusa aspetta ancora che i giudici comunichi loro la decisione scritta. “E’ solo dopo un esame e un’analisi approfonditi delle motivazioni che il mio gabinetto deciderà o meno di intentare l’appello”, ha dichiarato venerdì stesso il Pubblico Ministero della CPI Fatou Bensouda.

Il processo per questo caso si è aperto il 28 Gennaio del 2016 per i crimini contro l’umanità (omicidio, stupro, altri atti disumani o – in alternativa – tentato omicidio e persecuzioni) presumibilmente perpetrati nel contesto delle violenze post elettorali in Costa d’Avorio tra il 16 Dicembre del 2010 e il 12 Aprile del 2011. Sono stati 231 i giorni di udienza dedicati alla presentazione dei mezzi di prova del Pubblico Ministero e 82 i testimoni dell’ufficio del procuratore che hanno deposto in udienza o in videoconferenza, oltre alle migliaia di documenti registrati come prove, le centinaia di istanze presentate e le decisioni prese. Lo scorso  4 Giugno, la Camera aveva dichiarato che la presentazione degli elementi di prova del Pubblico Ministero era ormai conclusa. Ma è proprio sulla scarsità di prove presentate che la difesa ha vinto. Caso o decisone pilotata? Per molti questa sentenza  rappresenta un duro colpo per la giustizia internazionale.

E ora? Dopo un processo che sembra a questo punto un po’ fuori controllo, criticato dai detrattori della CPI che già da tempo soffre per la sua credibilità minata, e che più volte è stata accusata di focalizzare le sue inchieste sul continente africano, non rimane che aspettare un sequel di questo serial appena concluso, ma non propriamente finito. Le elezioni presidenziali del 2020 sono dietro alla porta e questa sentenza rischia di  aumentare le già mille incertezze sul futuro della Costa d’Avorio.

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